Piano Casa Nazionale, La Commissione urbanistica approfondisce la risoluzione per il recupero degli immobili pubblici dismessi. “Il Governo ascolti le città: servono risorse vere, non partite di giro”
6 Maggio 2026
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Descrizione
La Commissione consiliare 3 (Territorio, Infrastrutture e Patrimonio) di Palazzo Vecchio ha avviato l’esame della risoluzione n. 751-26 presentata dai consiglieri Enrico Conti e Renzo Pampaloni. L’atto interviene direttamente nel dibattito sulla conversione in legge del D.L. 65/2026 “Disposizioni urgenti per il Piano casa”, chiedendo al Governo un cambio di rotta radicale che metta al centro i Comuni e il recupero del patrimonio pubblico dismesso.
La risoluzione recepisce integralmente le istanze dell’Alleanza Municipalista per il Diritto alla Casa, la rete di oltre 30 città italiane – tra cui Firenze, Roma, Milano, Napoli e Bologna – che attraverso l'Assessore alla Casa Nicola Paulesu ha chiesto un confronto reale con il Governo. Il messaggio è chiaro: non si può risolvere l'emergenza abitativa con un Piano nazionale che sottrae fondi già destinati ai Comuni per la rigenerazione urbana. Servono risorse nuove, certe e vincolate.
Il documento mette in luce un divario allarmante tra le necessità e le coperture finanziarie. A fronte di un patrimonio pubblico inutilizzato che vale circa 45 miliardi di euro, il Governo ha stanziato per il Piano Casa appena 970 milioni fino al 2030, di cui solo 116 milioni per l'anno in corso.
Si tratta di cifre che appaiono irrisorie se rapportate alla portata della crisi abitativa e, in particolare, ai 60.000 alloggi di edilizia residenziale pubblica (il cosiddetto “residuo storico”) che, come ammesso dallo stesso decreto, necessitano di manutenzione urgente in tutta Italia per poter essere nuovamente assegnati. Come sottolineato anche dall'Assessore Paulesu nel rilanciare l'appello dell'Alleanza Municipalista, senza risorse fresche e vincolate il rischio è che siano i Comuni a dover sostenere i costi economici e sociali di un'emergenza che richiede ben altro respiro finanziario.
Particolare preoccupazione viene espressa per la figura del Commissario straordinario prevista dall'Art. 3 del decreto, una figura dotata di poteri eccezionali che rischia di agire “sopra la testa” delle comunità locali. La risoluzione denuncia il rischio di una governance “autoritaria” che, tramite ampi poteri di deroga, declasserebbe i Comuni a semplici spettatori dello sviluppo dei propri quartieri. Palazzo Vecchio chiede invece che ogni intervento sia subordinato a una previa intesa vincolante con le amministrazioni locali e all'istituzione di tavoli di lavoro permanenti con gli enti nazionali proprietari (Demanio, INPS, FS).
Secondo il consigliere PD Enrico Conti: “Al di là del merito, solleviamo con forza una questione di metodo e di democrazia istituzionale. Il diritto alla casa non può essere calato dall'alto con poteri speciali che scavalcano le autonomie locali, ma deve nascere da una sinergia reale tra i diversi livelli dello Stato. La sfida della funzione
sociale della proprietà si vince solo recuperando le ex caserme e gli immobili pubblici dismessi attraverso accordi preventivi e condivisi con chi amministra e vive la città ogni giorno”.
Il Presidente della Commissione 3, Renzo Pampaloni, aggiunge: “Non bastano gli annunci, servono strumenti operativi che consentano alle città di incidere davvero ed evitare che il Piano Casa si trasformi in una partita di giro economica. Non è accettabile, infatti, che il Governo finanzi questa manovra avvalendosi di risorse già destinate ai Comuni per i progetti di rigenerazione urbana: servono fondi nuovi e vincolati, non si può pensare di risolvere l'emergenza abitativa facendo pagare il conto alle amministrazioni locali. Al contempo, la piattaforma IMMOBIL.PA deve diventare un'infrastruttura trasparente e aperta ai Comuni, l'unica via per incrociare in tempo reale la domanda abitativa con l'offerta di spazi disponibili”. (s.spa.)

