Dmitrij Palagi (Sinistra Progetto Comune): “Montedomini non è un caso isolato: è quello che succede a un patrimonio sociale lasciato vent'anni senza indirizzo”
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27 Luglio 2026
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Queste le dichiarazioni di Dmitrij Palagi di Sinistra Progetto Comune
“In questi giorni la discussione su Montedomini si è spostata su chi ha sbagliato e in quale stagione. È una discussione che capiamo, ma che non ci appassiona: ha il difetto di cercare un colpevole dentro una vicenda che non ha un colpevole, ha un meccanismo. Preferiamo dire che cosa abbiamo verificato e che cosa proponiamo.
Partiamo da un elemento che finora non è stato detto e che ci sembra il più netto di tutti. Il regolamento con cui l’ASP Firenze Montedomini assegna i propri immobili in locazione non contempla, in nessun punto, la destinazione turistico-ricettiva. Conosce due destinazioni, abitativa e non abitativa, e nessun'altra. La clausola che nei contratti dell'Azienda autorizza «sin d'ora» l'uso ricettivo extra-alberghiero (comparsa nel bando di via Guelfa 77 nel 2022, in quello di via Guelfa 83 nel 2023 e ancora in quello di via Guelfa 81 nel 2025) non ha quindi alcuna base regolamentare. Non è l'applicazione di una regola discutibile: è una scelta contrattuale presa fuori dalle regole che l'ente si è dato. E lo stesso regolamento, all'articolo 8, impone di pubblicare le assegnazioni dopo la stipula dei contratti: dell'aggiudicazione di via Guelfa 81 non c'è traccia. Un obbligo che l'Azienda si è data da sola, e che ha disatteso da sola.
Questo però non spiega da solo come ci siamo arrivati, e qui sta la parte che ci interessa davvero. Abbiamo ricostruito vent'anni di atti, e quello che emerge non è una sequenza di errori isolati: è una direzione, che attraversa quattro sindaci e quattro giunte. Prima i lasciti di chi voleva aiutare le persone povere di Firenze vengono concentrati, fra il 2006 e il 2010, in un'unica azienda, e i vincoli d'origine si sciolgono in un unico bilancio. Poi arriva un regolamento che conosce un solo criterio di scelta, il prezzo, e nessun criterio sociale (ed è per questo che una cooperativa che gestisce case famiglia per donne uscite da percorsi di violenza ha potuto perdere un bando per tredici euro): non perché qualcuno lo abbia voluto, ma perché quel testo non prevede nessun altro modo di decidere. Infine il Comune smette di finanziare l'ente: gli affidamenti registrati in amministrazione trasparente passano da oltre cinque milioni di euro nel 2016 a poco più di duecentomila nel 2022. A un ente pubblico a cui togli le convenzioni e lasci trecento milioni di immobili in centro storico non serve che qualcuno dica di metterli a reddito. Lo farà da sé.
Il punto che riteniamo più grave lo abbiamo verificato atto per atto sul portale del Comune: dal 2021 a oggi il Consiglio comunale non ha approvato una sola deliberazione su Montedomini, e in quindici anni non risulta un solo atto di indirizzo verso l'Azienda, benché la legge regionale lo preveda espressamente. Il Comune nomina la maggioranza del consiglio di amministrazione, ne esprime la presidenza, siede con una persona designata dall'assessorato nella commissione che assegna gli immobili, riceve i bilanci. Non ha mai detto all'Azienda che cosa fare del suo patrimonio. L'autonomia dell'ente non è una circostanza esterna che capita a un'amministrazione: è un'autonomia costruita nominando e mantenuta non deliberando. Vale per chi governa oggi come per chi ha governato prima.
Da qui le nostre proposte, tutte concrete e tutte verificabili.
Che l’Azienda pubblichi i testi del regolamento delle locazioni nelle versioni precedenti a quella vigente. Sono cinque (2010, 2011, 2012, 2013, 2015) e nessuna ci risulta online: solo confrontandole si vede riga per riga in quale anno, con quale delibera e in nome di quale ragione il criterio sociale è stato tolto. Finché quei testi restano chiusi, ognuno può raccontare la versione che preferisce.
Che il Comune eserciti il potere di indirizzo che la legge gli riconosce, con un atto votato in Consiglio comunale e non con un comunicato stampa: canone ancorato all'Accordo territoriale e non ai valori di mercato, ripristino della riduzione per gli immobili destinati al sostegno sociale, punteggio alla finalità sociale del progetto al posto dell'aggiudicazione al miglior offerente, esclusione delle società a scopo di lucro e di ogni uso turistico-ricettivo.
Che arrivi in Consiglio, e sia pubblico, l'elenco completo del patrimonio immobile per immobile (conduttore, canone, destinazione autorizzata, presenza di codice identificativo) insieme alla riconciliazione fra i 428 immobili del censimento del 2023 e i 232 annunciati la settimana scorsa. E che si dica che cosa si intende fare, da qui al 2027, delle 39 unità oggi sfitte: rimandare tutto ai lavori annunciati per il prossimo anno significa lasciarle vuote un altro inverno, in una città in cui migliaia di persone una casa non la trovano.
Che la stessa regola valga per tutti gli enti a nomina comunale, non solo per Montedomini: una clausola-tipo che escluda l'uso turistico e ricettivo nei bandi, e un censimento pubblico dei patrimoni. È il contenuto della mozione che abbiamo già depositato.
Non è la prima volta che questa parte politica lo dice, ed è l'unica cosa che rivendichiamo. Il 30 giugno 2008 l'allora capogruppo di Rifondazione Comunista Anna Nocentini depositò in questo Consiglio un ordine del giorno in cui si legge che il patrimonio di queste aziende «è stato costituito da denaro pubblico e dalla liberalità dei privati cittadini per provvedere all'assistenza dei bisognosi» e che «fin dalla loro costituzione questo consiglio comunale non ha mai ricevuto specifiche informazioni sull'attività economica, la gestione patrimoniale di tali aziende». Nel 2011 Ornella De Zordo, capogruppo di perUnaltracittà, chiedeva conto degli «affitti fuori da ogni criterio di mercato non occupati da persone bisognose»; nel 2012 provò a stralciare dalle alienazioni l'Istituto Demidoff e Sant'Agnese, in via Guelfa. Non fu ascoltata. Lo ricordiamo non per avere ragione, ma perché diciotto anni di richieste inevase sono a loro volta un dato di sistema.
Quel patrimonio non è un asset da mettere a reddito: è una promessa sociale, fatta da chi quei beni li ha lasciati alla città perché servissero a chi non ce la fa. In quegli alloggi devono poter tornare a vivere le persone e le famiglie che a Firenze una casa non riescono più a trovarla. Cambiare le regole è possibile, e si può cominciare adesso”. (s.spa.)

