Descrizione
“Prima di tutto una buona notizia. Non ci sono stati morti. Per quello che è stata la forza e la violenza del ciclone Harry che ha colpito nei giorni scorsi il sud d’Italia è un risultato non scontato, anzi è il frutto di un sistema di previsione e allerta fondamentale che, insieme a protezione civile, vigili del fuoco e alle azioni delle amministrazioni verso la cittadinanza, ha evitato quella che poteva essere una narrazione diversa.
Siamo però di fronte a uno schema che continua negativamente a ripetersi. Si parla della crisi climatica, dei suoi effetti, delle azioni necessarie per contrastarla solo a posteriori e se porta con sé vittime. Il silenzio dei media nazionali è inaccettabile, a maggior ragione per quella che, a detta di Giulio Betti, climatologo del Lamma-Cnr, «è stata sicuramente la tempesta peggiore del ventunesimo secolo per l’Italia meridionale».
Le immagini e i video che abbiamo visto rendono l’idea della forza di devastazione riversata sulle coste di Calabria, Sicilia e Sardegna, con venti fino a 150 chilometri orari e onde alte fino a 10 metri di altezza. Una tempesta eccezionale per estensione, lentezza nell’evolversi e quindi persistenza dei danni sulle stesse aree, stagionalità sballata (questo è un evento tipico da autunno, non da inverno). Conseguenze dirette di un’atmosfera e un mare resi più caldi dal cambiamento climatico, causato dalle emissioni prodotte dall’utilizzo dei combustibili fossili.
Non ci sono state vittime né feriti gravi, ma i danni economici sono enormi, si stima circa un miliardo di euro solo in Sicilia. Porti turistici distrutti, allagamenti, frane e case inagibili, stabilimenti balneari cancellati, strade e linee ferroviarie interrotte. Il costo della crisi climatica non è più un’eccezione ma una costante sempre più frequente negli ultimi anni e, questa volta, ha messo in luce ancora di più la fragilità strutturale del Sud d’Italia e delle nostre coste, esageratamente costruite.
Il silenzio dei media e della politica nazionale hanno reso evidente uno scollamento tra potere centrale e territori marginali, con prese di posizione che arrivano in ritardo, a disastro avvenuto, per correre a chiedere risorse e garantire ricostruzione.
No, non è questo che serve. Serve prevenire e smettere di costruire dove i rischi sono maggiori. Serve un Piano nazionale di adattamento che abbia risorse per essere operativo e non un esercizio di teoria. Serve installare energie rinnovabili subito. Servono fondi per la prevenzione idrogeologica, per interventi che rendano i territori più sicuri, invece che dover fare ogni volta la conta dei danni. Serve tenere insieme una società che il cambiamento climatico rischia di disgregare ancora di più esasperando le disuguaglianze, tra nord e sud, tra zone interne e grandi città, tra fragilità e arroganza. Serve cambiare”.
Queste le dichiarazioni di Giovanni Graziani del gruppo AVS-Ecolò. (s.spa.)

