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Palagi (SPC): "Chi fa cultura e socialità in Città chiede un incontro da oltre un mese e il Comune non risponde"

Dettagli

"Mentre la «sicurezza» diventa il grimaldello per disciplinare un modo di fare cultura, a pagare sono le persone che animano i rioni fuori dalla logica del profitto”
Data:

25 Giugno 2026

Tempo di lettura:

5 minuti, 51 secondi

Consiglio comunale
sinistra progetto comune

Descrizione

Queste le dichiarazioni di Dmitrij Palagi - Sinistra Progetto Comune

"Un coordinamento di realtà culturali fiorentine (Arci Firenze, Exfila, La Chute, Lumen, Glue, Spazio Gada) ha diffuso un appello pubblico per denunciare la frequenza e le modalità dei controlli che da mesi si abbattono sulle associazioni di promozione sociale, e per ribadire una richiesta di incontro all'Amministrazione avanzata oltre un mese fa. A quella richiesta, scrivono, non è ancora arrivata risposta. A noi non risulta che la Giunta abbia risposto. Stiamo dalla loro parte, e proviamo a spiegare perché la questione riguarda tutta la città, non solo chi gestisce uno spazio.

Conviene partire dai fatti. Dopo la tragedia di Crans Montana, una circolare del Viminale ha chiesto a Prefetture e Comuni di stringere i controlli sui luoghi di pubblico spettacolo. A Firenze il Comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica ha messo a punto, tramite il gruppo interforze della Prefettura, una vera e propria «black list» di locali, con blitz notturni a sorpresa che vanno avanti da febbraio e che mirano espressamente al cosiddetto «mondo di mezzo»: tutto ciò che sfugge alle Commissioni di vigilanza, circoli privati compresi. Su questo si è innestato il «Piano Notte» della Giunta, con più Polizia Municipale e verifiche serrate su capienze, uscite e autorizzazioni. Nessuno difende il lavoro nero o le capienze sforate emerse in alcuni locali commerciali della movida: quando ci sono irregolarità vanno sanzionate. Ma il punto sollevato dalle realtà che firmano l'appello è un altro, e va ascoltato: sono stati colpiti anche spazi che, sul fronte della sicurezza, erano impeccabili.

Perché allora questa pressione? Perché alla leva dell'ordine pubblico se ne è aggiunta una seconda, economica e fiscale. Da tempo Confcommercio e la Fipe chiedono controlli e sanzioni contro i circoli no profit, dipinti come «concorrenza sleale» agli esercizi commerciali, e citano un'ordinanza della Cassazione per sostenere che un'associazione che ha ricavi dalla somministrazione non sarebbe più tale. È la stessa logica che, in provincia di Arezzo, ha portato la Guardia di Finanza a contestare a circoli Arci regolarmente iscritti al Registro Unico del Terzo Settore cartelle da centinaia di migliaia di euro. Tra la tenaglia della sicurezza e quella del fisco, il messaggio che arriva alle associazioni è uno solo: siete sospette finché non dimostrate il contrario.

Questo è il cuore politico della vicenda. La «sicurezza» viene usata come grimaldello per disciplinare un modello di organizzazione culturale che si fonda su processi democratici, sulla sostituzione del concetto di «socio» a quello di «cliente», sull'accessibilità economica e sul volontariato come forma di partecipazione. È un modello che da decenni anima i quartieri con concerti, teatro, proiezioni, laboratori e percorsi formativi gratuiti, fuori da una logica puramente commerciale. Trattarlo come un residuo, o peggio come un concorrente sleale dei locali a pagamento, significa ridurre la cultura a un asset su cui fare profitto. Noi crediamo l'esatto contrario: che quegli spazi siano un bene comune, e che la loro funzione sociale vada riconosciuta, non tollerata a intermittenza.

Su questo abbiamo una posizione costruita atto dopo atto in Consiglio. Da anni diciamo che esistono due idee opposte di sicurezza: quella che si esaurisce nell'ordine pubblico (telecamere, ordinanze, blitz) e quella che chiamiamo sicurezza sociale, fondata sui diritti e sulla prossimità. Una fruizione davvero sicura degli spazi nasce dalla corresponsabilità tra gestori, istituzioni e chi li frequenta, dalla prevenzione e dal dialogo: non dal blitz a favore di telecamera, che riempie i verbali e non rende nessuno più sicuro. Lo abbiamo sostenuto contestando in aula il clima repressivo del Decreto Sicurezza nazionale, che criminalizza la marginalità invece di prevenirla. Lo stesso spirito vale qui: un quadro di regole chiaro e rispettoso della specificità delle APS permette di colmare eventuali mancanze; la presunzione di colpa, no.

C'è poi una contraddizione che la Giunta dovrebbe sciogliere. La Sindaca ha annunciato un tavolo sulla vita notturna dichiarando di voler «aumentare gli spazi di divertimento e vitalità» e perfino di mettere a disposizione spazi pubblici. Ma intanto chi quegli spazi li tiene aperti gratuitamente da anni, mettendoci tempo, volontariato e risorse, chiede un incontro da oltre un mese e non riceve risposta. E mentre a Roma esponenti del Partito Democratico difendono i circoli dai controlli fiscali, a Firenze le stesse realtà vengono lasciate sole davanti ai blitz. Non si può rivendicare la socialità come obiettivo e poi ignorare chi la produce ogni giorno.

Per questo chiediamo alla Sindaca e alla Giunta di convocare senza ulteriori rinvii l'incontro richiesto dalle associazioni; di riconoscere pubblicamente il valore socio-culturale e la specificità del modello no profit, distinguendolo dagli esercizi commerciali e dalle attività realmente irregolari; e di farsi parte attiva per un modello di sicurezza fondato sulla prevenzione, sul dialogo e sulla corresponsabilità, non sulla repressione arbitraria. Le associazioni hanno posto una domanda netta: Firenze ritiene di avere bisogno di questo modo di fare cultura? La risposta non può essere il silenzio. Perché se gli spazi sociali chiudono uno dopo l'altro in ogni quartiere, la città diventa più povera (e non per questo più sicura).

Anche in questa vicenda, infine, emerge chiaramente un enorme problema di come si programma e si fa politica (culturale) in Città: a Firenze serve davvero altro". (fdr)

Ultimo aggiornamento:

25/06/2026, 15:27

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