Carcere e città: assemblea di presentazione del Gruppo Foucault e di un manifesto
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20 Febbraio 2026
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Descrizione
Queste le dichiarazioni di Dmitrij Palagi - Sinistra Progetto Comune
Giulia Marmo - Sinistra Progetto Comune Quartiere 4
"La nostra coalizione e i nostri gruppi consiliari hanno contribuito a far nascere il Gruppo Foucault sul carcere che questo pomeriggio, alle 17, presenterà un manifesto su cui si confronterà con tutte le realtà interessate a discutere come ripensare il rapporto tra Città e istituti penitenziari.
Ci muoveremo dando il massimo sostegno al percorso e mettendolo a disposizione delle istituzioni di cui siamo parte, ringraziando da ora chiunque sarà presente e vorrà discutere con noi il testo che sarà presentato. E ovviamente ringraziando l'Associazione Progetto Firenze, con cui lavoriamo da anni su questi temi e che è l'altra realtà che ha contribuito a far nascere il gruppo". (fdr)
--- Gruppo Foucault – Anche il carcere è città, Per una politica dei piccoli passi – un manifesto ---
Il carcere, così come oggi è pensato e praticato, rappresenta uno dei luoghi in cui più chiaramente emerge la crisi dell’idea contemporanea di giustizia. Le politiche penitenziarie dominanti continuano a muoversi entro paradigmi che si dichiarano alternativi, ma che nella realtà si sostengono a vicenda: la pena come retribuzione del male e la pena come rieducazione forzata. Entrambi questi modelli hanno mostrato il loro fallimento: il primo perché riduce la giustizia a una compensazione simbolica della sofferenza; il secondo perché pretende di “correggere” le persone senza interrogarsi sulle condizioni materiali, sociali e biografiche che precedono il reato.
La pena, in questo assetto, smette di essere uno strumento di responsabilizzazione e diventa una pratica di neutralizzazione. La punizione assume una funzione prevalentemente rassicurante per la società esterna: conferma un ordine morale e produce distanza, rendendo accettabile l’indifferenza. Il carcere non è più orientato al futuro. Rimane inchiodato a un passato che non passa.
Occorre spostare radicalmente lo sguardo. Ripensare la pena non significa negare la responsabilità. Significa sottrarla alla finzione di una responsabilità “pura”, astratta dalle condizioni di partenza. Nessuno entra nel sistema penale partendo dallo stesso punto: le diseguaglianze, le vulnerabilità, le fragilità psichiche e sociali non sono eccezioni. Sono, a tutti gli effetti della punizione, dati strutturali. Ignorarli significa costruire pene formalmente legittime e sostanzialmente cieche, destinate a produrre recidiva e ulteriore esclusione.
Le pene alternative e la giustizia riparativa non rappresentano un’attenuazione della risposta penale, possono e devono essere considerate un suo ripensamento profondo. Spostano il baricentro dalla sofferenza inflitta alla responsabilità assunta; dalla segregazione alla relazione; dalla colpa come marchio alla riparazione come processo. Una giustizia che ripara non rimuove il conflitto: lo rende dicibile, attraversabile e trasformabile. Non si limita a punire un fatto: prova a ricostruire legami, a riconoscere danni e a riaprire possibilità.
Questo cambio di paradigma non può essere calato dall’alto né affidato a riforme miracolistiche. Deve procedere per piccoli passi, concreti e verificabili, capaci di incidere nella realtà quotidiana dell’esecuzione penale. Firenze rappresenta un contesto unico: la presenza di tre istituti penitenziari profondamente diversi tra loro – l’IPM Meucci, il Gozzini e Sollicciano – consente di immaginare una politica integrata che tenga insieme politiche di comunità, custodia attenuata, salute mentale, misure alternative e territorio.
Qui può prendere forma una nuova relazione tra carcere e città. Non una relazione emergenziale o caritatevole, ma una responsabilità pubblica condivisa. Aprire il carcere alla città significa rendere visibile ciò che oggi è rimosso; portare dentro servizi, competenze e reti; costruire percorsi di uscita reali, non simbolici. Significa riconoscere che il carcere non è un corpo estraneo, è una parte della polis, e che la qualità della giustizia si misura anche – e forse soprattutto – da come tratta chi ha sbagliato.
Una politica penitenziaria dei piccoli passi non promette soluzioni definitive. Promette serietà, coerenza e coraggio. Promette di ridare senso alla pena, sottraendola alla vendetta e all’indifferenza, e restituendola al suo unico orizzonte legittimo: la dignità della persona e la sicurezza reale, non immaginaria, della comunità.
Soprattutto, questa politica apre la strada a un orizzonte nuovo: un carcere che non si limita a contenere, ma che produce legami; che non reprime, ma riconosce; che non separa, ma integra. Ogni intervento concreto – una misura alternativa, un percorso di responsabilizzazione, un sostegno alla salute mentale – diventa un mattone di un edificio più ampio: un carcere finalmente capace di connettersi con la città. Così, la giustizia non resta un principio astratto. Diventa esperienza viva: chi sbaglia incontra la possibilità di ricostruire, chi osserva impara la responsabilità condivisa, e la città cresce nella sua capacità di essere comunità.
Nei piccoli passi quotidiani si realizza la vera trasformazione: una pena che rigenera, una sicurezza che non umilia, una società che non rinuncia a sé stessa.

