I RESTI UMANI IN ARCHEOLOGIA è il tema che quest’anno viene presentato nello stand del Centro di Restauro della Soprintendenza Archeologica per la Toscana alla Mostra "Restauro 2001" che si tiene a Ferrara dal 29 marzo al 1 aprile.

Gli scheletri umani restituiti dagli scavi rappresentano un vero e proprio archivio biologico, contenente informazioni non solo sugli aspetti fisici ma anche su quelli culturali delle antiche popolazioni, grazie a quella intima e inscindibile connessione tra biologia e cultura che caratterizza l’Uomo.

Le ossa sono dunque reperti archeologici a tutti gli effetti e come tutti i reperti archeologici devono venire sottoposte ad una serie di trattamenti conservativi e successivamente allo studio.

Già durante lo scavo è indispensabile rispettare alcune norme e alcuni criteri specifici che ne garantiscano il recupero accurato e completo, il mantenimento dell’integrità e la registrazione dei dati sulla stratigrafia e sulla posizione delle varie parti.

I resti giungono poi, insieme ai corredi funerari, al laboratorio del Centro di Restauro, dove sono oggetto di una serie di operazioni.

Non esistono tecniche di restauro specifiche per le ossa: i trattamenti conservativi seguono gli stessi principi e le stesse modalità del restauro archeologico in generale.

Non esistono neppure procedimenti uniformi: di volta in volta si applicano metodi diversi in relazione allo stato di conservazione, che varia, in dipendenza delle caratteristiche chimico-fisiche dell’ambiente di sepoltura, da elementi fossilizzati della consistenza della pietra a frustoli che si sfarinano e si disgregano al solo contatto.

 

L’intervento prevede, in sintesi:

la pulitura meccanica; la ricostruzione dei vari segmenti ossei a partire dai frammenti;.l’eventuale consolidamento se i reperti sono friabili e soggetti a sfaldarsi; la conservazione in condizioni particolari di alcune porzioni destinate alle analisi chimiche e biologiche; l’integrazione di parti mancanti quando questa è necessaria per garantire la stabilità dell’osso; la siglatura di ogni elemento con i dati sulla provenienza; la catalogazione e infine lo stivaggio in contenitori e in locali idonei.

Ogni fase di lavorazione viene documentata mediante la compilazione di un’apposita scheda di restauro.

Viene eseguito poi il rilevamento di una serie di dati antropologici identificativi, quali l’età alla morte, il sesso, i segni di eventuali anomalie ecc. I dati raccolti devono corredare il reperto e seguirlo nei suoi eventuali spostamenti.

Talvolta è prevista l’esecuzione dei calchi, a scopo didattico, espositivi o di ricerca. Recentemente è emersa la possibilità di effettuare calchi virtuali mediante tecniche di riproduzione di immagini al computer.

 

Ma perché restaurare, conservare, analizzare i reperti scheletrici? Quali informazioni ne possiamo trarre sugli uomini e sulle popolazioni del passato? Molti sono gli aspetti da studiare.

Anzitutto, da un lato l’antropometria e la morfologia, cioè lo studio delle dimensioni e della forma - della costituzione, insomma – che è stato storicamente il primo campo di interesse degli antropologi, e dall’altro le recentissime analisi sul DNA estratto dalle ossa, ci permettono di indagare la dinamica del popolamento nel passato, attraverso la ricerca delle somiglianze e delle differenze tra i gruppi umani.

Un altro settore di ricerca è la diagnosi dell’età alla morte e del sesso degli individui sulla base di una serie di indicatori scheletrici. Ciò è importante per le correlazioni con i corredi e con il contesto funerario. Inoltre, basandosi su questo tipo di dati, la paleodemografia cerca di ricostruire la composizione delle popolazioni antiche per età e per sesso, e di indagarne così la struttura e la dinamica demografica. E’ facile intuire quali sono le potenzialità di queste informazioni, per le loro ripercussioni sull’ambiente, sull’economia e sulla cultura.

Infine un campo di recente interesse e sviluppo è quello degli indicatori di stress. I resti scheletrici conservano le tracce degli stress fisiologici, dei traumi, delle attività fisiche, dell’alimentazione. Ad esempio la sensibilità dello scheletro umano alle carenze nutrizionali intervenute durante gli anni della crescita e dello sviluppo viene rivelata da una serie di indicatori, quali la velocità di accrescimento in relazione all’età, la statura definitiva nell’adulto, l’altezza della base cranica, la forma delle ossa degli arti, le dimensioni del canale vertebrale, i tempi dello sviluppo dentario ecc.

La paleopatologia cerca poi di ricostruire quanto una popolazione fosse esposta alle malattie infettive, ai traumi, alle anomalie genetiche, alle disfunzioni metaboliche ecc., attraverso la lettura di una serie di segni che molte di queste alterazioni lasciano sulle ossa, anche se non si tratta di malattie strettamente ossee.

Tutte queste osservazioni possono venire correlate con i dati storici e archeologici, e permettono di formulare ipotesi sullo stile di vita e sui modelli comportamentali delle comunità; in questo senso offrono quindi possibilità di confronto e di approfondimento delle conoscenze dei nostri antenati.