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Soprintendenza
Archeologica della Toscana: ricerca e tutela del patrimonio sommerso.
Attività e prospettive.
Si
deve al Soprintendente Francesco Nicosia l’intuizione dell’assoluta
necessità di costituire, agli inizi degli anni Ottanta, un gruppo
subacqueo interno alla Soprintendenza che, sulla scorta delle conoscenze
già acquisite in Toscana dalla precoce attività di Nino Lamboglia e
Francisca Pallarès, cresce nel tempo, affiancato da professionalità
interne ed esterne al Ministero. Nascono da questa realizzazione le
campagne sui relitti del Pozzino (1982 e 1989-90) e di Cala
Piccione (1993)
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a Populonia, di Giglio Porto (1984 e poi 1986-1988), le
ricognizioni nelle acque del Giglio (1982) e in quelle della Pianosa
(1991-92), e anche l’impulso dato a scavi e ricerche in concessione,
che portano alle campagne del relitto arcaico del Giglio Campese
(1982-1985) e alle prime acquisizioni sistematiche su giacimenti diversi
nelle acque della Gorgona (1990-1993), a opera di Mensun Bound, della
Oxford University MARE.
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Fra il 1993 e
il 1994 si realizzano i primi saggi di scavo nel bacino archeologico
sommerso della Cala del Barbiere di Punta Ala, sulla costa
grossetana di Castiglion della Pescaia, più tardi indagato
sistematicamente, mentre di fronte alla costa di Livorno, sulle Secche
della Meloria, nello stesso biennio, ricognizioni sistematiche portano
al riconoscimento di ciò che resta di tre importanti giacimenti più
volte segnalati alla Soprintendenza.
Il 1995 ha segnato una battuta d’arresto nell’attività del
personale subacqueo dell’Amministrazione, in attesa di una nuova e
più controllata disciplina delle immersioni in servizio, poi raggiunta
tramite decreti ministeriali ad personam, rilasciati dopo corsi o esami d'abilitazione. |

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Il lavoro del
Nucleo Subacqueo Toscano, fra i più numerosi in seno al Ministero, composto da sette elementi, tutti
abilitati e di diversa professionalità, è ripreso soltanto nel 1998
con l’inizio dello scavo sistematico del "Relitto B" di
Punta Ala e le ricognizioni su tutta la costa e nell’Arcipelago. La
Soprintendenza si avvale in tutte le operazioni del supporto continuato
della Capitaneria di Porto di Livorno, dei Nuclei Sommozzatori del Corpo
Nazionale dei Vigili del Fuoco (Comandi Provinciali di Firenze, Pisa,
Livorno e Grosseto) e dell’assistenza dell’Istituto di
Anestesiologia dell’Università degli Studi di Firenze, Medicina
Iperbarica.
L’attuale
Soprintendente, Angelo Bottini, ha promosso e potenziato l’attività
del Nucleo Subacqueo, soprattutto nelle operazioni di tutela e controllo
dei giacimenti sommersi esposti a maggiore rischio.
A
partire dal 1993-94 – e le ricerche proseguono a tutt’oggi – i
bassi fondali delle Secche della Meloria -1 foto-, di fronte alla costa
di Livorno, sono stati oggetto d’indagini archeologiche tendenti anche
a valutare il livello dei danni provocati dal saccheggio e dalla
distruzione operati da organizzati predatori clandestini di tesori
sommersi, cui si sono aggiunti nel tempo i modesti prelievi dei sempre
più numerosi subacquei sportivi. In particolare si è insistito allora
sulla necessità d’iniziare un’indagine sistematica soprattutto in
seguito alla consistente mole di materiali, di provenienza accertata
dalle acque della Meloria, recuperata attraverso i sequestri della
Guardia di Finanza di Livorno nei primi degli anni Novanta.
Che le Secche
della Meloria abbiano costituito un pericoloso punto di naufragio in
tutti i tempi è un fatto semplicemente intuitivo e la letteratura ne
conosceva, attraverso ritrovamenti anche clamorosi, l’importanza e la
ricchezza come giacimento di relitti o di carichi perduti. Non erano
però state condotte vere e proprie campagne di ricognizione sistematica
finché una proficua collaborazione fra l’Università degli Studi di
Pisa, Insegnamento di Topografia Antica, volontari dell’Archeosub di
Livorno e il Nucleo Sub della Soprintendenza, con l’appoggio del
Nucleo Sommozzatori dei Vigili del Fuoco di Livorno, ha permesso di
raggiungere, in tempi relativamente brevi, alcuni significativi
risultati. Oltre che sulle segnalazioni dei volontari si è lavorato sui
dati del nostro Archivio Storico, nell’ambito di una ricerca globale
sulle acque del livornese che ha permesso la realizzazione di due tesi
di laurea, fatto questo di non poca importanza se si pensa alle scarse
possibilità che si offrono ai giovani studenti che intendano dedicarsi
alla ricerca subacquea.
Si sono
quindi identificati tre relitti, tutti a bassa profondità (la massima
non supera i 4,5 m) ampiamente saccheggiati, danneggiati da vandalismi e
dal moto ondoso delle violente libecciate della Meloria, relitti che
pure hanno ancora fornito preziose indicazioni per la ricostruzione
storica delle rotte e dei commerci di questo tratto del Mediterraneo
nord occidentale.
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Il relitto della
Torre -3 m di profondità- in stato di avanzata
frantumazione, oggetto di continuo saccheggio, di cui restano tredici
grandi blocchi di frammenti ceramici ancorati al fondo da un
rivestimento di solida concrezione marina; una campionatura del poco che
sopravvive ha permesso comunque d’ identificare un carico composto da
due tipi di materiali ben definiti e omogenei fra loro. Anfore greco-italiche
arcaiche e ceramica da mensa a vernice nera pongono così il
naufragio della nave da trasporto intorno alla metà del III secolo
a.C.; i frammenti anforacei (con bolli in lettere greche) recano ancora tracce di sostanza isolante e inseriscono la rotta della nave in quel
flusso commerciale basato sull’esportazione del vino italico dal sud
della penisola verso le coste della Gallia, e dei relativi serviti da
mensa, già da epoche ben precedenti a quella del dominio di Roma sull’intero
Mediterraneo.
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Il relitto
dei dolia - 4,5 m di profondità - di cui restano tracce
costituite da una notevole concentrazione di orli, pareti e grappe in
piombo a coda di rondine per la riparazione delle fenditure. Resti del
fasciame e parte di un’ordinata sono stati rintracciati recentemente
durante un’immersione di controllo con limitato uso di sorbona. Un
fitto strato di radici e una prateria di posidonia impediscono una più
chiara visione della consistenza della nave oneraria, il cui naufragio
può essere collocato nella prima metà del I secolo. A breve
distanza dal relitto dei dolia, su un fondale di circa 4 m,
giacciono gli imponenti resti di un carico di marmo bianco (undici
grandi blocchi squadrati e un probabile fusto di colonna già lavorato)
per un peso totale calcolabile attorno alle cinquanta tonnellate.
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Non
possiamo affermare con certezza che la nave lapidaria naufragata fosse d’età
imperiale poiché non v’è più traccia di materiale associato nel
carico, ma sappiamo che il marmo di Luni, trasportato verso la capitale
e impiegato nell’edilizia a partire dall’età di Augusto, percorreva
normalmente questa rotta.
L’impegno
degli ultimi due anni si è riversato in buona parte nelle campagne di
scavo del cosiddetto "Relitto B", che giace a una profondità
di soli 4 m circa sui fondali della Cala del Barbiere di Punta Ala, in
comune di Castiglion della Pescaia (GR). Poco lontano, nel bacino ove
sorge l’attuale porto turistico, Nino Lamboglia nel 1974 aveva
condotto due campagne di scavo sui resti di un naufragio di III secolo,
poi impietosamente obliterati dalla gettata cementizia dell’odierno
molo n. 4. Le notizie di rinvenimenti e le segnalazioni si sono in
seguito concentrate sulla Cala del Barbiere, rimasta libera da strutture
artificiali. Qui la Soprintendenza aveva intrapreso ricerche, con la
direzione di Mario Cygielman, già nel 1993-94 eseguendo saggi di scavo
che avevano portato al rinvenimento di almeno due giacimenti, detti
appunto "Relitto A" e "Relitto B". Solo nel 1998 si
sono potuti riprendere i lavori con il ricostituito Nucleo Subacqueo,
per la durata di un mese.
La campagna
di scavo stratigrafico si è concentrata sul "Relitto B",
rivelando una notevole mole di materiali e parte dello scafo. E’
apparso evidente che si trattava di una grande oneraria, naufragata fra
la fine del I e il II secolo, con un carico misto di abbondante
varietà. Questi positivi risultati hanno portato a una seconda campagna
di cinque settimane nel 1999, che ha fruttato ulteriori elementi per la
ricostruzione dell’architettura della nave e per la composizione del
carico.
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Dello scafo
si sono messi in luce due tronconi. Il primo è costituito da
una parte della fiancata di circa 2 x 2 m con cinque ordinate ancora in
posizione, sotto le quali si conservano otto corsi del fasciame in
connessione; si tratta probabilmente di parte della fiancata presso la
chiglia in corrispondenza di una sezione dello scafo piuttosto centrale
(la curvatura delle ordinate è pressoché impercettibile e i fori di
biscia si trovano a metà circa delle ordinate stesse). Il secondo
troncone (portato in luce nella campagna del ‘99) consta di sei
ordinate, disposte parallelamente fra loro, a sud-est del primo
troncone, con orientamento e quote diversi dalle precedenti. Questa
parte della fiancata appare adagiata sul fondo con il fasciame rivolto verso l’alto
(pochi i frammenti superstiti) come indica la posizione
dei fori di biscia e la curvatura delle ordinate.
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Non si sono rinvenuti
invece né la chiglia né i madieri, o parti di essi, il che porta a
ipotizzare che le due parti di fiancata scoperte corrispondano al lato
dello scafo che non poggiava direttamente sul fondo e che pertanto, col
passare del tempo, si è staccato dalla chiglia stessa. Una terza
campagna è in progetto per la ricerca delle altre parti dello scafo. La
struttura appare comunque di buona robustezza, come sembrano indicare la
frequenza delle ordinate (la misura delle maglie va da 9 a 17-20 cm) e
lo spessore del fasciame (5-6 cm); inoltre la lunghezza massima delle
ordinate rilevata arriva a 2,31 m; indizi questi che porterebbero a
pensare a un’oneraria di notevoli dimensioni, spezzata in più parti e
ulteriormente collassata dal moto ondoso e dall’azione degli organismi
xilofagi.
Di
conseguenza nessuno dei reperti che costituivano il carico si trovava
nella posizione originaria di stivaggio e solo in alcuni casi i reperti
stessi giacevano a contatto con lo scafo, mentre la maggior parte del
materiale è stato rinvenuto negli strati soprastanti (il relitto si
trova a circa m 1,20 sotto il livello superficiale dell’attuale fondo
sabbioso) e in stato estremamente frammentario; la vicinanza
alla costa e la scarsa profondità possono far apparire verosimile un’attività
di recupero già all’epoca del naufragio. Il carico, il cui studio
sistematico è in corso, era costituito essenzialmente da anfore e
vasellame da mensa in terra sigillata: le prime sono riconducibili alle
forme Dressel 20 , Gauloise 4 e 5 , Forlimpopoli B,
Dressel 2-4 e alla cosiddetta anfora di Spello (Ostia II, 521/
Ostia III , 369-370).
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Il vasellame da mensa comprende una
significativa quantità di terra sigillata tardo italica, liscia -piatti
su piede, coppette, bicchieri, lucerne- e decorata -spiccano le grandi
coppe carenate Dragendorff 29 - e africana A con piatti e ciotole.
Fra i bolli più noti, Lucius Rasinius Pisanus e Sextus
Murrius Pisanus. Si distinguono, al di fuori delle produzioni
ceramiche, due coppe in vetro verdazzurro (forma Isings 1957
3a), databili agli inizi del II secolo. La ceramica
africana da cucina e la ceramica comune possono aver fatto parte, più
che del carico, della normale dotazione di bordo.
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Il naufragio può
essere inquadrato tra l’età traianea e gli inizi di quella adrianea e
i materiali appaiono cronologicamente coerenti, anche se di diverse aree
di provenienza. Si può in conclusione pensare a una nave oneraria che
ha stivato il suo carico misto in un grande porto oppure che ha toccato,
nel suo ultimo viaggio, differenti porti del Mediterraneo occidentale,
dalla Penisola Iberica alla Gallia, fino alle coste dell’Etruria
Settentrionale, visitando certamente il Portus Pisanus.
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Fra
i numerosi problemi che afferiscono alla conduzione di un cantiere di
scavo subacqueo, quello del corretto recupero del materiale archeologico
dalla giacitura originaria e dei primi interventi di conservazione è
senz’altro uno dei più importanti. I due anni di scavo a Punta Ala
hanno permesso di sperimentare alcune tecniche specifiche su materiali
di diversa natura, tecniche del tutto particolari, che Roberto Bonaiuti,
del Centro di Restauro della Soprintendenza, ha prima testato in
laboratorio e poi sperimentato in numerose campagne subacquee.
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Un’operazione
del tutto particolare, che esula dalla normale esperienza della ricerca
subacquea, è avvenuta nel marzo del 1999 nelle acque a sud dell’Elba,
in vista dell’isola di Montecristo, grazie alla collaborazione in
forma volontaria della Comex di Marsiglia, nota per le numerose
campagne di archeologia delle acque profonde svolte sotto la guida del DRASSM,
organo per la ricerca e la tutela del patrimonio subacqueo della
Francia. Il sottomarino biposto Rémora 2000, capace di
raggiungere profondità fino a 600 m per una durata d’immersione di
circa dieci ore, con l’appoggio della nave Minibex, dotata a
bordo di strumentazione tecnologicamente avanzata, ha raggiunto un
relitto di grande oneraria alla profondità di 177 m, che era già stato
avvistato e segnalato in passato dalla stessa Comex durante
ricerche di relitti moderni.
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Una volta effettuata la discesa, della
durata di circa sei minuti, sulle coordinate ottenute dal GPS di ultima
generazione, il giacimento è apparso in stato di quasi totale
frantumazione, ma ancora spettacolare per le dimensioni: il cumulo di
anfore (meglio dire di ciò che resta di esse) occupa una superficie di
circa m 25x4 e non è stato risparmiato in alcuna parte dal passaggio
ripetuto e continuato delle reti a strascico. Il carico sembra essere
costituito soprattutto da anfore betiche di prima età imperiale (si
riconoscono, a un primo esame, Haltern 70, Beltrán II B e
anche le tarragonesi Pascual 1), delle quali non sono state
eseguite campionature. L’immersione ha avuto una durata di un’ora e
trentasette minuti, con realizzazione di riprese video e copertura
fotografica. Le coordinate sono state fornite alla Capitaneria
di Porto competente per l’emanazione di un’ordinanza di divieto al
passaggio delle imbarcazioni da pesca d’altura, nel tentativo di
risparmiare ulteriori danni al giacimento.
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Il lavoro
subacqueo della Soprintendenza Archeologica per la Toscana si riversa
costantemente nella redazione della carta archeologica dei siti
sommersi: una prima "carta di distribuzione dei rinvenimenti"
era comparsa nel lontano 1982 sul quarto supplemento al "Bollettino
d’Arte", Archeologia Subacquea 1, ove la
parte riguardante la Toscana è sufficientemente estesa, comprendendo il
territorio da Livorno all’isola di Giannutri. I dati provenivano dall’Archivio
Storico della Soprintendenza, dalle segnalazioni, dai recuperi casuali e
soprattutto dalla già ricordata attività di scavo di Nino Lamboglia e,
in seguito, di Francisca Pallarès nei mari toscani. Queste ricerche
avevano ampiamente dimostrato la notevole importanza di quelle coste e
delle isole dell’Arcipelago, poste al centro delle rotte del mondo
antico, come una sorta di ponte di collegamento fra oriente e occidente,
intensamente attraversato dai flussi commerciali dell’Etruria prima e
poi da quelli d’età repubblicana e imperiale. Il decennio che segue
la pubblicazione di questi dati preliminari è caratterizzato dall’intensa
attività subacquea della Soprintendenza, mentre l’edizione dei
risultati prosegue con articoli e monografie, culminando con i due
cataloghi delle mostre Relitti di storia (1991) e Memorie
Sommerse (1998).
Ultime
notizie: dal 30 agosto al 24 settembre 2000 si è svolta la
terza campagna sul Relitto B di P. Ala, con la partecipazione del Nucleo
Interventi di Archeologia Subacquea dell'Istituto Centrale del Restauro
di Roma.
Ha
collaborato anche il Nucleo Sommozzatori della Guardia di Finanza di
Livorno.
Nucleo
Operativo Subacqueo (N.O.S.) della Soprintendenza Archeologica della
Toscana
Pamela
Gambogi: archeologo coordinatore
Roberto
Bonaiuti: capo tecnico restauratore
Alessandro
Pareti: assistente tecnico fotografo
Paolo Volpe
Rinonapoli: capo addetto servizi di vigilanza
Arcangelo
Alessandri: addetto servizi di vigilanza
Roberto
Carnesciali: addetto servizi di vigilanza
Fabio
Bacchini: addetto servizi di vigilanza (ora operatore subacqueo
specializzato presso la Soprintendenza Archeologica delle Marche)
Hanno
collaborato costantemente Sergio Bargagliotti e Franca Cibecchini,
archeologi subacquei.
La sede del
Nucleo è presso la Soprintendenza Archeologica della Toscana, in via
della Pergola 65, 50121 Firenze, tel.: 055/23575, fax.: 055/242213
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