II SESSIONE
"Nuove Droghe:
La Situazione Attuale"

Nuove Droghe e Loisir

Renato Bricolo
Psichiatra-Psicoterapeuta, Consulta esperti Tossicodipendenze del Ministero Solidarietà Sociale

E' chiaro che questa non è la sede (anche se potrebbe essere suggestivo) per fare una rassegna di tutti gli interventi e di tutti i progetti e programmi che si sono susseguiti in questo periodo.
Procederò per punti dando delle suggestioni e utilizzando il metodo dell'accompagnamento, a me molto caro, cercherò di accompagnare chi è qui a compiere questo percorso a grandissimo raggio per comprendere quante cose si sono modificate in questi anni e quindi anche come anche teoricamente si potrebbe prevedere di lavorare.
Discutendo il titolo con il Dott S. Bertoletti, abbiamo scelto questo, anche se obiettivamente il periodo che riguarda questa rassegna è inferiore ai dieci anni: infatti la grande parte delle iniziative non risale a più di sette, otto anni, poiché prima il fenomeno delle discoteche ed in generale dello scenario della notte non aveva né il rilievo né i connotati che ha assunto dopo.
Fin dall'inizio del nostro intervento, però c'è stata la percezione che qui noi avevamo a che fare con delle situazioni profondamente diverse da quelle caratteristiche della dipendenza da eroina, che eravamo abituati ad affrontare e che quindi non era pensabile utilizzare i criteri, le interpretazioni, le impostazioni e le dotazioni psicologiche, mi verrebbe da dire, prima ancora che terapeutiche e culturali, che noi avevamo utilizzato e che stavamo utilizzando bene o male per le dipendenze da eroina. La percezione che il fenomeno era diverso e che proprio per questo bisognava affrontarlo in modo diverso, è stata centrale e credo che sia stata anche profondamente vincente.
Un'altra considerazione centrale alla nuova e diversa impostazione e che ci ha aiutato molto è stata la constatazione che questi consumi avvenivano prevalentemente in occasioni di grandi rituali, avvenivano all'interno di luoghi, avvenivano all'interno di racconti, in ambienti organizzati per questa finalità, attrezzati ad offrire divertimento e svago (anche se ovviamente il consumo non era parte dell'organizzazione della serata o dell'avvenimento in sé): le relazioni di questa mattina sono state assolutamente di buon livello, per cui salto tutti questi collegamenti che ritengo acquisiti, proprio perché sono stati già richiamati questa mattina.
Quindi non c'era più un consumo rigorosamente privato o al massimo di piccoli gruppi, c'era un consumo che diventava un po' rituale, che diventava forse parte di un rituale, che avveniva in contesti e in contenitori. Quindi anche da questo punto di vista non era pensabile non poter tentare di entrare in rapporto con questi contenitori, con questi luoghi, con questi operatori.
E' chiaro che così non è stato e non poteva essere con i consumatori di eroina. Io credo che sia anche perché la molecola è diversa, le ritualità sono diverse, comunque storicamente, limitiamoci a dire questo, non era possibile, con gli eroinomani, pensare a degli interventi complessi di alleanza con momenti di organizzazione e con gli stessi consumatori, come invece è stato possibile fare per le cosiddette nuove droghe. Con questo tipo di consumatori sì e con chi lavorava, non già per favorire il consumo, ma per offrire invece divertimento e occasioni di incontro era pensabile e possibile collegarsi. Questo è stato un altro momento molto importante.
Quando abbiamo cominciato a lavorare anni fa la coincidenza fra proprietari di discoteche e spacciatori, presso la pubblica opinione, era quasi una costante. In alcuni casi forse c'era del buon senso nel mettere insieme le due cose, nel far coincidere questi due mondi, però in realtà la grandissima parte dei proprietari e degli operatori ai più diversi livelli hanno dimostrato nel tempo una grande disponibilità ad agganciarsi ad alleanze di lavoro in interventi di prevenzione e contrasto dell'uso assolutamente impensabili; tale disponibilità si è rivelata buona fino al punto che l'anno scorso il ministro per la solidarietà sociale ha potuto stilare un protocollo di intesa con i proprietari di discoteca per armonizzare, organizzare una relazione che però, per quasi tutti gli operatori dei vari gruppi, si era già dimostrata percorribile.
Come la collega Tedici ci ha illustrato questa mattina parlando della sua esperienza del Jaiss, nell'ambito del suo territorio, molti altri gruppi nelle più diverse contrade del nostro paese, hanno trovato ampi spazi di collaborazione ed integrazione operativa. Anche questa quindi una novità assolutamente importante: siamo riusciti a comprendere che non dovevamo demonizzare questo mondo, ma piuttosto rapportarci ad esso ed aiutarlo ad evolvere con noi. Molte volte si è criticato il mondo della proprietà dicendo, ripeto, che era quasi convivente o che comunque non aveva dato una giusta importanza al problema dell'ecstasy, degli eccitanti, dell'abuso dell'alcol, ecc. Però io dico sempre, e non perché pagato dal S.I.L.B. (sindacato italiano locali da ballo) che in fondo dieci anni fa molti di noi e molti colleghi del Ser.T, molti colleghi di comunità, nulla sapevano di queste sostanze, la cui diffusione avveniva in canali sconosciuti alla grande parte di noi ed a nostra insaputa. Diventa un po' scorretto pretendere che i proprietari di discoteche sapessero dieci anni fa sulle Nuove Droghe più di quello che potevano o forse dovevano, o avrebbero dovuto sapere molti operatori di servizi. Il fenomeno della diffusione di questi nuovi stili di vita fondamentalmente esportati da Ibiza ha trovato impreparati molti di noi, ed è impensabile che a fronte della nostra ignoranza gli imprenditori del divertimento notturno fossero a conoscenza di tutti i dettagli, degli effetti, conseguenze ecc. che tali sostanze inducevano.
La rinuncia alla presunzione di colpevolezza nei loro confronti, l'umiltà con la quale siamo entrati in questo mondo ci ha permesso di metterci in rapporto con loro e abbiamo esperimentato una possibilità di collaborazione; tutte le ultime esperienze in questo senso sono risultate positive, tranne tutto sommato delle eccezioni che possono esserci in ogni situazione. Abbiamo cominciato a incontrare quindi gruppi grandissimi di giovani. Il libro di Maria Teresa Torti "Abitare la notte", libro che io amo moltissimo, e che continuo a raccomandare che venga letto, fornisce dei dati interessanti: sono circa sei milioni all'anno i frequentatori di discoteche.
Quindi evidentemente siamo di fronte ad un fenomeno enorme. Entrare in quest'ottica di rapporto con questo mondo, con gli organizzatori di questi eventi eccetera, ci ha permesso finalmente di approcciare vasti gruppi di giovani delle nuove generazioni e di incontrare persone, che magari malamente e magari pericolosamente, si divertivano o tentavano di farlo.
In questo modo abbiamo cominciato a rapportarci con loro, abbiamo cominciato a conoscerli e abbiamo anche cominciato a seguirli nelle loro trasmigrazioni, di cui abbiamo già sentito parlare stamattina, dalle discoteche ai raves, ma, anche, perché no, ai parchi, ma perché no ai pubs, ma perché no a tutta una altra serie di situazioni che di giorno in giorno diventano sempre più importanti nello scenario dell'aggregazione spontanea dei giovani. Questa è un'altra grande lezione che abbiamo imparato e che stiamo imparando. Se vogliamo rapportarci con questi fenomeni assolutamente spontanei, (io non ho mai creduto alla dietrologia, sicuramente poi non in questo settore), dobbiamo avere anche la capacità e la duttilità di seguire i nostri utenti nelle loro trasmigrazioni e nei loro cambiamenti. Questa metodologia che ha trasferito operatori prevalentemente del privato sociale, ma non solo, nei luoghi dove queste aggregazioni avvengono, ha permesso che contattiamo questi giovani, che li conosciamo, che non li classifichiamo, che non li schediamo, che non li facciamo rientrare nelle nostre organizzazioni psicopatologiche, ma che li potessimo incontrare nella loro realtà, nel bene e nel male.
Abbiamo incominciato, quindi, anche a sprovincializzare un certo concetto di giovani che fino a dieci anni fa tutto sommato c'era, quando ci soccorrevano categorie e forme mentali di stretta osservanza psicopatologica, quando ogni de-vianza comportamentale, ancorchè occasionale od episodica, era considerata prova ineluttabile di patologia o di tossicodipendenza.
Perché grazie a noi, diceva Merlo questa mattina, (e spero che in parte abbia almeno ragione, oltre che a lui ovviamente), grazie a noi è stato possibile mantenere questo collegamento con i fenomeni nuovi che emergevano e che altrimenti sarebbero restati molto lontani, probabilmente difficilmente conoscibili e inaccessibili alla conoscenza con la conseguenza che, come sempre, ciò che non è noto e non è introiettato, diventa facilmente mostruoso, diventa facilmente terrificante.
Abbiamo sprovincializzato il nostro modo di vedere, abbiamo collegato questi eventi italiani a eventi internazionali, Berlino è iniziata a diventare significativa accanto a tutta un'altra serie di altre manifestazioni che ripeto altrimenti ci sarebbero state completamente estranee. Quindi fondamentalmente, se non dieci anni fa otto anni fa, all'apparire di questo fenomeno siamo riusciti ad impostarlo, perlomeno in modo diverso da prima, siamo riusciti ad entrare in rapporto con, siamo riusciti a evolvere con, senza cadere d'altra parte in una totale identificazione con i consumatori che sarebbe stata criminale oltre che sciocca.
A distanza di anni, esaminando i progetti che quasi tutti i fondatori di questo gruppo hanno messo in piedi, vengono fuori alcune importantissime modifiche e acquisizioni.
La prima: che quasi tutti i progetti hanno la necessità di ampliare l'area di intervento dalle discoteche ad altri luoghi d'incontro e di potenziale consumo. Questa dilatazione dell'evento dalla discoteca o dal rave verso altre modalità o possibilità di aggregazione giovanile è assolutamente importante. Noi non possiamo pensare di rapportarci con le nuove generazioni che cambiano a ritmo vertiginoso se non restiamo continuamente in contatto con loro e non ci spostiamo con loro, "ad occupare" gli spazi che loro pian piano occupano.
Un altro punto importante è che c'è in quasi tutti i progetti la preoccupazione di contestualizzare bene l'intervento. Questo è un dato molto originale e rimando a quanto il Dott. C. Cippitelli diceva stamattina parlando di territorialità. Territorialità nel senso geografico, ma proprio, oserei dire, anche di conoscenza delle caratteristiche antropologiche, degli usi, costumi del territorio dove si va ad operare. Il contratto o il contatto quantomeno con la proprietà, con gli operatori, per aiutarli a comprendere, a farsi accettare e riconoscere e a conoscere e relazionarsi con loro, è un altro dato presente in tutti i progetti e che è' secondo me assolutamente importante.
Ancora, in quasi tutti i progetti, appare la necessità di modificare anche i linguaggi e gli strumenti utilizzati, a seconda dei contesti nei quali si va ad operare. Nella primitiva impostazione si contava quanti preservativi o quanto materiale cartaceo prodotto da grandi esperti erano stati distribuiti.
Adesso un po' meno si conta questo e si comincia maggiormente a vedere la necessità di differenziare gli interventi: è chiaro che se si opera in luoghi di consumo, è poco importante andare con le magliette e con i cappellini.
Credo che sarebbe più importante andare con dei referti d'analisi in mano. Poter cominciare a dire: "Guarda che questo è questo" "che può produrre quest'altro", e mi pare che la necessità di arrivare a poter fare le analisi delle sostanze in circolazione, in modo da sapere che cosa è presente sullo scenario del consumo, sia profondamente radicato in quasi tutti i gruppi, tranne in chi lo deve autorizzare, stranamente. Io non riesco bene a comprendere per quale motivo e mistero nel nostro paese, le analisi delle sostanze possano essere fatte soltanto in ambito di polizia giudiziaria e repressiva. Perché in realtà solamente le sostanze sequestrate vanno sottoposte ad analisi, ma i referti vengono dati poi alla autorità giudiziaria per il processo che è in atto e non vengono neanche divulgati, con il risultato che di sostanze, molte volte nuove, molte volte sconosciute e di cui si sa molto poco, molto poco si continua a sapere.
Ora, anche a prescindere dalla opportunità di poter intervenire in modo documentato e scientificamente ineccepibile sul luogo del consumo, pensiamo ai colleghi di pronto soccorso di ospedali spesso periferici e piccoli che vengono a trovarsi di fronte ragazzi che stanno male e di cui neanche si viene a sapere l'origine probabile o possibile di questo malessere. Quindi la necessità di declinare l'intervento in modo diverso a seconda del luogo dove si opera e del contesto nel quale si opera e delle sue caratteristiche. E' chiaro che se si va a parlare in un biennio di scuola media-superiore, può essere inutile portare i referti di analisi in circolazione nella zona, ma se si va nelle aree di consumo può essere necessario farlo. E' chiaro che se si fa un discorso di prevenzione molto ampia e primaria, si possono e si debbono utilizzare dei linguaggi che invece diventano sciocchi o superficiali se si utilizzano in contesti diversi. Ed anche questo è una conquista di una necessità di differenziazione non piccola. Un altro punto, che quasi tutti i nuovi progetti hanno in comune, consiste poi nella necessità di trasformare queste presenze di operatori sul campo da presenze sporadiche, a spot, come si suol dire, in presenze relativamente continuative e la dottoressa Tedici stamattina ne ha parlato molto bene. Perché la presenza nel tempo nei luoghi di divertimento ha permesso di vedere che è possibile trasformare queste occasioni in effettivi luoghi d'incontro dove si da il materiale cartaceo, ma dove è possibile anche cominciare uno scambio, cominciare un conoscenza reciproca, cominciare a ricevere dei messaggi di malessere e di sofferenza, di necessità di intervento e quindi di necessità di organizzazione di risposta. In una prospettiva che si fa più clinica, potremmo dire che è possibile cominciare a pensare anche a delle prese in carico precoci veicolate da questa dislocazione periferica degli operatori a patto che la rete dei servizi cominci ad articolarsi fino alla periferia per permettere questa presa in carico.
La presa in carico di queste possibili nuove realtà impone che si recuperi un approccio dinamico, che sia in grado di contestualizzare gli interventi e la situazione che si ha di fronte, senza necessariamente interpretarla secondo stereotipi di dipendenza anche dove di questa non c'è neanche l'ombra, e dove, molto probabilmente, non ne esistono neanche i presupposti. Non è pensabile che il nostro linguaggio tecnico-scientifico non preveda altre possibilità di classificazione di questi livelli di consumo se non come dipendenze. Molte di queste sostanze ancorché pericolosissime non danno dipendenza: basta l'LSD per fare un esempio. Eppure noi continuiamo culturalmente e concettualmente a considerare tossicodipendenti tutti i consumatori di non importa quale sostanza. L'approccio verso questi ragazzi deve essere completamente diverso. Man mano che la clinica si sviluppa, e mi avvio alla conclusione, e cominciamo a vedere nei nostri ambulatori, nei nostri studi queste persone, sempre più vediamo dei collegamenti fra ambiti clinici apparentemente diversi. E ci sono consumatori di eccitanti che cominciano ad avere prima o dopo o insieme disturbi nella sfera dell'alimentazione; le anoressie sono spesso collegate a questo e può presentarsi tutto un altro tipo di disturbi a cascata: aggressività, disturbi della memoria, dell'affettività, alterazione della percezione del tempo, difficoltà a concentrarsi, reazioni depressive. Cominciamo cioè ad avere quadri che anche se non sono di tossicodipendenza possono richiedere interventi assistenziali e diagnostici. Quindi emerge la necessità di riorganizzare i servizi, la necessità di conoscere bene le sostanze, la necessità di fare buone diagnosi. Abbiamo molto spesso adolescenti in situazioni estremamente delicate e quando io chiedo l'intervento della presa in carico precoce sono anche terrorizzato di una psichiatricizzazione ipersemplicistica di queste situazioni
Accenno solo al fascino sempre più inquietante che l'eccesso sembra assumere sui giovani, e non solo, giovani che si vedono sempre più coinvolti in ipotesi di grandeur esistenziale che sola merita la pena del vivere.
Ecco allora che man mano che noi ci avviciniamo ed entriamo in rapporto dialettico con queste realtà e man mano che facciamo quest'operazione ci vengono suggestioni di nuove sfide e di prese in carico progressivamente più ampie E' chiaro che questa diventa una sfida per chi lavora in prima linea, ma diventa anche una sfida per chi lavorando poi negli altri punti deve imparare a riorganizzare le proprie modalità di intervento, a rivedere la propria strategia dimenticando il concetto di dipendenza, perché in molte situazioni è più di impiccio che di aiuto.

 

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Pagina a cura di Nicola Gambi
Data di verifica/aggiornamento: 19-04-2001