Programma Cultura 2000
Comune di Firenze
ReGreen
Rehabilitation of Public
Historical Urban Gardens and Greenhouses of the 19th Century
Anna Guerzoni
Prospettive per il
Tepidario e il giardino dell’Orticoltura
ReGreen 1° INCONTRO
Vado a descrivere una storia che racconta di un’identità persa.
La storia parte da lontano, quando Firenze in questo punto si apriva alla campagna.
Non è la storia di un giardino pubblico come quelli che si facevano nell’ottocento, dei quali abbiamo ascoltato stamattina le vicissitudini, ma la storia di una Società che fondò sul giardino il suo manifesto naturale, lo strumento operativo ed il proprio mezzo di sussistenza.
Ne farò un breve racconto traendo le notizie principalmente dal prof. Bencivenni.
L’iniziativa di dar vita ad una Società Toscana di Orticoltura venne assunta dall’Accademia dei Georgofili che nel 1852 istituì una Commissione presieduta dal marchese Torrigiani e composta da dodici membri, con il fine di sperimentare, promuovere e diffondere la cultura degli orti e dei giardini, implementando il prezioso impulso dato già dai Georgofili nel campo dell’agricoltura e della botanica.
Lo stimolo a compiere tali ricerche per la trasformazione della coltura degli orti, precorso di mezzo secolo dalla attività della Royal Horticultural Society inglese, nasce senz’altro dalle mutate condizioni economiche e sociali che investono ambedue i paesi; l’incremento della popolazione nelle città pone il problema della alimentazione di un numero sempre maggiore di persone concentrate in agglomerati urbani e la necessità di un rinnovamento e di una trasformazione dell’attività di coltura degli orti come complemento a quella dei campi.
L’attività della Società sarà per tutto il suo svolgimento condizionata dai problemi finanziari, dovuti soprattutto ai costi elevati di gestione non supportati da adeguati introiti della attività commerciali del giardino.
Le iniziative della Società vennero avviate diversi anni prima di possedere il giardino. Furono promosse molte esposizioni allestite nei giardini dei palazzi signorili di Firenze. Il grande successo delle manifestazioni e l’agonismo che si scatenò tra i nobili partecipanti ai concorsi indetti, ebbe risonanza al di fuori della città ed è segnalata la presenza di numerosi visitatori dall’estero. A tutto ciò fece seguito anche il riconoscimento della Società da parte del Granduca.
La possibilità di disporre di un giardino sperimentale si concretizzò sei anni dopo la costituzione della società, grazie alla disponibilità del socio Marchese Ginori Lisci, che donò il podere posto oltre il parterre di San Gallo, tra il fiume Mugnone e la via Bolognese, in località Pellegrino.
Della grandezza di oltre due ettari con ottima esposizione a sud anche se aveva il difetto di essere attraversato dalla ferrovia, che separava la zona meridionale pianeggiante da quella collinare a nord detta per questo "la montagnola". La presenza di case coloniche da poter adattare agli scopi della Società favorì le attività, anche se fu subito temuta e per altro confermata, l’influenza della distanza e della difficoltà di raggiungimento sulla scarsa fruizione.
I lavori di trasformazione dell’area durarono svariati anni durante i quali venne messo a punto il piano delle coltivazioni e vennero reperite le piante madri, frutto di donazioni di orticoltori, agronomi e nobili.
Solamente nel 1862 fu possibile svolgere nel giardino la prima esposizione e si dovrà attendere fino al ‘68 per vedere l’apertura al pubblico, pur non avendo definitivo; per tale occasione venne realizzato un padiglione in legno dominato da un tiburio ottagonale nel centro detto "padiglione cinese" e furono organizzati intrattenimenti che attirarono molti visitatori. Ciò fu deleterio per il giardino: si rese da subito evidente l’incompatibilità tra tali feste e l’attività di giardino sperimentale per l’orticoltura; poco dopo queste manifestazioni vennero abolite puntando allo sviluppo dell’aspetto commerciale del giardino, indirizzandolo, in deroga allo statuto, prevalentemente verso la frutticoltura.
Momenti di grosso prestigio furono raggiunti attraverso le manifestazioni pubbliche e le periodiche Esposizioni, ma analizzando i documenti redatti durante le riunioni risulta evidente l’andamento ad impulsi dell'attività. Sono le manifestazioni che, riscuotendo grande successo di pubblico e di denaro, danno la possibilità di effettuare investimenti e realizzare manufatti che arricchiscono il giardino e rendono possibile la prosecuzione della ricerca, la cui passività economica finiva sempre per superare i benefici della azienda societaria.
Se da un lato, l’aspetto della sperimentazione pratica nel giardino e l’affluenza di pubblico non danno i risultati sperati, dal punto di vista culturale negli anni che vanno dal 1876 al 1891 la Società raggiunge l’apice del consenso e del fermento, vengono istituite le Conferenze orticole, viene pubblicato il Bullettino, organo ufficiale della società, che per anni sarebbe stata la più importante pubblicazione del genere in Italia, promuovendo l’istituzione di una Federazione orticola nazionale.
E fu proprio nel giardino dell’Orticoltura a Firenze che nel 1880 venne organizzata la prima Esposizione della nuova Federazione orticola nazionale. Questo evento venne celebrato con la costruzione del grande tepidario progettato dall’ingeniere-architetto Giacomo Roster, per accogliere piante dei paesi caldi.
Il tepidario fu eretto nella stessa area occupata anni prima dal padiglione cinese.
Ispirato al Crystal Palace di Joseph Paxton del ’51, e al giardino d’inverno della Royal Horticultural Society, si tratta comunque di un progetto originale con struttura in ferro e vetro di stile moresco fiorito, con innovazioni stilistiche e tecniche originali come la prefabbricazione ed il successivo montaggio di alcuni elementi strutturali.
A pianta rettangolare con superficie coperta oltre 650 mq., ha un’altezza massima di 14 ml., lungo 38,50 ml. e largo 17 ml., sorretto da 24 colonne in ghisa. Notiamo il particolare delle colonne con interno cavo per il convogliamento e la defluizione delle acque piovane. Il resto della struttura è realizzato in ferro cilindrato.
All’interno furono costruite due vasche con nicchie e spugne minerali addossate alle torrette contenenti le scale d'accesso ai ballatoi. Vennero piantati svariati esemplari di piante, con continue modifiche, tra cui alcune palme poi eliminate perché troppo cresciute.
L’estrema adattabilità dello spazio progettato e delle tecniche adottate permisero all’edificio di essere sede di mostre e manifestazioni di musica, arte ed esposizioni avicole.
Vennero svolti anche lavori di riordino del giardino, fu demolito il torrino per il sollevamento dell’acqua e fu portata l’acqua potabile.
Il nuovo tepidario ebbe anche l’effetto di stimolare l’interesse per le colture forzate in serra, promuovendo negli anni immediatamente seguenti la costruzione di un’altra serra per la coltura degli ananassi, un’arancera, semenzai a letto caldo e l’impianto di riscaldamento per il tepidario.
Un’idea sensibile sullo stato e la forma del giardino dopo questi interventi la possiamo avere dalla planimetria del giardino pubblicata dal Bollettino nel 1887 in occasione dell’esposizione organizzata per lo scoprimento della facciata del Duomo.
Come si nota dalla pianta, la zona pianeggiante ad est è destinata a pomario, indicando l’indirizzo, da molti criticato, prevalentemente ortofrutticolo dell’azienda; il settore mediano è occupato da numerose aiuole reniformi ospitanti piante ornamentali come conifere e palme; a nord lungo la ferrovia la serie delle serre, tra le quali il tepidario; oltre la ferrovia il chiosco per la musica, il ristorante-caffè e le fontane, mentre sulla montagnola il vigneto.
Il successo della società, riconfermato anche dall’ultimo evento, non impedisce l’aggravarsi della difficile situazione economica, per tamponare la quale inizierà uno stillicidio di vendite di parti del possedimento ad iniziare da una casa colonica ad appezzamenti di terreno di oltre mille metri quadri.
Ciò consentì la realizzazione di un nuovo tepidario per la produzione di garofani e l’organizzazione, nel 1903, di una Esposizione Orto-Avicola con un’eccezionale presenza e ricchezza di padiglioni tale da mettere in secondo piano il giardino: il Padiglione delle Ceramiche, il Padiglione dell’Eritrea, etc.
Detta tendenza continua anche nell’Esposizione del 1911 e finirà per modificare definitivamente la forma e l’immagine del giardino, come la modifica del viale che dall’accesso da via Vittorio Emanuele conduce al tepidario, la realizzazione di una loggia aperta nel centro del giardino, la sistemazione a parterre con vasche circolari e tutto il settore est stravolto da padiglioni espositivi, ( tra cui la loggetta Bondi) la realizzazione di un cavalcavia in legno, speciali sistemazioni all'interno e all'esterno del tepidario.
Le entrate di questa che fu l’ultima Esposizione risanarono a mala pena i debiti della Società, ma lo stallo che seguì la guerra del 14-18 fece arrendere i soci all’ipotesi della vendita che venne stipulata con il Comune nel 1932, segnando la conclusione della storia della Società Toscana di Orticoltura e l’avvio di quella del giardino pubblico del Pellegrino.
E adesso questo spazio, questi oggetti si trovano coinvolti in un progetto che ha come titolo "rehabilitation". Perciò, proprio di questa parola vorrei dire, perché in italiano si potrebbe tradurre come ripristino, riuso, ristrutturazione. E non possiamo usare la parola conservazione, bisogna andare oltre.
E’ bella la parola "conservazione" quando ci dice del velluto della pennellata in uno sfumato leonardesco, perché è quella pennellata che ci sa parlare della infinitezza dell’umano. Oppure dobbiamo difendere la conservazione di una pietra verde anomala in un muro di una chiesa romanica in Sardegna, perché quella vibrazione di verde ci parla della libertà e della fantasia degli uomini.
Invece, in questo caso, abbiamo a che fare con uno spazio e un manufatto che hanno lasciato alla spalle da tempo la loro identità. Una storia nobile e ricca di cambiamenti, di coraggio che attraversando ripetute crisi si è trovata al collasso, all’impossibilità di rinnovamento.
Purtroppo il passaggio da quella identità, dalla sua storia specifica alla condizione di bene pubblico non è stato un cambiamento ma una fissazione di uno stato di fatto, prodotto di una fase di precedenti mutazioni estemporanee ma motivate e intenzionalmente superficiali, che il nuovo proprietario fissò come fossero state gli stadi di una crescita progettata.
Mi riferisco alla forma del giardino rimasta immobilizzata sul disegno occasionale che aveva preso nel 1911 con l’ultima Esposizione, forma non progettata per essere spazio bello vissuto dal pubblico, ma spazio ospitante i padiglioni espositivi che per loro stessa natura, finita l’esposizione dovevano essere demoliti e il terreno riportato a orti sperimentali. Forse, a quel tempo, dagli amministratori pubblici quello spazio provvisorio non fu compreso nella sua natura occasionale; oppure noi possiamo interpretare il malinteso nel quadro di quella storia tutta italiana di aver perso l’identità di chi sa fare i giardini.
Quindi vorrei insistere sulla parola "rehabilitation" e dire che potremmo, in italiano, usare la parola riabilitazione, perché quello spazio, quell’oggetto, il tepidario, è stato menomato, azzoppato. L’agilità, la dinamicità che erano identità della sua storia, sono inciampate in una crisi di percorso che, però possiamo dire infine, le ultime Amministrazioni hanno cominciato a curare.
Vorrei, però, aggiungere come giustamente il titolo di questo progetto indica, che rivolgiamo l’attenzione all’insieme spazio-oggetto, facendo attenzione al corpo complessivo, volendo dare un segno di bellezza e di immagine che trovi una corrispondenza interiore allo spazio abitato o da abitare cioè, nel nostro caso, un giardino pubblico con serra. L’architettura e, a maggior ragione, l’architettura dei giardini, non si è mai accontentata di dare risposte ai bisogni, per ripararsi basta una grotta, ma risponde all’esigenza interna di ritrovare nell’ambiente vissuto l’armonia della vita.
E curando ancora l’uso delle parole vorrei qui riferire spezzoni di interventi di colleghi architetti, sentiti ai convegni di architettura detti del "coraggio delle immagini".
Veniva citato un passo di Heidegger, una conferenza del ‘51, in cui il filosofo collega alcune parole: Bauen, costruire, che precede nel fare dell’uomo il Buan, antica parola altotedesca, che significa abitare, essere sulla terra come appartenenti alla comunità degli uomini; e successivamente ipotizza una radice comune tra ‘buan’,ossia ‘bauen’, e ‘bin’(ich bin), io sono. Cioè interessa ad Heidegger l’agire dell’uomo nel costruire come essenza dell’uomo abitante, cittadino, cives.
Mettendo in discussione la veridicità di questo nesso che forse il filosofo aveva piegato per la dimostrazione del suo pensiero, l’altro intervento ipotizzava invece una radice comune tra ‘buan’ costruire, ossia ‘bauen abitare, ‘bin’essere costruire, e ‘bild’ immagine. Il passaggio, l’ipotesi è fondamentale in quanto mi sembra molto convincente che non si possa costruire, ben costruire, prima di avere una immagine interna che determina l’"io sono".
Ritengo che siano importanti questi percorsi di pensiero perché sottolineano la natura fondante dell’immagine che dà identità e possiamo partire da essi per incamminarci verso metodi di intervento che prevedano il movimento, l’agilità e, nel contempo, una forma complessiva di bellezza.
Il giardino dell’Orticultura per i suoi spazi, la presenza del Tepidario e di diversi altri manufatti offre un’occasione del tutto originale alla città di Firenze. Potremmo trarre esempio da altre esperienze che hanno colto l’occasione di un ripristino senza farne un momento museale.
Ricorderei, prima di tutto, la Stazione Leopolda, prima stazione ferroviaria dell’800 a Firenze, che dal momento della sua ristrutturazione, anche se non completata, è continuo soggetto di attività, spettacoli e mostre.
Uno spazio molto vicino per similitudine di attributi al giardino dell’Orticoltura è il nuovo giardino del Gasometro, tra Porta S.Frediano e Porta di S. Rosa. Eccellente progetto della sistemazione del giardino, risultato di Concorso Internazionale vinto ed eseguito nel ’98 dallo spagnolo Rosario Martinez con Igor Zorrakin e Alvaro Cereso. Il pregio di questo giardino risiede anche nella articolazione del verde tra preesistenze varie, importanti e monumentali, quali le mura medievali, la cupola del gasometro ed altri vari edifici tra cui il nuovo piccolo edificio per bar e servizi .
Ancora a Firenze un edificio storico quale la loggia Ruccellai, attribuita a Leon Battista Alberti, viene utilizzata da moltissimi anni per occasioni espositive. E ancora il vicino Museo Marini, uno splendido esempio di come è possibile trasformare un edificio religioso con presenze dell’Alberti, passato attraverso un adattamento a manifattura, in uno spazio d’allestimento di opere d’arte che ci offre, proprio per questa sua natura anomala, continue sorprese nel visitarlo.
Ho recentemente visitato a Roma, anzi accompagnato una bambina a passare un pomeriggio, all’Acquario con giardino, nato nel 1887. Luogo monumentale e un po’ cupo un tempo, è ora riabilitato a centro di svariati interessi: musica, bar, laboratori di pittura, ceramica e anche acquario.
Lo spazio del Covent-garden a Londra; funzionante da anni e che ha realizzato nel centro del quartiere dei teatri, uno spazio all’aperto e al chiuso, continuamente vissuto e autofinanziantesi tramite l’affitto degli spazi commerciali.
Il parco della Ciutadella a Barcellona. Giardino pubblico dal 1888, sede di vari musei; ora dentro le serre sono organizzati spazi di sosta con bar.
Le torri dell’Expo mondiale ‘98 a Lisbona, di cui la torre Galp è uno degli elementi conservati dopo l’esposizione. I terreni sui quali si situa erano appartenuti ad una industria petrolifera, essendo questa torre usata per questi fini. E’ stata ristrutturata e serve ora come veranda con ristoro e servizi.
Conosciamo le difficoltà di gestione e manutenzione dei beni collettivi, che incontrano le Amministrazioni Pubbliche, perciò questi ultimi esempi vogliono essere un augurio per il nostro Tepidario e Giardino dell’Orticoltura. L’augurio cioè che una gestione pubblica possa riuscire oggi in ciò che una associazione privata era stata capace di concepire e di realizzare a diverse riprese: un luogo propulsivo e dinamico di ricerca sulle possibili vie di interazione fra città e spazio verde. Un luogo dove anche le imprese possano dialogare con la città sulle sue possibili forme.