Mario Bencivenni

"Il governo del giardino": le radici della tradizione, i semi del futuro.

Non consentendo lo spazio previsto per queste comunicazioni nell’odierno meeting di accennare neppure sinteticamente ad una vicenda complessa quale quella dei giardini pubblici fiorentini, che assieme all’amico Massimo de Vico Fallani è stata oggetto di un pluriennale lavoro di ricerca ( I Giardini pubblici a Firenze dall’Ottocento ad oggi, Firenze, Edifir, 1998) vorrei cominciare il mio intervento ricordando un episodio che se da una parte si ricollega direttamente al tema del progetto europeo "ReGreen" al tempo stesso esemplifica molto bene a mio avviso uno dei grandi problemi che investono la conservazione e la valorizzazione dei giardini pubblici nelle nostre città giunte all’inizio del terzo millennio: quello del "governo dei giardini".

Nel 1853 in occasione del potenziamento del giardino botanico creato a Boboli, annesso al Museo di Fisica e Storia Naturale che aveva sede nell’edificio della Specola, e affidato alla direzione di un importante botanico quale fu Filippo Parlatore, il precedente jardin potager fu affidato per la sua trasformazione in moderno giardino botanico al giardiniere Attilio Pucci (1816-1885). Nonostante la sua esperienza di giardiniere granducale Attilio Pucci in quell’occasione fu mandato a visitare in Europa i più importanti vivai o orti botanici. Fra l’aprile e l’agosto del 1854, il Pucci ebbe modo di visitare numerosi giardini botanici privati o pubblici a Genova, Torino ( a Racconigi conobbe di persona il giardiniere Marcellino Roda), Chambery, Ginevra, Losanna, Berna, Baden, Strasburgo Colonia, Liegi, Bruxelles, Gand, Anversa, Rotterdam, L’Aia, Leida, Amsterdam, Haarlem, Parigi, e sulla via del ritorno, di nuovo Torino e Milano.

Come si può vedere dal suo diario di viaggio, uno dei grandi interessi del Pucci accanto alla coltivazione della Victoria regia( che riuscirà a far fiorire per la prima volta nel 1859 e quindi nell’esposizione nazionale del 1861) sarà proprio quello delle serre, delle quali egli annota numerosi ricordi scritti e grafici: dopo l’intestazione del taccuino si possono vedere alcune immagini relative al giardino botanico di Gand, con stufe per orchidee, pianta della stufa a due pendenze che in fondo prende la forma ottagonale, dove è posta appunto la Victoria regia ; lo stabilimento orticolo Van Nutte con attenzione attratta dalle serre destinate a ninfee e camelie, ad azalee e ninfee, infine l’annotazione di una bella serra a L’Aja).

L’esperienza maturata nel viaggio risulterà particolarmente utile ad Attilio Pucci prima a realizzare, in quegli stessi anni, lo stupendo episodio che è appunto il giardino della Botanica superiore con i suoi vialetti serpentini, e quindi a diventare il protagonista della nascita e del potenziamento del servizio giardini comunale, che dal 1867 avrà il complesso compito di realizzare il primo sistema di verde pubblico della Città concepito da Giuseppe Poggi col suo piano di ingrandimento per Firenze Capitale, e quindi di potenziarlo e mantenerlo adeguatamente.

Con Attilio Pucci alla direzione del neonato servizio delle passeggiate e dei giardini pubblici (1874), con sede e direzione, poi soprintendenza, nel Parco delle Cascine si trasferisce nel settore del verde pubblico comunale una grande tradizione orticola maturata fra la fine del Settecento e Ottocento in primo luogo nei giardini e parchi granducali dove la tradizione tipicamente fiorentina e toscana, di importanti famiglie di giardinieri quali i Geri, i Malesci, i Mercatelli, i Piccioli, i Baroni, i Ragionieri, si arricchisce di apporti di giardinieri e di tecnici del paesaggio legati all’ambiente lorenese ( si pensi solo al PruKer e a Joseph Frietsch), in quella poi dei giardini privati di importanti famiglie della aristocrazia toscana quali i Ridolfi ( con la villa di Bibbiani a Capraia e Limite), i Ferroni, i Torrigiani, i Guicciardini, i Salviati, i Della Gherardesca o quelli di nobili stabilitisi a Firenze, quali i Demidoff. Tradizione orticola che aveva avuto in istituzioni quali l’Accademia dei Georgofili un supporto teorico-scientifico importantissimo sviluppato in seguito, nella seconda metà dell’Ottocento dalla Società Toscana di Orticultura e dai nuovi istituti agrario forestali dello stato.

Occorre inoltre ricordare che fin dalla sua costituzione, il sistema di verde urbano fiorentino ha avuto nella costituzione di un servizio comunale dei giardini e dei pubblici passeggi la premessa fondamentale sia nella realizzazione delle grandi opere previste dal piano Poggi che nella loro buona manutenzione e nel loro ampliamento.

Per esempio nel 1867, essendo stato chiamato da Poggi a sostituire il prof. Filippo Calandrini nella direzione delle nuove piantumazioni, Attilio Pucci condizionò l’accettazione dell’incarico all’accettazione da parte degli accollatari dei lavori di alcune norme da lui stabilite per l’esecuzione dei lavori già appaltati. Grazie all’appoggio del Poggi, le norme furono accettate e così il Pucci, proprio dall’esecuzione dell’alberatura a tigli, del tratto di viale Spartaco Lavagnini, iniziò la sua positiva azione di responsabile del verde pubblico comunale. Occorre ricordare che durante questi primi anni di esecuzione di vasti lavori di allestimento dei nuovi viali alberati, dei giardini e passeggiate pubbliche, Pucci oltre ad una accorta attività di direzione andò velocemente organizzando attorno ai vivai sperimentali creati dietro la palazzina reale delle Cascine un moderno ed efficiente sevizio comunale dotato di tecnici, giardinieri, operai e guardiani.

La lezione della storia ci dice una cosa importante: le sorti dei giardini fiorentini fino all’immediato dopoguerra sono state sempre e indissolubilmente legate all’efficienza del suo servizio giardini e alla capacità di investire in questo servizio da parte dell’Amministrazione comunale.

Così nonostante periodi o parentesi di crisi, nonostante la riduzione del settore dei vivai sperimentali delle Cascine ceduti allo stato alla fine dell’800 e quindi nucleo iniziale attraverso la scuola di pomologia e giardinaggio dei futuri istituti universitari di scienze agrarie e forestali e dell’Istituto agrario, il servizio giardini dopo la soprintendenza di Attilio Pucci e quella, più breve del figlio Angelo, ha garantito una linea di continuità grazie all’azione di tecnici quali per esempio Bardo Bardi.

Si può cogliere così un filo rosso che lega i piccoli giardini urbani di oggi alla cultura urbanistica della fine dell’Ottocento, come un ponte gettato tra il disegno della città di Giuseppe Poggi e gli impianti effettivamente realizzati a partire dagli ingrandimenti successivi alla prima guerra mondiale avanti almeno fino all’epoca della disastrosa Alluvione del 1966, cioè un periodo di quasi mezzo secolo, durante il quale si definisce per l’appunto, anche con i giardini pubblici, l’immagine della Firenze di oggi. Questo elemento di connessione è il già ricordato Piano regolatore del 1915-24 di Giovanni Bellincioni.

I giardini delineati dal Bellincioni, nell’originale conservato all’Ufficio del Piano Regolatore di Firenze, svelano, attraverso la sensualità delle linee, la delicatezza dei colori, le caratterizzazioni dei laghetti e delle spiagge di arbusti e di alberi, veri e propri progetti concepiti nello spirito, allora generalmente diffuso, del giardino inglese, semplificato e normalizzato come era uso in quegli anni in questi casi. Questo è lo stesso spirito poetico dei giardini di Giuseppe Poggi, e non a caso svela una continuità che si riscontra anche alla scala più ampia del disegno della città, dove la serena trama di un tessuto urbano integrato fra lotti edificabili e squares a verde, è l’eco di una cultura, quella poggiana appunto, ancora viva in quegli anni.

Se tuttavia Bellincioni fu un poeta ed un tecnico di ottimo livello, non fu altrettanto accorto in quanto urbanista, perché non pensò che talune idee, progressiste per la Firenze della fine Ottocento, mal si adattavano alla realtà urbanistica del primo Novecento, mutata tanto rapidamente quanto profondamente.

Tuttavia, quasi la totalità di quelle previsioni a verde vennero poi rispettate nel corso degli anni, e questa realtà è il fattore connettivo che materialmente realizza la continuità storica ed urbanistica con la Firenze ottocentesca e la cultura dei giardini di quegli anni.

La continuità di cui si è parlato, che si riscontra a livello del disegno urbano, si interrompe però a quella dei giardini, perché salvo rare eccezioni, la linea serpentina dei giardini disegnati dal Bellincioni venne poi di fatto da una linea spezzata rettilinea o al più mistilinea, che diviene così carattere stilistico dei giardini realizzati nel dopoguerra. In quegli anni ebbero un ruolo non secondario per il verde pubblico di Firenze due personaggi: l’uno notissimo come storico dell’arte e letterato, Piero Bargellini, in qualità di assessore alle Belle Arti e ai Giardini; l’altro, meno noto ai più, Bardo Bardi che, dal 1945, per molti anni fu Direttore dei Giardini comunali. I documenti conservati all’Archivio Storico Comunale di Firenze, permettono di riconoscere in Bargellini un interesse verso i giardini che va decisamente oltre ai doveri d’ufficio, e in Bardo Bardi, agronomo, una dimensione professionale di vero e proprio paesaggista, in grado di scegliere le piante più adatte, ma anche di tracciare il disegno dei progetti.

Ed è proprio la figura del Bardi, pur in un quadro di notizie biografiche ancora molto scarne, che permette di fissare un’altra serie storica che riconduce questa volta ai Pucci, che nella Firenze ottocentesca rivestirono per i giardini un ruolo strutturale portante. Il Bardi si formò infatti alla scuola di Pomologia delle Cascine, allievo di quel Zeffirino Rinaldi, il quale era, a sua volta, allievo di Angiolo Pucci, che dopo aver lasciato la soprintendenza dei Giardini nel 1890, si dedicò soprattutto all'insegnamento nella scuola statale di pomologia diretta da Vincenzo Valvassori e alla divulgazione della scienza orticola e del giardinaggio. Tramite il Rinaldi una linea verde di conoscenze e di cultura orticola è arrivata dai Pucci fino ai nostri tempi grazie a figure come il ricordato Bardi oppure come quella di Luciano Giugnolini, per tanti anni capo tecnico dell’Orto Botanico di Firenze, nonché autore di importanti testi di giardinaggio e, oggi, erede di una tradizione di conoscenze e insegnamenti, senza i quali sarà sempre difficile un positivo dialogo fra architetti del paesaggio e botanici.

E’ grazie a questo patrimonio consolidato, alla tradizione orticola e botanica in esso espressa, che anche le realizzazioni dell’ultima fase, quella dei decenni dell’ultimo dopoguerra, hanno espresso episodi altrettanto qualificati e interessanti.

Un ingente patrimonio ereditato dal passato, sia più remoto che più recente, che purtroppo rischia di essere gravemente minacciato dalle nuove condizioni di vita seguite allo sviluppo economico e urbano degli ultimi decenni. La crescita esponenziale del traffico veicolare e l’invadenza degli autoveicoli, oltre che al conseguente grave peggioramento delle condizioni di inquinamento ambientale, stanno mettendo a serio rischio i delicati equilibri su cui si reggeva questo sistema. Le condizioni delle alberate lungo quello che una volta era lo stradone delle mura, il degrado sempre più drammatico del parco delle Cascine e le inquietanti conseguenze che sembrano far prevedere le grandi opere infrastrutturali attualmente in corso di realizzazione, le condizioni attuali della passeggiata del viale dei Colli ridotto a circonvallazione per il traffico veicolare sulla riva sinistra dell’Arno, sono le prove più chiare ed evidenti di questa situazione.

A mio avviso, in questo scenario, occorre riaffermare con forza il concetto che la risorsa prima del verde, che giustifica ampiamente le risorse in esso investite, è esclusivamente quella di essere goduto e vissuto dalla popolazione e che il governo del giardino assicurato da una razionale ed efficiente struttura pubblica che recuperi una vasta e gloriosa tradizione orticola con i necessari aggiornamenti che vengono dalle acquisizioni scientifiche e tecnologiche del nostro tempo è la condizione primaria perché questo avvenga.

Al di là di ogni scontato catastrofismo, occorre tuttavia essere consapevoli che oggi il problema della conservazione e della valorizzazione del cospicuo patrimonio di verde ereditato dal passato è una priorità e una responsabilità a cui tutti ( storici, tecnici, amministratori, politici), non possiamo sottrarci. Solo così parafrasando John Ruskin, potremo contribuire davvero a fare in modo che molte generazioni crescano ancora all’ombra di queste stupende piante che abbiamo ereditato dai nostri avi.