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COMUNICATO STAMPA
Firenze, 7 gennaio 2008
MORTO ALLA STAZIONE DI CAMPO DI MARTE, RIFONDAZIONE: "PERCHÉ POLFER E PROCURA NON HANNO AVVISATO IL COMUNE?"
Questo il testo
dell'intervento della capogruppo di Rifondazione Comunista Anna Nocentini e di
Monica Sgherri, capogruppo in consiglio regionale:
Dal punto di vista
della politica cittadina due aspetti impongono una riflessione ulteriore, perché
la pietà per la morte assurda e prevedibile di questo uomo indiano non sia
sterile e non serva a coprire la responsabilità di ogni eletto: la mancanza di
comunicazione all'Amministrazione Comunale da parte della Polizia ferroviaria
che ha trovato il corpo ormai freddo di Pal Surinder e l'affermazione
dell'assessore in merito al numero di quanti, uomini e donne, dormono chi sa
dove in città: "Parlano di 300? Non sarei così convinta, mi sembrano numeri
esagerati". La morte di un uomo per freddo, escluse forme palesi di violenza,
non può non leggersi come l'inadeguatezza delle istituzioni cui compete
garantire assistenza ai poveri "Dopo la educativa, la più alta funzione del
Comune nell'ordine sociale è quella ond'esso intende combattere le cause
dell'indigenza ed attenuarne i tristi effetti". Come mai né la Polfer né la
Procura della Repubblica hanno ritenuto di informarne l'Amministrazione
Comunale? E perché l'Amministrazione non si è risentita di questa scelta? Mentre
si attribuisce responsabilità al Sindaco per lo sforamento dei parametri di
inquinamento con rischio per la salute dei cittadini, non si collega alla morte
di un povero la responsabilità che le istituzioni hanno nel prevenire e
intervenire in situazioni che sempre più spesso si concludono con la morte per
indigenza. Nessun esponente politico eletto dai cittadini, sia di maggioranza
che di opposizione, può consentire a questa riduzione della responsabilità
dell'Istituzione, dei suoi compiti al servizio della collettività. Non informare
l'Amministrazione, e quindi la città, significa di fatto negare valore a questa
morte e non riconoscere le responsabilità quanto meno politiche.
L'altra
questione su cui è sempre più urgente aprire la riflessione è il modello delle
prestazioni sociali per l'accoglienza in città: non è comprensibile che
l'assessore si esprima con tanta approssimazione se non nell'ottica di
un'organizzazione dei servizi sociali che ricalca quella degli altri servizi ai
quali i cittadini liberamente si rivolgono:l'anagrafe, l'ufficio casa ecc. Ma le
persone per le quali attivare l'accoglienza sono spesso prive dello status
formale di cittadini, sono senza fissa dimora, hanno permessi scaduti, fogli di
via, sono insomma gli ultimi non solo nella scala sociale di cittadinanza, ma
anche nella possibilità e libertà di chiedere aiuto: questi non si presentano
agli sportelli dei servizi sociali, non chiedono di aprire una cartella col loro
nome; per questi i servizi si devono muovere, con operatori che individuano le
zone frequentate, che entrano in contatto e se ne conquistano la fiducia, che
giorno dopo giorno sanno quanti uomini e donne dormono per strada e se e quali
interventi possono essere individualmente attivati per affrontare le diverse
situazioni. Che le associazioni intervengano procurando aiuti materiali e
sostegno morale è apprezzabile ma non sostitutivo né esaustivo del compito
istituzionale proprio del Comune. È grave che l'assessore non abbia il numero
di presenze in città, perché questo significa una programmazione fatta a
tavolino che può servire alle statistiche ma che non coglie politicamente il
fenomeno e non si attrezza per dare una risposta che tenga conto dei mutamenti
nella città globalizzata: non conoscere il proprio territorio è colpa grave per
un amministratore.