La tivù dell'Ottocento
di Stefano Mecatti
direttore del Servizio biblioteche
Accanto ai classici più amati, e ovviamente "educativi", o agli umoristi del Novecento, come ad esempio Campanile, o ad autori che ebbero addirittura esordi avanguardistici come Bruno Corra o Maria Ginanni, molti di questi romanzi appartengono al genere cosiddetto "romantico", che gli editori più importanti curarono dalla metà dell'Ottocento, destinandolo soprattutto ad un pubblico femminile, che allora rappresentava la grande maggioranza dei lettori. Oppure ci s'imbatte nell'horror di Carolina Invernizio (si pensi ai suoi Il bacio di una morta o La vendetta di una pazza o La sepolta viva e così via) o nel "genere daveroniano", cosiddetto da Guido Da Verona, che volgarizzò e divulgò motivi dannunziani, parlando al cuore dei lettori piccolo-borghesi che aspiravano ad essere "decadenti". Per non dire della copiosa raccolta, spesso in edizioni d'epoca in lingua originale, dei più famosi autori dei feuilleton francesi dell'Ottocento dal sapore marcatamente sulfureo e luciferino, con i loro interminabili intrecci (basti ricordare nomi come Dumas, Féval, Hugo, Montépin, Ponson du Terrail, George Sand, Soulié, fino al supremo Eugène Sue e ai suoi Misteri di Parigi). Si tratta insomma dei best seller dell'epoca che, in assenza di altre forme di comunicazione di massa, assunsero per milioni di famiglie piccolo-borghesi o popolari, il ruolo svolto oggi dalla tele-visione.
Analogia irriverente? Pensiamoci un momento, cercando di ricostruire con la fantasia e con le testimonianze d'epoca, l'atmosfera in cui veniva letto un libro negli ambienti del cosiddetto "popolo" (termine che un tempo è stato bersaglio di tante critiche e discussioni, ma del quale si sente profondamente la nostalgia oggi, che lo si trova sostituito dall'assai più pericoloso, totalitario e demagogico termine di "gente"). La famiglia si riuniva insieme la sera alla fine della giornata di lavoro, e quando la conversazione si esauriva, il padre prendeva un libro o un almanacco e lo porgeva a uno dei figli che frequentava ancora la scuola, dicendogli: "Leggi tu, io non sono più abituato". Attraverso la voce del ragazzo, in comunione con i familiari, giungeva a destinazione ciò che lo scrittore offriva. Intorno al libro e alla figura dell'affabulatore che lo raccontava o leggeva ad alta voce, la famiglia si raccoglieva. Il processo di comunicazione creava, come dice la parola, la comunità.
Questa rievocazione in chiave lievemente idillica del clima in cui veniva "consumato" il libro tra le classi popolari non vuole essere un anacronistico vagheggiamento populista, ma porre una questione complessa: per quanto tempo i testi letterari non furono classificati in base al loro pubblico, bensì a logori criteri estetici e stilistici? a presunte distinzioni di "genere" e a fumose acrobazie interpretative? Se ci si dovesse affidare ai professionisti della critica letteraria, la maggior parte delle opere raccolte in questa biblioteca verrebbe scartata come genere di bassa lega: romanzi per domestiche, casalinghe, commessi...
Walter Benjamin, che tra l'altro fu anche un antesignano della moderna "teoria della ricezione", nella raccolta di scritti intitolata Ombre corte sostiene che ogni storia letteraria "dovrebbe cominciare con la letteratura popolare, se la storia della letteratura, anziché interessarsi sempre solo alle vette, vorrà indagare la struttura geologica della montagna libro". Si tratta, aggiunge, di "un metodo difficile da applicare. Innanzi tutto perché si guarda così di rado dentro i rapporti di produzione", i quali, un tempo erano più chiari che ai nostri giorni.
Bisognerebbe tornare con l'indagine storica al momento precedente le réclame pubblicitarie, quando il commercio librario, se voleva piazzare i suoi prodotti anche negli strati inferiori, doveva ricorrere ai venditori ambulanti di libri. Benjamin ci suggerisce di provare a immaginarci "il perfetto viaggiatore librario di quell'epoca: l'uomo che sapeva portare storie di spettri e di cavalieri nelle camere dei domestici di città e nelle stanze dei contadini del villaggio. Avrà dovuto calarsi un po' anche lui nelle storie che smerciava: non nei panni dell'eroe, naturalmente, del giovane principe derelitto o del cavaliere errante, bensì in quelli del vecchio ambiguo -ammonitore o seduttore?- che compare in molte di queste storie e che nell'immagine lì vicino è in procinto di dileguarsi dinnanzi al segno della croce".
Finché sopravvisse il pregiudizio dell' "arte pura" questi testi furono guardati con sospetto, ma oggi, che il concetto di documento ha fatto giustizia dei luoghi comuni sull' "esteticità", possiamo situarli in una nuova luce. Ci interessa il valore dei "soggetti tipici", la loro inesausta capacità di rinnovarsi nell'ambito di un repertorio apparentemente limitato. Anzi, ci accorgiamo che questi stereotipi costantemente variati scaturiscono proprio da quell'archivio perenne che è il sogno, quale Jung ci ha insegnato a conoscerlo.
Figuriamoci poi se, agli intrecci romanzeschi, dei quali il grande pubblico era insaziabilmente affamato, così come oggi lo è delle soap operas o delle telenovelas, si aggiungevano le illustrazioni in bianco e nero o a colori, che questa biblioteca presenta in numerosi esemplari! Sempre con le parole di Benjamin: "Già l'idea stessa del libro illustrato testimonia lo stretto legame del lettore col suo soggetto. Egli vuole sapere con precisione, per filo e per segno, come agiscono i suoi personaggi". Dove però questi documenti non erano protetti "dal timbro di una biblioteca circolante [...] hanno preso la strada predestinata: dal libro alla parete di casa, dalla parete alla spazzatura". Fortunatamente la Biblioteca dell'Università Popolare, nonostante i lunghi anni di oblio, queste immagini e questi testi li ha conservati. Il suo recupero, che ne ha lasciata intatta la struttura così come si è costituita negli anni, con tutte le sue stratificazioni e i suoi mutamenti, ci consente di ricostruire un'intera epoca dell'evoluzione del libro quale strumento di comunicazione e formazione di un pubblico di massa, in tempi in cui le tele-visioni non erano previste neppure nei sogni profetici di Jules Verne.
Della perenne vitalità archetipica dei soggetti e degli intrecci propri dei grandi romanzi d'appendice fra Otto e Novecento devono essere ben consci gli attuali padroni dell'immaginario collettivo, se dedicano tanto clamore pubblicitario all'uscita del cartone animato su Nostra Signora di Parigi di Victor Hugo, a cui stiamo assistendo in questi giorni in tutto il mondo. C'è da scommettere che questo sia solo il primo di una serie di remake destinati a rimettere in circolazione i più noti best seller dell'epoca e a sostituire le insipide soap operas metropolitane che ci hanno afflitto negli ultimi anni. A quando un'edizione sceneggiata o a fumetti dell'Innamorata della Contessa Lara o di La Cieca di Sorrento di Francesco Mastriani?
La vecchia Biblioteca dell'Università Popolare torna dunque "d'attualità". Anche se non potrà soddisfare appieno gli appetiti del bibliofilo in cerca di rarità bibliografiche (benché al riguardo riservi più di una sorpresa), sarà un fecondo campo di ricerca per i sociologi della letteratura, per i teorici della "ricezione" e della comunicazione, per gli studiosi della genesi del pubblico-lettore, della letteratura di massa, dell'organizzazione del mercato editoriale (basti pensare alle prime edizioni Sonzogno, Treves o Salani).
Molti si avvicinano ancora goffamente a queste opere, talora invischiati nei soliti luoghi comuni sulle "magnifiche sorti e progressive" della diffusione del libro e della lettura come fatto di emancipazione e di permanente educazione delle "masse popolari". Se ci capita di dover prendere sul serio libri che non sono mai stati patrimonio di una "Biblioteca" comme il faut (e forse per questo la BUP è stata per anni abbandonata) è perché non dobbiamo dimenticare "che il libro è stato in origine un oggetto di consumo, anzi un alimento. Questi qui sono stati divorati". Per concludere, e ancora con le parole di Benjamin: "Vi cercheremo dunque la chimica alimentare del romanzo".
Stefano Mecatti