Introduzione
di Marino Berengo
I tre volumi [l'edizione a stampa consta di tre volumi per fasce cronologiche; sulla rete civica presentiamo un unico catalogo, n.d.r.] che ora vengono offerti alla nostra attenzione e, confessiamolo subito, alla nostra curiosità, rispondono molto bene a questa esigenza. Il fondo dell'Università Popolare di Firenze, che viene catalogato unitariamente, nasce dalla fusione del patrimonio bibliografico di una quindicina di istituzioni culturali operanti in città dalla fine del secolo scorso sino all'alluvione del 1966: i due corpi più cospicui sono costituiti dalla stessa Università Popolare e dall'Istituto di Cultura Fascista, cui tra gli altri si sono via via aggiunti, senza perdere la loro fisionomia originaria, la Biblioteca popolare comunale Filippo Buonarroti (un'intitolazione manifestamente intrisa di passione politica) e il raffinato, un po' elitario, Circolo Filologico.
Questa genesi, così composita, ci spiega come il primo volume, che descrive "le collezioni avanti il 1900" ci appaia come il più eterogeneo e, per taluni aspetti, il più stimolante. Su 3444 pezzi, quelli francesi rappresentano infatti il 10.3%, i tedeschi il 5.4%, gli inglesi il 2.7%; il che vuole press'a poco dire che quasi un libro su sei richiede al suo lettore un approccio più selettivo. Nel secondo volume, quello che copre il periodo dal 1900 al 1922, in cui l'Università Popolare è ormai costituita, e quindi le acquisizioni dirette incidono in misura determinante sulla formazione dei fondi, la lingua francese mantiene ancora la prima posizione, ma ha meno che dimezzato la sua presenza, scendendo al 4.1%, l'inglese è calata anch'essa, fermandosi ormai all'1.1% (quel che resta dei così detti anglo-fiorentini ha da sempre preferito gravitare sul Vieusseux), mentre il tedesco è praticamente scomparso, riducendosi allo 0.8%. I dati di questo volume e quelli del seguente, relativo agli anni fra il 1923 e il 1944, sono sì certo influenzati da lasciti e accessioni varie, ma esprimono però prevalentemente una politica di acquisti. Nel terzo dei periodi considerati, in cui l'incremento del patrimonio librario è sensibilmente aumentato, toccando i 5896 pezzi, l'apporto delle lingue straniere è ormai irrilevante, con un 3% di francesi, 1.4% di inglesi e solo 16 unità in tedesco, ossia a malapena lo 0.2%. Chi ha dunque diretto questo così importante polo di lettura nel primo ventennio del nostro secolo, e poi in età fascista, ha ritenuto di dover limitare l'impatto dei lettori con le lingue straniere. Ma molte curiosità restano necessariamente aperte, e costringere tutte le acquisizioni su di una linea uniforme sarebbe impossibile: solo un dono privato ci può, ad esempio, spiegare come e perché l'Istituto di Cultura Fascista abbia accolto i 15 volumi della Storia generale dell'abate Millot nell'edizione viennese del 1813-15 in lingua tedesca, mentre si poteva facilmente ottenere quella milanese del Bettoni di 10 anni posteriore, in cui ancora oggi ci accade dì imbatterci nei cataloghi dei librai antiquari.
Le curiosità e gli interrogativi, di questo o di altro tipo, si potrebbero moltiplicare, ma quello che più conta è identificare la disponibilità libraria che si è selezionata e offerta ai lettori fiorentini tra il 1900 e la Liberazione. Ovvia doveva essere, ed è stata, l'acquisizione da un lato dei libri scolastici (inclusi i classici latini e greci più correnti), e dall'altro dei Manuali Hoepli, e di qualche altro testo scientifico propedeutico ai mestieri e alle professioni. E altrettanto prevedibile è la presenza di alcune collezioni, come i fascicoli di 60 paginette della Biblioteca del popolo di Sonzogno, o gli eleganti volumetti in tela editoriale azzurra della serie Le più belle pagine scelte degli scrittori italiani, diretta da Ugo Ojetti e pubblicata dalla Treves. Le edizioni economiche mantengono comunque un netto predominio nel continuo rifornimento di testi classici italiani: ai volumi Le Monnier, Barbera e Sansoni dei primi anni, subentrano sempre più largamente quelli Bietti, Balion, Salani e soprattutto Sonzogno, la cui Biblioteca Universale coi suoi volumetti giallini da 30 centesimi sino alla prima Guerra mondiale, rossicci da 1 lira poi s'impone non solo per il suo basso costo, ma anche e soprattutto per la sua maneggevolezza.
La tendenza più costante e più prevedibile nella scelta dei titoli è quella che riguarda la narrativa, specie dalla fondazione dell'Università Popolare in avanti mentre era appena presente nelle raccolte ottocentesche. Le autrici assumono un ruolo rilevante: la prima a comparire è stata Neera, acquisita dalla Biblioteca circolante per operai Pro Cultura, con Teresa (1886), cui faranno seguito vari altri titoli nei decenni seguenti; e poi si faranno avanti Teresah, Carola Prosperi, Luciana Peverelli e, più tardi Liala e Milly Dandolo. È una letteratura femminile, che probabilmente non manca in nessuna delle biblioteche circolanti italiane, e figura anche in quella tanto più selettiva del Circolo Filologico Milanese, il cui Catalogo è stato pubblicato in due grossi ed eleganti volumi nel 1931 dalla Federazione fascista milanese degli enti di cultura. Non è del resto la narrativa italiana (da Fogazzaro scendendo via via sino a Virgilio Brocchi, Salvator Gotta, Guido Da Verona, ecc.) o francese (da Zola e dallo stesso Hugo sino ai Dumas e poi ai diffusissimi feuilletons popolari) a rendere peculiari questi così affollati circuiti di lettura, che hanno sempre mantenuto alte le tirature di certi editori. La diffusione in Italia dei grandi autori russi dell'Ottocento si rispecchia fedelmente in queste raccolte: Tolstoi soprattutto, Dostoevskij e poi Gor'kij compaiono con quasi tutti i titoli disponibili in traduzione.
Assai più interessante è però cogliere qualche ritardo o qualche ostinata assenza nella scelta dei titoli e degli autori. Così, ad esempio, l'Università Popolare non si procurerà mai un'opera di Cattaneo, e l'unico volume disponibile è quello degli Scritti politici (1892), non acquistato ma pervenuto coi ricco e raffinato fondo Gherardi; nel 1901, e tramite la stessa provenienza privata, entreranno in Biblioteca alcune pagine dello scrittore milanese sull'agricoltura inglese, pubblicati in appendice a un testo di Melchiorre Gioia, uscito a Bellinzona nel 1901. Un silenzio dunque quasi completo sul grande saggista lombardo, che avvolge anche il maestro di lui, il Romagnosi, presente solo con un paio di edizioni ottocentesche della stessa raccolta Gherardi. La saggistica politica, del resto, ha trovato spazio con fatica in questi scaffali: non ci può stupire che compaia solo il primo volume (1915) de Il capitale nell'edizione dell'Avanti, mentre Engels era già entrato con cinque titoli, pubblicati tra il 1901 e il 1902; e a fine secolo uno scrittore come Napoleone Colajanni aveva raggiunto ben 11 presenze (tre nella Biblioteca popolare Buonarroti, otto nel fondo privato dell'aggiornatissimo Gherardi). Ed è ancora per questo canale che sono entrati gli Scritti e discorsi politici di Crispi (1890), che la direzione della Biblioteca non ha ritenuto utile completare così come non ha mai acquistato alcuno scritto di Giolitti. La cultura politica non è stata però di proposito messa al bando; Oriani, ad esempio, è entrato coi tre volumi de La lotta politica, presentati da Giovanni Gentile nell'Opera omnia, sponsorizzata da Mussolini.
Persino negli anni fascisti qualche voce eterodossa è riuscita a far capolino, come la Storia del liberalismo europeo di Guido de Ruggiero. Il caso più interessante però è forse quello di Benedetto Croce, che sino al 1922 è comparso solo con qualche minore opera storico-letteraria e, proprio quell'anno, con l'Estetica, giunta ormai alla quinta edizione. Nel ventennio egli raggiunge 11 titoli e tra questi occorre segnalare che l'Istituto di cultura fascista ha acquisito la terza edizione (1932) della Storia d'Europa nel secolo decimonono.
I testi teatrali ci riservano meno sorprese: da Giacosa, ben rappresentato sin dall'inizio del secolo, a Nicodemi, a Bracco, a Sem Benelli, a Sabatino Lopez, e soprattutto a Pirandello, le cui commedie e novelle hanno incontrato un'enorme fortuna, pari forse fra gli italiani solo a quella di D'Annunzio.
Gli spunti si affollano, e non è possibile organizzarli in una conclusione: a quei bibliotecari fiorentini che hanno operato dal 1900 al 1944 vorremmo oggi poter rivolgere molte domande sulle selezioni che hanno operato e sugli stimoli che hanno raccolto o subito. Quello che possiamo tuttavia avvertire è che essi non han voluto ridurre la loro raccolta libraria a una semplice biblioteca circolante, e han coltivato con attenzione la saggistica letteraria e la filosofia. La loro opera si è interrotta, ma questo specchio di una lunga stagione culturale che hanno costruito è ora sotto i nostri occhi in tutta la sua complessità e ricchezza.
Marino Berengo