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Il diavolo a Parigi
Feuilletons e romanzi popolari nell'Ottocento francese
nelle collezioni della Biblioteca dell'Università Popolare di Firenze

Una biblioteca vecchia e nuova
di Luigi Crocetti


A occuparsi di biblioteche, in Italia, non c'è da stare allegri; e la maggior causa d'afflizione è la sordità (o cecità, se volete, o anche tutt'e due) dei loro amministratori. C'è tutta un'aneddotica in proposito; fioriscono leggende metropolitane. L'ultima che mi hanno raccontato dice della domanda di un amministratore al direttore della biblioteca (siamo in un capoluogo di provincia a nord della Toscana): "Quanti libri abbiamo in biblioteca?"; e, alla risposta "Circa trecentomila", della conclusione: "Allora, anche se per qualche anno non ne acquistiamo, non succede nulla".

L'aneddoto è purtroppo vero e, quel che più conta, potrebbe essere riferito a molti luoghi. Se questa è l'aria che diffusamente tira, immaginate un po' la sorpresa e la gioia di trovarci qui, stamattina, a inaugurare la mostra di una biblioteca pubblica rinnovata. Ma non si tratta solo di questo, di un rasserenamento del nostro umore. Questa mostra, Il diavolo a Parigi, è oggettivamente importante per almeno tre buone ragioni. Ne parlerò brevemente e senza, fra le tre ragioni, stabilire una scala di valore.

La mostra getta nuova luce su un fenomeno italiano già abbastanza ben studiato in alcuni suoi aspetti. Voglio dire il fenomeno delle biblioteche popolari. L'opera del pioniere Antonio Bruni e di Ettore Fabietti ha ricevuto l'attenzione di parecchi studiosi, e possiamo dire di conoscerla bene, ormai, almeno nelle sue grandi linee. Ma l'esperienza della nostra BUP, senza dubbio affine e concomitante, sembra essere stata contrassegnata da caratteri un po' diversi. La cultura delle "popolari" italiane si fondava soprattutto sui classici, da una parte, sugli strumenti di vita e di lavoro, dall'altra; sarebbe interessante confrontare l'abbondanza di feuilletons e romanzi popolari francesi nella BUP con ciò che si conosce dei cataloghi delle altre (e si noti la presenza di numerose edizioni in lingua originale).

La mostra ci invita a qualche considerazione su un problema che le biblioteche pubbliche italiane hanno sempre, in un senso o nell'altro, avuto presente: la compresenza, in esse, della funzione d'informazione e della funzione di conservazione. Non tutte, naturalmente, sono in queste condizioni., ma certo una loro larga (anomala, rispetto ad altri paesi) percentuale. Qui ci è dato di assistere alla conclusione di un processo lungo e inavvertibile: la trasformazione di un fondo militante in fondo "antico" (o, in ogni modo, da tutelare). Non sono poi passati molti anni da quando, in tante biblioteche, la presenza di materiale da conservare era vista quasi come un ostacolo al libero dispiegarsi delle funzioni proprie della biblioteca pubblica moderna. Nessuno negherà le talvolta folli complicazioni derivanti da un simile status: l'importante è che se ne abbia precisa coscienza, la coscienza che in realtà si gestiscono due biblioteche, a cui ci si accosta in modo diverso, col corredo di una strumentazione diversa. E un caso ancora più particolare ci sembra di dover registrare per la BUP, anch'essa anfibia e per di più collocata in una costellazione, quella delle biblioteche comunali fiorentine, che in gran parte non ne condivide la situazione (l'eccezione, grossa, è data dalla Comunale centrale).

La mostra migliora le nostre conoscenze bibliografiche. Le migliora, naturalmente, grazie alla paziente opera di ricatalogazione che rimette a nuovo il patrimonio della BUP (finora per il secolo scorso; ma tra poco avremo anche il catalogo 1900-1922, cioè fino all'avvento del fascismo) e che viene ora sfruttata per l'esposizione. Un miglioramento probabilmente non indifferente, se una minuscola ricognizione, eseguita prendendo a campione la sola voce Verne, Jules, fornisce quattro (forse cinque) edizioni italiane ottocentesche che non compaiono in CLIO, il nostro maggior repertorio bibliografico per il periodo. I cenni che troviamo dappertutto sulla fortuna della narrativa francese in Italia valgono a poco se non sono corredati da una conoscenza concreta dei suoi modi di diffusione; e il fondamento di questa conoscenza non può risiedere che nel censimento accurato delle edizioni. L'attuale interesse, che si va sempre più sviluppando, per la storia dell'editoria moderna (diciamo, in modo approssimativo, quella sette-novecentesca) dovrebbe favorire e utilizzare a fondo questa e altre consimili esplorazioni, frutto di una passione bibliotecaria che non viene meno nell'esercizio del lavoro quotidiano.


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