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BIBLIOTECA DEI RAGAZZI di FIRENZE LEGGERE FIABE testi, 2002

 

Migrazioni di fiabe: quando le fiabe diventano toscane
di Ornella Matteini

Relazione al convegno internazionale promosso dall’Assessorato alla Pubblica Istruzione del Comune di Firenze, Firenze, Palaffari, Novembre 2001. In: Chi vuole fiabe, chi vuole? Voci e narrazioni di qui e d'altrove.
A cura di Vinicio Ongini. Idest, 2002; p. 61-65

copertina

 

[versione rtf]

Camminano.
Passano di bocca in bocca e superano nazioni e continenti.
Si tramandano da una generazione a un’altra, all’interno di una famiglia, di un paese, di una città.
Ancora oggi, nel frastuono della televisione, del cinema, dello spettacolo, le fiabe continuano a muoversi e a vivere, perché non c’è cosa che affascini bambini e bambine come quel fatidico ‘C’era una volta’ che prelude alla narrazione. Un fascino sempre vivo che deriva dall’essere, le fiabe, connaturate alla storia e alle culture delle genti: Italo Calvino affermava che le fiabe “Sono, prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi; sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna, soprattutto per la parte di vita che appunto è il farsi di un destino”(1)
Ma nel loro vagare nel tempo e nello spazio, nel loro passare da un narratore ad un altro, le fiabe mutano la loro forma superficiale. Sull’invariabilità profonda di certe strutture la creatività dei narratori e delle narratrici si esercita e ricama un disegno particolare che tradisce le caratteristiche culturali di una certa regione e di un certo tempo.
Le fiabe, come tutti i racconti orali, sono fatte di una materia duttile, rimanendo sé stesse si modellano ad uso dell’ambiente che le accoglie. Per farsi comprendere, amare e ricordare i personaggi e gli ambienti si tramutano, re e regine diventano signorotti di campagna, i cammelli si fanno asini, i fantastici tesori orientali diventano piccoli peculi di formaggi e salumi che incantano affamati contadini.
La novella ‘Prezzemolina’ in Toscana ha un ‘sapore’ ben diverso della stessa fiaba raccontata in Germania dove infatti si chiama ‘Rapunzel’ o della fiaba napoletana che si chiama ‘Petrosinella’: il nocciolo della vicenda, una trasfigurazione del mito di Proserpina, è sempre lo stesso, ma nelle versioni regionali la fiaba assume forme e caratteri ben diversi, cambia il vegetale agognato dalla donna incinta, cambia il mostro che imprigiona la bella, cambia l’incantesimo che la salverà. Ed è questa particolare veste superficiale che incanta e avvince l’ascoltatore. Il bravo narratore e la brava narratrice modellano addirittura la loro storia sull’uditorio del momento richiamando aneddoti, facendo esempi, usando nomi e modi di dire conosciuti da tutti.
Quando i bambini e le bambine ci richiedono una fiaba, non desiderano ascoltare scheletri di trame, ma desiderano abbandonarsi a una narrazione ricca e abbondante che trae nutrimento da un particolare mondo.
E’ così che le fiabe, oltre a parlare con i loro significati mitici al profondo di tutti noi, descrivono e fanno conoscere mondi che in molti casi non esistono più, ma che sono la nostra storia e il nostro passato. Le fiabe ancora oggi parlano di contadini e boscaioli poverissimi che non possono nutrire i figli, di boschi oscuri in cui ci si può perdere per sempre, di società in cui la separazione fra ricchi e poveri è qualcosa di immutabile , i paesaggi sono agresti e arcaici, le case in città sono a portata di voce e le locande sono gli unici ritrovi.

Questo mondo dipinto nelle fiabe, che fa da sfondo alle vicende degli eroi e delle eroine, è diverso in ogni regione, in ogni paese, anzi quasi ogni singola famiglia ne possiede uno tutto suo. Ho detto che quasi ogni famiglia ‘possiede’ un proprio mondo di narrazioni, ma forse dovrei dire ‘possedeva’. Perché è da chiedersi quante di queste fiabe ‘regionali’, o meglio quante di queste versioni regionali di fiabe, siano ancora conosciute e ricordate. Quando un bambino o una bambina ci pongono la fatidica richiesta “Mi racconti una storia” e cerchiamo nella nostra memoria una fiaba poco di quel patrimonio di racconti orali ci ritorna alla mente. Qualche trama, qualche finale, qualche brandello di storia riaffiorano, ma di solito non riusciamo a ricostruire tutta intera una fiaba, col suo intreccio, i suoi momenti cruciali, il suo articolato procedere; se si prova, per esempio, a ricostruire tutta la vicenda di una fiaba famosa, ma un po’ complessa come Fantaghirò, è difficile che si riescano a ricordare tutte le prove a cui è sottoposta la principessa per rivelare la sua natura di ragazza, per non parlare di tutte quelle filastrocche e tiritere che intercalano la narrazione.

Ma se le fiabe passano senza problemi da un secolo ad un altro e da un continente ad un altro non hanno neanche problemi a trasmigrare dal mondo della narrazione orale al mondo della letteratura. E’ sempre successo così: la fortunata materia delle fiabe non soffre e passa con disinvoltura dal mondo dell’oralità al mondo della scrittura e viceversa.
E’ d’altronde questa una delle strade classiche di diffusione delle fiabe.
In un interessante libro di Carlo Lapucci, intitolato molto significativamente Come una fiaba diventa toscana: il gatto con gli stivali (2) si può seguire in modo particolareggiato l’andirivieni che la famosa fiaba ‘Il gatto con gli stivali’ fa dal mondo della narrazione orale a quello della fiaba d’arte da cui di nuovo torna fra la gente fino a diventare parte di differenti patrimoni orali regionali.
Lapucci afferma di aver creduto per molto tempo che la fiaba toscana da lui conosciuta da bambino fosse l’unico e originale ‘Gatto con gli stivali’, ma poi con un po’ di delusione ha scoperto la fiaba di Perrault, scritta tre secoli prima, che a sua volta ha antenati famosi nei racconti di Straparola e di Basile e poi ...poi si possono trovare tracce ben più antiche del magico gatto.

Il rapporto dunque fra i libri di fiabe e i narratori e narratrici orali è da molto che esiste ed è ricco e fecondo, non è un sacrilegio re-imparare le novelle da un testo scritto, le storie saranno di nuovo vive quando le narreremo e inizieranno di nuovo i loro vagabondaggi di bocca in bocca. Come afferma talo Calvino nell’introduzione alle ‘Fiabe Italiane’ invitando a usare le fiabe in modo libero e creativo “In tutto questo [lavoro] mi facevo forte del proverbio toscano …: “La novella non è bella se sopra nun ci si rappella”, la novella vale per quello che su di essa tesse e ritesse ogni volta chi la racconta, per quel tanto di nuovo che ci s’aggiunge passando di bocca in bocca. Ho inteso di mettermi anch’io come un anello dell’anonima catena senza fine per cui le fiabe si tramandano, anelli che non sono mai puri strumenti, trasmettitori passivi, ma [...] i suoi veri autori”

Ricorriamo dunque alle raccolte regionali di fiabe che sono state compilate: sono almeno due secoli infatti che in Italia le fiabe sono raccolte, trascritte o registrate a cura di appassionati ricercatori e ricercatrici, in certi casi poi, le novelle sono state anche tradotte dai dialetti originali e riscritte in italiano.

Per quanto riguarda le fiabe toscane, chi volesse conoscere le fiabe più diffuse e ‘tipiche’ della regione può utilizzare due raccolte particolarmente piacevoli, che hanno un carattere di intrattenimento e divulgazione piuttosto che intenti filologici.

La prima fonte da utilizzare è ovviamente il libro di Italo Calvino ‘Fiabe italiane raccolte dalla tradizione popolare durante gli ultimi cento anni e trascritte in lingua dai vari dialetti’
Sono parecchie le fiabe toscane che Calvino inserisce nella raccolta, trentasette su duecento, la gran parte di esse sono rielaborazioni delle novelle raccolte a Montale Pistoiese da Gherardo Nerucci alla fine dell’Ottocento. Di queste fiabe Calvino parla nell’introduzione e si rammarica perchè nel lavoro di traduzione e di forse hanno perso un po’ della loro espressività e ricchezza lessicale ‘Per molti testi, poi, dovevo (…) cercare d’abbassare d’un grado il tono del linguaggio, di scolorire e rinsecchire un po’ il vocabolario troppo ricco (…); lavoro che ho fatto a malincuore, pensando all’efficacia, alla finezza, all’armonia interna di quelle pagine …”.
Fra le fiabe presentate da Calvino ricordiamo come particolarmente affascinanti:

Trentadue fiabe toscane sono invece raccolte nel testo di Carlo Lapucci: Fiabe toscane dell’editore Mondadori. Le fiabe in questo caso derivano in gran parte dai ricordi e dalle narrazioni familiari dell’autore e non si sovrappongono che in parte con le fiabe della precedente raccolta.
Nell’introduzione Lapucci parla dei criteri che ha seguito per scegliere le fiabe e cerca di tracciare una sorta di identikit delle fiabe toscane. La fiaba ‘autenticamente toscana’ utilizzerebbe immagini provenienti dall’ambiente autentico in cui viene raccolta, per esempio l’immagine della reggia che trapela dalla fiabe toscane, “non ha nulla della grandiosità, dell’inaccessibilità, del fasto che possono avere le regge di altre tradizioni; evidentemente lo schema risente della bonaria e dimessa … corte granducale …”
In secondo luogo, secondo Lapucci, l’atteggiamento del favolatore toscano sarebbe specifico, caratterizzato da “ironia, disincanto, realismo, misura anche nelle amplificazioni, tendenza a uscire sovente dal meccanismo magico per sorridere anche della propria narrazione”. Infine Lapucci sottolinea come le fiabe toscane siano distanti sia dall’opulenta tradizione orientale che dal mondo magico delle fiabe nordiche.
Con questi criteri Lapucci ha selezionato le sue fiabe che sono poi presentate in gruppi per soggetto o tipologia: Le imprese meravigliose, Il mondo della magia, Fiabe d’amore, L’astuzia degli umili, Il savio e lo stolto, Gli animali, Folette ed infine in aggiunta Lapucci riporta due fiabe in dialetto.

Per i bambini e le bambine c’è poi una piccola raccolta di fiabe toscane nella collana ‘Storie e Rime’ della casa editrice Einaudi ragazzi : Fiabe Toscane a cura di Lella Gandini; riscritte da Roberto Piumini; illustrazioni di Anna Curti, contiene otto fiabe tradizionali molto famose, Nicolino, Prezzemolina, L’Orco, La bella Giovanna, Pietruzzo, La gallina secca, Il regalo del vento di Tramontana, accompagnate da disegni colorati.

Per chi volesse invece addentrarsi nel mondo un po’ più complesso delle raccolte folkloriche si può aiutare con le bibliografie poste al termine dei due libri che ho più sopra ricordato, la raccolta di Calvino e la raccolta di Lapucci.
Sarebbero soprattutto da leggere le due famose raccolte ottocentesche di Gherardo Nerucci: “Sessanta novelle popolari montalesi” uscito non troppi anni fa in un’edizione moderna nella BUR e le Cincelle da bambini, in nella stietta parlatura rustica d’i’ Montale Pistoiese, di cui si può reperire una ristampa anastatica nella casa editrice Forni. Soprattutto le Cincelle non sono facili da comprendere per chi non abbia almeno un po’ di dimistichezza con il dialetto, ma la fatica viene ripagata dalla vivacità e dal divertimento della narrazione.
Altra ampia raccolta di fiabe toscane è quella di Giuseppe Pitré: Novelle Popolari Toscane, Edikronos, 1981 (ed. originale, Firenze 1885), in questo caso però le narrazioni sono più povere, siamo appunto di fronte a un libro scritto da un etnologo con intenti di conservazione di un patrimonio fiabico.


Bibliografia:

  • Nerucci Gherardo, Cincelle da bambini in nella stietta parlatura rustica di Montale Pistoiese , Bologna : Forni, 1995 (ed. originale Pistoia 1881)
  • Fiabe toscane, scelte e trascritte da Carlo Lapucci ; presentate da Mario Luzi
    Milano : Mondadori, 1984
  • Fiabe toscane, a cura di Lella Gandini ; riscritte da Roberto Piumini ; illustrazioni di Anna Curti, Trieste : Einaudi Ragazzi, 1998
    67 p. : ill.
  • Lapucci Carlo, Come una fiaba diventa toscana: il gatto con gli stivali, Montepulciano, Editori del Grifo, 1992
  • Nerucci Gherardo, Cincelle da bambini in nella stietta parlatura rustica di Montale Pistoiese , Bologna : Forni, 1995 (ed. originale Pistoia 1881)
  • Nerucci Gherardo, Sessanta novelle popolari montalesi; a cura di Roberto Fedi, Milano : Rizzoli, 1998 (ed originale. Firenze 1891)
  • Pitré Giuseppe, Novelle popolari toscane, Palermo, Edikronos, 1981
    (ed. originale: Firenze, 1885)
  • Calvino Italo, Fiabe italiane raccolte dalla tradizione popolare durante gli ultimi cento anni e trascritte in lingua dai vari dialetti, Torino, Einaudi, 1956.
    Questo testo ha avuto numerose edizioni fra cui una molto economica negli Oscar Mondadori.

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Note

(1) L’introduzione di Calvino alle fiabe italiane è una preziosa lettura per gli appassionati di fiabe, non solo rende conto dei criteri seguiti dallo scrittore per scegliere e riscrivere le fiabe, ma illustra la meraviglia di un artista di fronte alla ricchezza e alla multiformità del patrimonio di fiabe tradizionali.

(2) Lapucci nel testo riporta varie versioni della fiaba ‘Il gatto con gli stivali’ precedute da un ampio articolo in cui tra l’altro enumera e illustra gli elementi e i caratteri che rendono tipicamente toscana la versione mugellana della fiaba ‘Il gatto con gli stivali’ da lui stesso ascoltata da bambino. L’obiettivo che Lapucci si pone in questo libro è dunque quello di di scoprire “le ragioni e le forme attraverso le quali un testo popolare cambia pelle nel tempo, assumendo poi le vesti toscane al punto tale da camuffarsi perfettamente come elemento indigeno, nonchè a cercare i motivi di tale trapianto e trasformazione”