Legge regionale
12 agosto 1993 n. 36 (B.U.R. 68/1993)
DELIMITAZIONE DELL'AREA
METROPOLITANA DI VENEZIA
Art. 1 Delimitazione
territoriale dell'area metropolitana di Venezia.
1. Ai sensi dell'articolo
17 della legge 8 giugno 1990, n. 142, il territorio dell'area metropolitana
di Venezia comprende gli attuali Comuni di Venezia, Marcon, Mira, Spinea,
Quarto d'Altino ed è delimitato in conformità alla planimetria
allegata. (1)
Art. 2 Funzioni
della Città metropolitana.
1. La città
metropolitana assume, oltre a quelle proprie della provincia, anche le
seguenti funzioni a carattere sovracomunale o da svolgersi in forma coordinata:
3. La Regione, in ottemperanza a quanto disposto dall'articolo 3, comma 3, della legge 8 giugno 1990, n. 142, e dopo l'avvenuto riordino delle circoscrizioni dei comuni dell'area metropolitana su proposta del consiglio metropolitano e sentiti i comuni interessati può attribuire alla città metropolitana ulteriori funzioni nell'ambito delle materie di cui all'articolo 19 della citata legge n. 142/1990.Art. 3 Funzioni dei comuni compresi nel territorio della Città metropolitana.1. Ai comuni dell'area metropolitana restano le funzioni non espressamente attribuite alla città metropolitana ai sensi dell'articolo 2.2. Le procedure di consultazione dei comuni di cui all'articolo 1 sono svolte secondo le modalità previste dallo statuto della città metropolitana. Art. 4 Decentramento delle funzioni amministrative della Città metropolitana.1. I servizi di competenza provinciale sono svolti dalla città metropolitana in modo decentrato, secondo le modalità previste dal suo statuto.
Art. 5 Procedure per la revisione delle circoscrizioni comunali della Città metropolitana.1. A seguito della costituzione della città metropolitana e in deroga a quanto previsto dalla legge regionale 24 dicembre 1992, n. 25:
Note
(1) Si omette la planimetria.
Cartina dell’area metropolitana originariamente individuata dalla Regione Veneto con L.R. 12 agosto 1993, n. 36

Tabella e Grafico
n. 7 - Rapporti di urbanizzazione nel Veneto: residenti nel capoluogo
e corona metropolitana (Elaborazione Unioncamere Veneto su dati Istat).
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Fonte: Osservatorio urbanistico della Provincia di Verona
Questa caratterizzazione, oltre che nel peso demografico, si legge anche nei vari profili settoriali: per limitarsi alle funzioni fondamentali si può ricordare che solo il capoluogo concentra il 30% degli insediamenti residenziali (nota 2) ed il 29% di quelli produttivi (nota 3), il 36% dei posti di lavoro (nota 4) ed il 31% dell'offerta di lavoro (nota 5). Monocentrismo dell'area metropolitana rispetto al suo intorno e, parallelamente, elevato rango nella gerarchia urbana delle città venete e, più in generale, del nord-est: questo si legge bene nei consueti dati demografici relativi al comune capoluogo (Tab. 2), ma assai meglio in quelli riferiti agli interi sistemi urbani centrati sui capoluoghi (Tab. 3) (nota 6): Venezia, Brescia, Padova e Verona formano il primo rango della graduatoria, ma, tra queste, solo Brescia e Verona presentano una dinamica intercensuaria positiva.
Tabella e Grafico n. 8 - Popolazione residente nei capoluoghi del Nord Est
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Fonte: elaborazione Servizio Provinciale di Pianificazione Territoriale su dati Istat
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nota 2: Si tratta
di 452.940 stanze, di cui, peraltro, l'8,4% non occupate (fonte: Istat
Censimento Popolazione 1991)
nota 3: sono
18.144 le unità locali (luogo in cui si svolge un'attività
economica) (fonte: Istat Censimento Industria e Servizi 1991)
nota 4: Nel
Comune di Verona gli addetti all'industria sono 30.888 (23% del totale
provinciale) e quelli al terziario 76.826 (47% del totale provinciale):
è evidente la specializzazione terziaria del capoluogo; l'intera
provincia, viceversa, pur partecipando al processo di terziarizzazione
dell'economia che ha investito tutto il paese dagli anni '80, sembra non
avervi avuto un ruolo adeguato al suo rango urbano: nella graduatoria nazionale
del tasso di specializzazione terziaria Verona passa nel corso degli anni
'80 dalla 25ma alla 31ma posizione. (fonte: elab. Servizio Provinciale
di Pianificazione Territoriale su microdati Censimenti Istat)
nota 5: la
popolazione attiva residente in condizione professionale è pari
a 108.924 unità, di cui il 69% a specializzazione terziaria (fonte:
Istat Censimento Popolazione 1991)
nota 6: la
configurazione dei sistemi urbani cui si riferiscono i dati è stata
ottenuta da CAIRE attraverso "la misura del potenziale demografico che
è assicurato dal sistema della mobilità entro un intervallo
temporale definito" (cfr. CAIRE: Sistemi Metropolitani e reti urbani nell'Italia
delle cento città , Reggio Emilia 1995)
nota 7: la
legge di riforma delle autonomie locali (L 142/90) prevedeva, in termini
rigidi, la "promozione" di 9 Province, tutte corrispondenti a capoluoghi
regionali, ad Aree Metropolitane. Nessuna tuttavia è stata attivata.
RICERCHE MURST Ottobre 1998
Paola Somma
responsabile unità locale - Francesco Indovina responsabile
nazionale
Città metropolitana
versus Area Metropolitana; il caso veneziano di Marco Torres e Michelangelo
Savino
Obiettivi e risultati
In questo anno accademico,
l’attività dell’unità operativa di Venezia si è incentrata
sulla raccolta dei dati e materiali prodotti nel merito della formazione
della città metropolitana di Venezia, con particolare attenzione
alla rassegna stampa, con l’obiettivo di ricostruire il panorama delle
proposte e delle prospettive politiche ed istituzionali del nuovo livello
di governo territoriale, nell’ottica inoltre di un confronto con quanto
avvenuto in altre aree metropolitane italiane ed estere.
Il dibattito inaugurato
dall’approvazione della legge 142 del ’90 ha fatto registrare un notevole
dibattito in merito alla formazione delle nuove città metropolitane,
ma questo dibattito sembra essersi incentrato esclusivamente sulla dimensione
geografica dei nuovi organismi di governo e sui contenuti formali dei nuovi
poteri. Poco si è discusso invece sulle reali possibilità
che un nuovo ridisegno delle autonomie locali possa dare ai problemi di
nuova natura che oggi caratterizzano le aree interessate dal progetto della
142. La necessità che si palesa con il ritardo che la formazione
delle città metropolitane ha ormai accumulato è che un progetto
di una nuova istituzione territoriale passa indiscutibilmente attraverso
un progetto nuovo di città, attraverso la definizione di una nuova
strategia di sviluppo, perché le città metropolitane di nuova
costituzione non siano altro che una complessificazione di quella "frammentazione"
che già oggi rende difficile il governo del territorio. La costituzione
di un nuovo organismo di governo passa indiscutibilmente dalla definizione
di un progetto di città, delle strategie che possano giustificare
una ridefinizione dei poteri di governo, di pianificazione, di intervento
nel campo dei servizi ai cittadini, delle forniture di servizi, di produzione
di infrastrutture che dovranno costituire elementi fondamentali della nuova
riforma nelle aree metropolitane. Le diverse riflessioni che hanno accompagnato
il dibattito interno tra le diverse unità operative si è
arricchito di riflessioni specifiche sul tema dei servizi, sulla ridefinizione
dei poteri di pianificazione, sul carattere dei piani e degli strumenti
urbanistici, sulle modalità con cui in altre esperienze europee
si sono affrontati i problemi maturati in simili processi di "metropolinizzazione".
Liliana Padovani
responsabile
unità operativa - Marino Folin responsabile nazionale
Le nuove dimensioni
dell’abitare nei sistemi urbani negli anni ’90: il caso dell’area metropolitana
di Venezia - Padova - Treviso di Luciano Vettoretto, M. Trivellato,
M. Sartore, M. Drouille
Obiettivi e risultati
La finalità
della ricerca erano quelle di cogliere i cambiamenti indotti sui sistemi
abitativi e sui modi di abitare all’interno dell’area metropolitana veneziana
dal processo di mutamento che, a partire dagli anni settanta ha modificato
base economica, ruolo e funzioni dei centri urbani. Rispetto a questi obiettivi
la ricerca ha: ricostruito il quadro delle politiche di intervento che
sono state definite nel corso degli anni ottanta e ai primi anni novanta,
ha predisposto una base di conoscenze di carattere quantitativo e qualitativo
che permette di analizzare e valutare i processi di cambiamento che hanno
interessato la struttura e composizione della domanda di abitazioni, le
modalità di accesso alla casa, le modalità di produzione
o di rigenerazione - delle abitazioni e dei tessuti residenziali. Particolare
attenzione è stata dedicata al ruolo della residenza rispetto alle
prospettive di evoluzione del centro storico di Venezia (questione dell’esodo,
della dominanza delle funzioni turistiche). Le fasi del lavoro di ricerca
che è stato svolto possono essere così sintetizzate: creazione
di una base dati, aggiornabile, che permette di cogliere e quantificare
le principali dimensioni dei mutamenti in atto: nella domanda abitativa
(cambiamenti nei processi di crescita della popolazione, nella struttura
dei nuclei familiari, nell’occupazione, ecc.), nella produzione di abitazioni
(tipi di operatori, modelli di intervento) e nell’accesso alla abitazione
da parte dei vari gruppi sociali (eventuali fenomeni di polarizzazione
delle situazioni abitative, formazione di nuove aree di bisogno, crescita
dei livelli di qualità residenziale richiesti, ecc.). L’area metropolitana
è stata suddivisa in sub-aree, distinguendo tra area centrale dove
esiste la situazione particolare del centro storico di Venezia, aree semi
centrali e aree più esterne di nuovo insediamento; - ricostruzione
del quadro delle politiche abitative e urbane che sono state definite nel
corso degli anni ottanta e ai primi anni novanta, con riferimenti alle
precedenti politiche di riqualificazione urbana e residenziale. Analisi
dei processi di implementazione di alcune di queste politiche ritenute
significative per i fenomeni in esame e valutazione degli esiti. Particolare
attenzione è stata data alle politiche rivolte alle nuove questioni
abitative (nuove povertà, nuove forme di disagio abitativo grave,
accesso alla casa dei giovani, contrazione del patrimonio in affitto, competizione
nel caso di Venezia tra la popolazione residente, quella studentesca e
le nuove popolazioni urbane city users indotti dallo sviluppo delle funzioni
turistiche; - identificazione delle questioni emergenti e loro collocazione
rispetto ai fenomeni emersi nelle altre aree metropolitane prese in esame
e nel contesto più generale del dibattito in corso a livello europeo.
in quest’ultimo caso, facendo anche riferimento alle attività sviluppate
all’interno dell’Enhr Working Group: Metropolitan Housing Systems.
Camera dei Deputati - Proposta di legge n. 5372 d'iniziativa del deputato Bonato "Disciplina degli interventi per la salvaguardia di Venezia" (presentata il 5 novembre 1998)
Onorevoli Colleghi! - Sul governo dell'ecosistema di Venezia
e della sua laguna vi è stata una complessa produzione normativa,
in nome del riconoscimento di una specificità di valore nazionale
ed internazionale. Eppure, la legislazione speciale avviata sin dal 1973,
pur individuando validamente gli obiettivi volti al risanamento e alla
salvaguardia di un patrimonio unico al mondo, non è riuscita ad
affrontare in modo organico i problemi di Venezia e della sua laguna, né
a rimuovere le cause del profondo degrado.
La forza progettuale ed operativa della vigente legislazione
speciale si è irrimediabilmente esaurita: lo testimoniano le ripetute
relazioni della Corte dei conti sulle capacità di spesa e gli atti
dell'"Indagine conoscitiva sullo stato di attuazione della legislazione
speciale per la salvaguardia di Venezia", presentati alla Commissione
ambiente della Camera dei deputati nel gennaio 1992. La salvaguardia di
Venezia, del suo ambiente ecologico e del suo entroterra resta dunque un
obiettivo ancora da raggiungere. Da qui la necessità di procedere
almeno ad una "pulizia" normativa, alla redazione di un testo di legge
che fornisca una serie di strumenti di intervento e di gestione per intervenire
in modo efficace sul territorio, che sbrogli la matassa ormai confusa e
autoparalizzante di competenze e di soggetti istituzionali affastellatisi
nel tempo. Un testo che permetta non solo di facilitare le modalità
di governo dell'ecosistema lagunare, ma che riesca a raccordarsi urgentemente
alla legislazione nel frattempo prodotta, la quale talora risulta estremamente
più avanzata di quella specifica relativa a Venezia ancora in vigore.
La presente proposta di legge individua pertanto tre
strumenti di riordino istituzionale: la città metropolitana, l'autorità
e il piano di bacino, l'ente parco della laguna. L'istituzione della città
metropolitana assume un'importante valenza proprio per la specificità
del sistema eco-sociale in cui è inserita la città. Si tratta
di un complesso di relazioni interagenti che definiscono un'identità
plurale, per il cui governo non risultano sufficienti gli strumenti istituzionali
vigenti.
Nessun altro sistema urbano contiene in sé elementi
strutturali così diversi e così complementari come Venezia,
con il suo patrimonio insulare, lagunare, industriale, culturale, sociale,
urbano, legato irrimediabilmente ad un entroterra vasto di altrettanti
flussi e relazioni. Ma è un sistema che, soprattutto in questi ultimi
anni, sta subendo un livello di tensioni difficilmente governabili nell'attuale
assetto istituzionale, a cui manca una capacità d'insieme, programmatoria
e pianificatoria, all'altezza della situazione. La recente consultazione
referendaria nel quartiere veneziano del Cavallino, che ha scelto la totale
autonomia istituzionale ed amministrativa, ha drammatizzato la questione
del governo unitario. La decisione del Cavallino (un territorio esposto
fortemente alla sua posizione di margine all'interno del sistema lagunare
ed istituzionale veneziano) può preannunciare altre amputazioni
all'amministrazione comunale unitaria di Venezia, con l'acuirsi delle spinte
isolazionistiche fra Mestre e Venezia, le due città di terra e di
acqua. I danni che ne potrebbero derivare sarebbero irrimediabili, se non
si interviene urgentemente con un sistema istituzionale capace di contenere
e di valorizzare il processo autonomistico all'interno di questa struttura
plurale e capace ci creare un livello metropolitano di governo.
(omissis) L'articolo 2 istituisce la città
metropolitana di Venezia, comprendente il comune capoluogo e i comuni "interessati",
che abbiano - fra loro e fra loro e il capoluogo - relazioni di integrazione
ed interdipendenza. Il comma 1 presuppone, dunque, la valorizzazione di
quell'elemento volontaristico e cooperativo fra enti locali, che si è
manifestato durante il primo tentativo di attuazione della legge 8 giugno
1990, n. 142, pur rispettando il criterio di contiguità territoriale
e di sistema relazionale metropolitano. I commi successivi disciplinano
la formazione dello statuto metropolitano in seno all'assemblea metropolitana,
fissando criteri generali di funzionamento e di deliberazione, cercando
al contempo di valorizzare sia i presupposti di efficacia e di efficienza
nelle scelte, sia i percorsi democratici all'interno degli organi istituzionali.
La presenza dei consigli di quartiere veneziani nell'iter
deliberativo permette di prefigurare la trasformazione del comune di Venezia
in una rete di comuni autonomi, come peraltro previsto dalla legge 8 giugno
1990, n. 142.Lo statuto metropolitano così definito è sottoposto
a referendum popolare nei comuni interessati (comma 5) e trasmesso,
se l'esito è favorevole, dalla regione al Parlamento per l'approvazione
con legge della Repubblica. Con la stessa legge si ridefinisce il territorio
provinciale, qualora città metropolitana di Venezia e provincia
di Venezia non coincidano (comma 6), così come previsto dall'articolo
133 della Costituzione. Successivamente la regione emana un proprio decreto
per il trasferimento di compiti e funzioni (e relative risorse umane e
materiali) alla città metropolitana (comma 7).
(omissis)
Art. 2.
(Istituzione della città metropolitana di
Venezia)
1. E' istituita la città metropolitana di Venezia.
La città metropolitana di Venezia si fonda sulla specificità
delle città d'acqua di Venezia e di Chioggia, dell'ambito lagunare
e dell'entroterra. Essa è costituita dal comune capoluogo e dai
comuni interessati, che abbiano con essa rapporti di integrazione in ordine
alle attività economiche, ai servizi essenziali della vita sociale,
nonché alle relazioni culturali e alle caratteristiche geomorfologiche
del territorio.
2. Con deliberazione del consiglio comunale del capoluogo,
dei comuni interessati e del consiglio provinciale di Venezia è
istituita una apposita assemblea, denominata "assemblea metropolitana",
composta dai rappresentanti dei comuni interessati e della provincia di
Venezia, incaricata di adottare una proposta di statuto della città
metropolitana che disciplini gli assetti territoriali, la forma di governo,
le funzioni, l'organizzazione ed i rapporti fra comuni aderenti all'area
metropolitana e gli altri enti locali, ivi comprese eventuali suddivisioni
ed aggregazioni comunali e la suddivisione del capoluogo in più
comuni.
3. L'assemblea metropolitana è composta da un
rappresentante per ciascun comune partecipante e per la provincia di Venezia,
eletto dai rispettivi consigli comunali e provinciale. All'assemblea sono
invitati cinque presidenti dei consigli di quartiere del comune di Venezia,
delegati dal consiglio comunale e il presidente della regione o un suo
delegato. L'assemblea è convocata e presieduta dal rappresentante
del comune di Venezia.
4. La proposta di statuto di cui al comma 2 è
adottata dall'assemblea metropolitana, dalla maggioranza degli aventi diritto
al voto espressa nella metà più uno dei comuni partecipanti
e rappresentanti almeno la metà più uno degli abitanti complessivi.
Entro sessanta giorni dalla sua adozione, la proposta di statuto, comprensiva
di eventuali aggregazioni comunali e suddivisioni municipali, deve essere
discussa e approvata, dai consigli comunali dei comuni inseriti all'area
metropolitana, a maggioranza assoluta degli eletti. Le eventuali modifiche
sono discusse ed approvate dall'assemblea metropolitana entro i sessanta
giorni successivi e il testo, adottato con la maggioranza di cui al periodo
precedente, è inviato alla regione Veneto.
5. La proposta di statuto definita ai sensi del comma
4, entro novanta giorni dall'adozione, è sottoposta a referendum
consultivo nei comuni interessati e si ritiene approvata solo se ottiene
la maggioranza dei voti validi espressi nell'area metropolitana e la maggioranza
dei voti validi espressa nella metà più uno dei comuni partecipanti.
6. Entro trenta giorni dall'avvenuta consultazione referendaria
di cui al comma 5, la regione Veneto trasmette lo statuto al Parlamento,
perché sia approvato con legge della Repubblica. Con la stessa legge
si provvede all'eventuale ridefinizione delle circoscrizioni provinciali,
in caso di mancata coincidenza territoriale della città metropolitana
con l'intero territorio provinciale esistente.
7. Entro dieci mesi dalla data di entrata in vigore della
legge di cui al comma 6, il presidente della giunta regionale del Veneto
emana un proprio decreto, con il quale determina:
LE INTESE RAGGIUNTE
E' un sabato, l'ultimo
giorno di settembre. In una saletta del piano terra della villa
Pisani i sindaci di Padova e Venezia, Giustina Destro e Paolo Costa,
firmano un protocollo
d'intesa, primo passo di un percorso ambizioso al termine del quale
c'è la creazione di una grande città metropolitana centro-veneta,
con il coinvolgimento - prevede il progetto - di un nutrito numero di comuni
delle due province. Flash di fotografi, telecamere, giornalisti. Al fianco
di ognuno dei due primi cittadini tre vigili urbani in alta uniforme con
i gonfaloni delle due città. I due sindaci sono visibilmente soddisfatti.
"E' una giornata importante,
provo grandissima soddisfazione", dice Destro. "Dopo neanche un mese di
dialogo con Costa - spiega il sindaco di Padova - abbiamo già raggiunto
la prima tappa concreta. Il Veneto ha grande importanza economica e finanziaria,
ma finora ognuno ha marciato per conto suo. Non siamo riusciti a fare sistema,
per troppi personalismi, gelosie. Oggi riteniamo che sia giunto il momento
di dare un segnale diverso. Padova e Venezia, ma guardiamo anche a Treviso,
sono un continuum metropolitano che ha bisogno di coordinamento
nelle infrastrutture, nei trasporti, nei servizi. La riforma sul federalismo
in discussione alla Camera, introduce nella Costituzione la Città
Metropolitana, dotata di un governo che coinvolge le Province, con un ruolo
importante delle Regioni".
E' il turno di Costa:
"Missione impossibile solo perché ci sono troppe difficoltà?
Proprio le difficoltà dimostrano l'urgenza. Se guardiamo al passato,
solo motivi meschini hanno impedito di fare quello che proviamo a fare
ora". Oggi i tempi sono maturi, spiega il sindaco di Venezia. Perché,
diversamente dal passato, oggi c'è una legge di modifica costituzionale
che introduce le Città Metropolitane. E poi tutti i processi economici
avvengono ormai nelle grandi conurbazioni. Per il Nordest non è
più possibile rinviare il coordinamento di università, fiere,
centri di ricerca, trasporti, porti, aeroporti, servizi pubblici. "Vogliamo
continuare a farci concorrenza perfino sulle mostre d'arte? - incalza il
professore - Fino a ieri è stato possibile, oggi bisogna smetterla.
Per scrupolo ho telefonato ai sindaci di Milano, Torino, Genova: tutta
l'Italia muove in questa direzione. Io non sto chiedendo la Città
Metropolitana per Venezia ma nell'interesse di tutti. Firmiamo un protocollo
d'intesa, ma non chiudiamo niente. Non escludiamo nessuno". Il protocollo
prevede l'istituzione di una commissione per redigere lo statuto della
Città Metropolitana, presieduta da Alessandro Pajno, già
segretario generale di Palazzo Chigi con Prodi, oggi alto commissario per
il federalismo del governo Amato.
La dichiarazione congiunta
di Giustina Destro e Paolo Costa sindaci di Padova e Venezia
Padova e Venezia costituiscono
da tempo i due nodi forti di un continuum metropolitano che caratterizza
il Veneto centrale. L'interdipendenza e l'integrazione tra i due centri
urbani è rilevante e crescente. E, in effetti, l'asse Venezia-Padova
è periodicamente - dalla seconda metà degli anni '60 - al
centro di un dibattito intorno alla necessità di creare forme di
coordinamento e cooperazione, almeno su un certo numero di temi strategici.
Tipicamente, ciò
riguarda tutti i temi relativi alle funzioni che, per loro natura, escono
dall'ambito prettamente comunale e che, se contano su forme adeguate di
coordinamento, possono conseguire importanti economie di scala a vantaggio
di ogni cittadino. Pensiamo alla pianificazione territoriale, alla viabilità,
al traffico, ai trasporti (dall'asse idroviario all'interporto, all'aeroporto,
alla tangenziale di Mestre). Pensiamo alla tutela e valorizzazione dei
beni culturali e ambientali. Alla tutela idrogeologica, alla valorizzazione
delle risorse idriche, alla raccolta, distribuzione e depurazione delle
acque. Pensiamo ai servizi per lo sviluppo economico e la distribuzione
commerciale. Alla sanità. Ai servizi di formazione professionale,
all'istruzione. A diverse altre public utilities di rilevanza sovracomunale,
che possano migliorare la qualità della vita dei cittadini.
Si tratta di funzioni
decisive per lo sviluppo e la qualità della vita del Veneto se non
dell'intero Nordest. Non è un caso che tutte queste siano le funzioni
che la legge immagina di competenza di quelle città metropolitane
tanto annunciate ma mai realizzate nel nostro Paese.
Finora né la
politica né l'elaborazione culturale hanno saputo tenere il passo
con il processo di intreccio economico e sociale nell'area che comprende
i due comuni, e che guarda verso Treviso. Un processo, peraltro, che ha
registrato una notevole accelerazione nell'ultimo decennio e promette un'intensificazione
ulteriore. E intanto si è già giunti a quella soglia di interdipendenza
funzionale oltre la quale la mancanza di coordinamento nelle decisioni
di sviluppo viola sia il principio di efficienza sia lo stesso principio
di democraticità.
Oggi oltre l'80% della
popolazione dei paesi industrializzati vive in aree urbane. Le città
sono veri e propri motori dello sviluppo delle economie di questi paesi.
Tanto più in un mondo, come quello attuale, in cui la base economica
dei paesi avanzati come il nostro vive la transizione dall'economia industriale
all'economia della società dell'informazione.
Le innovazioni importanti
che caratterizzano questo processo nascono negli ambienti urbani, se non
altro perché sono sede delle infrastrutture strategiche per l'economia
digitale: università, centri di ricerca, fiere etc. Inoltre, nell'accesso
alle reti di trasporto e di telecomunicazione i centri urbani giocano un
ruolo fondamentale. Ed è proprio il caso di Padova e Venezia, che
si trovano all'incrocio dei due grandi corridoi transeuropei della "dorsale
meridionale europea" e del "corridoio adriatico". Insomma, più che
mai la grande città possiede tutte le caratteristiche per diventare
lo strumento di diffusione della new economy.
Il Nordest, un esempio
di inventiva economica per tutto il mondo, ha fondato finora il suo sviluppo
sul protagonismo della piccola e media impresa, che ha portato negli ultimi
decenni benessere diffuso su un reticolo insediativo policentrico, ma non
sempre esente da conseguenze ambientali.
Quel che attualmente
manca al Nordest è una sufficiente massa critica urbana, per continuare
a competere sul mercato mondiale, nella produzione di servizi rari e nella
creazione di ambienti ricettivi delle grandi innovazioni.
La gestione di questi
processi ha fatto sì che in tutti i paesi industrializzati si siano
andati formando nuovi livelli di governo sovracomunali, i governi metropolitani,
per rispondere adeguatamente proprio all'esigenza di costruire una massa
critica - in termini finanziari, di potere contrattuale nei confronti del
governo centrale o europeo, e di domanda locale - capace di competere con
gli altri sistemi urbani concorrenti, a scala nazionale, europea e mondiale.
Un tale livello di governo del Nordest, che attualmente si configura come
un sistema reticolare di centri vivaci ma tutti di scala inadeguata alla
bisogna, potrebbe diventare un fattore dinamico non solo a livello economico,
ma anche sociale e politico.
Le modifiche costituzionali
attualmente all'attenzione del Parlamento, riconoscono finalmente, a tutti
gli effetti, le funzioni e i meriti delle città metropolitane nel
quadro di una riforma federalista. Dunque, anche da un punto di vista politico
e costituzionale, sono oggi maturi i tempi perché si arrivi al più
presto alla creazione di una città metropolitana di riferimento
per l'intero Nordest, capace di aggregare le più rilevanti realtà
urbane con un ordinamento differenziato proprio della realtà veneta.
Un simile supporto istituzionale corrisponde al bisogno di ottimizzare
le funzioni di governo proprie dell'Amministrazione pubblica, parallelamente
al processo di devolution delle competenze dallo Stato alle Regioni.
Un governo di rango metropolitano attorno a Venezia e a Padova dovrebbe
peraltro assumere anche gran parte delle competenze relative alla tutela
dell'ambiente lagunare, che fanno capo al Magistrato alle Acque.
Nello scenario che
prefiguriamo è evidente il necessario coinvolgimento delle Province.
E il ruolo decisivo della Regione, specie ora che si appresta a redigere
il suo Statuto nel quadro di una nuova Italia federale.
Protocollo d'intesa
Il Sindaco di Padova e il Sindaco di Venezia
C o n s i d e r a t o
che la competizione
europea si svolge tra città metropolitane;
che le città
metropolitane sono centro di tutte le trasformazioni che stanno investendo
i sistemi socio-economici, sia quelle positive (dallo sviluppo all'innovazione,
alla formazione, alla valorizzazione del patrimonio), sia quelle negative
(dall'emarginazione alla criminalità, alle emergenze ambientali
e territoriali);
che il Nordest, pur
ricco di una rete storica di città di grandi tradizioni, necessita
di un grande centro che sia in grado di gestire tali trasformazioni in
modo più tempestivo e di meglio partecipare alla competizione a
scala europea con un'organizzazione più efficiente;
che la proposta di
legge sul federalismo in discussione alla Camera dei Deputati, all'art.
3, aggiunge le città metropolitane all'ordinamento costituzionale
oggi individuato nei Comuni, Province e Regioni;
che nell'area centro
veneta le risorse indispensabili per lo sviluppo socio-economico sono distribuite
in una rete di città che poggia prevalentemente sui centri di Padova
e Venezia;
che tali risorse sono
fondamentali per offrire ai cittadini e alle imprese funzioni urbane rare
ed essenziali e che dette funzioni sono tra loro complementari;
che Venezia ha caratteristiche
inscindibili dal contesto lagunare in cui è inserita;
C O N V E N G O N O
di assumere ogni iniziativa
utile alla costituzione della Città Metropolitana Centro Veneta
che comprenda almeno Padova e Venezia, aperta ad ogni integrazione;
di far sì che
il nuovo statuto regionale preveda, in base all'ormai radicato principio
di sussidiarietà, ruoli e funzioni della Città Metropolitana
di Padova e Venezia;
di dar avvio a una
serie di protocolli d'intesa riguardanti le forme di cooperazione nei seguenti
ambiti
Villa Nazionale
di Stra, 30 settembre 2000
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|
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SINDACO | |
| PADOVA | Giustina Destro | |
| VENEZIA | Paolo Costa | |
| ABANO TERME | Cesare Pillon | |
| BRUGGINE | Francesco Salata | |
| CAMPONOGARA | Desiderio Fogarin | |
| CAVALLINO | Claudio Orazio | |
| CHIOGGIA | Fortunato Guarnieri | |
| CODEVIGO | Gerardo Fontana | |
| FOSSO' | Luciano Compagno | |
| LIMENA | Gilberto Vettorato | |
| MARCON | Fiorenzo Davanzo | |
| MARTELLAGO | Marco Stradiotto | |
| MIRA | Luigi Solimini | |
| MUSILE | Valter Menazza | |
| NOALE | Mario Bonaventura | |
| PIOVE DI SACCO | Carlo Valerio | |
| PONTE S.NICOLO' | Gaetano Calore | |
| PREGANZIOL | Franco Zanata | |
| RUBANO | Leonildo Bettio | |
| S. ANGELO DI PIOVE DI SACCO | Lino Gabriele Pressato | |
| S.MARIA DI SALA | Paolo Dalle Fratte | |
| SALZANO | Bruno Pigozzo | |
| SCORZE' | Romano Centomo | |
| SPINEA | Claudio Tessari | |
| STRA | Ernestino Canton | |
| VIGONZA | Guido Carraro (rappr. da Franco Madalozzo) | |
www.robertodagostino.net
Congresso Provinciale Ds - Mozione sulla Città
metropolitana - 11 novembre 2000
1 - Premessa
Da circa dieci anni la costituzione della città
metropolitana è considerato un obiettivo fondamentale e irrinunciabile
da tutte le forze progressiste della città per dare a Venezia e
al suo territorio di riferimento uno sbocco organizzativo e istituzionale
corrispondente al rango della città e alla complessità delle
relazioni economiche, sociali, culturali, politiche che in questo territorio
si sviluppano.
I DS sono stati la forza politica che a livello locale
e nazionale ha con maggiore coerenza ricercato le strade per raggiungere
questo obiettivo.
La costituzione della città metropolitana di Venezia
è stata fino ad oggi impedita da molti e diversi fattori: l'opposizione
della Regione, quando alla Regione era demandato il compito di varare la
legge costitutiva; lo scarso interesse dei Comuni contermini, dopo la legge
di riforma dell'elezione diretta dei sindaci; la non condivisione o la
scarsa condivisione delle forze politiche che fanno riferimento al Polo
delle Libertà; la mancanza, da parte dei sostenitori della città
metropolitana, dell'indicazione di un percorso forte e percorribile per
arrivare alla sua costituzione. Molti di questi fattori sono oggi venuti
meno. La legge 265, che riforma la legge 142, indica un iter complesso,
ma praticabile e soprattutto un iter tutto nelle mani dei Comuni e non
della Regione. Il concetto di città metropolitana sta diventando
patrimonio comune di tutte le forze politiche non separatiste del Comune
di Venezia; e anche alcune forze separatiste sono disponibili a subordinare
le forme di autonomia comunale alla costituzione della città metropolitana.
Quasi tutti i Comuni che potrebbero costituire la città metropolitana
sono di nuovo fortemente interessati a forme di aggregazione in grado di
potenziare le risorse di ciascuna comunità nel quadro dell'autonomia
e della specificità di ciascuna di esse. La riforma dell'articolo
quinto della Costituzione, oltre che il futuro Statuto della Regione, rappresentano
occasioni irrinunciabili per favorire la nascita della città metropolitana
di Venezia.
2 - I due livelli di azione: gli accordi di area vasta,
la riforma istituzionale.
In questo quadro si è formato ed è cresciuto
nelle ultime settimane l'accordo tra i Comuni di Venezia, Padova, Treviso
ed altri quaranta Comuni dell'area per dare vita a forme di coordinamento
e di studio che portino alla costituzione di una città metropolitana
del Veneto centrale. I DS di Venezia ritengono che questo accordo abbia
connotazioni fortemente positive che vanno sostenute e sviluppate, ma che
in esso non si rifletta compiutamente l'azione complessa per la costituzione
della città metropolitana. I DS di Venezia ritengono infatti che
esistono due livelli su cui operare per una riforma positiva degli assetti
di questa parte della nostra Regione.
1 - il livello degli accordi e dei coordinamenti che
hanno uno sfondo prevalentemente economico e funzionale (servizi, infrastrutture,
reti).
2 - il livello delle nuove forme di governo che portano
alle riforme istituzionali le quali, oltre agli aspetti economici e funzionali,
debbono considerare gli aspetti culturali, politici, strutturali.
I DS di Venezia ritengono che si debba operare a questi
due livelli, che non possono essere confusi o utilizzati per negarsi a
vicenda. I DS di Venezia ritengono che l'azione in corso promossa dai sindaci
di Venezia e di Padova attenga al primo livello e vada proseguita nell'ottica
di individuare tutte le forme di accordo possibile, comprese forme comuni
e permanenti di gestione di specifici servizi, senza che essa debba necessariamente
comportare la costituzione di un governo metropolitano.
Il numero dei Comuni coinvolti in questa azione, le forti
tradizioni municipali di molti di loro, l'estrema eterogeneità in
ordine alle dimensioni, al ruolo nel contesto regionale, alla collocazione
geografica, alla vocazione politica, oltre che la necessità di apposite
nuove leggi, rendono infatti molto difficile, e comunque spostano in una
prospettiva di lungo periodo, la loro aggregazione all'interno di una unica
città metropolitana. Almeno nel breve periodo infatti tale città
metropolitana, qualora fosse costituita, non si configurerebbe come un
organismo urbano coeso, per quanto fortemente distribuito, ma sarebbe più
caratterizzato dall'esistere in forza di patti economici piuttosto che
in forza della necessità della comune appartenenza ad un organismo
con cui si realizzi l'identificazione di cittadinanza.
In assenza di un governo metropolitano forte e dell'identificazione
dei cittadini con il nuovo organismo urbano non si avrebbe la formazione
di una nuova città, ma di una vera e propria aggregazione subregionale
all'interno della quale permarrebbero, anche se in modo virtuoso, tutti
i fattori di competizione fra le città che ne faranno parte. In
questo caso l'autonomia delle diverse realtà veneziane, con la inevitabile
costituzione in municipi autonomi di Mestre e Venezia e forse di altre
parti dell'attuale città, diventerebbe un disvalore perché
all'interno del nuovo organismo prevarrebbero le realtà urbane più
centrali, più forti e strutturate, e i valori (in particolare politici
e culturali) dell'attuale organismo urbano di Venezia verrebbero separati
e dispersi. Il processo avviato dunque va appoggiato nella misura in cui
è capace di aprire reali possibilità di creare un sistema
forte di cui la nostra regione e ciascuna delle nostre comunità
ha bisogno, ma non va identificato in modo esclusivo con la costituzione
della città metropolitana di Venezia, che è un obiettivo
urgente dettato anche da una fase di particolare crisi di identità
del nostro Comune.
3 - La città metropolitana di Venezia
La nuova situazione si inserisce in uno sfondo veneziano
in cui non si sono per nulla sopite le spinte alla disgregazione del comune,
che anzi mantengono inalterate la loro pressione e che potranno portarci
in breve al voto per la separazione tra Venezia e Mestre.
I DS veneziani ribadiscono il loro forte e deciso no
ad ogni separazione e il loro impegno a mobilitarsi in caso di referendum
separatista. In ogni caso infatti, sia di uno sbocco istituzionale del
processo in corso tra i quaranta Comuni del Veneto, come nel caso di un
esito di semplice coordinamento, vi è tutto l'interesse per la comunità
veneziana di rafforzare la propria struttura urbana contrapponendosi ad
ogni forma di divisione. Nello stesso tempo riconoscono la necessità
di forme di maggiore autonomia delle diverse realtà che costituiscono
l'arcipelago urbano veneziano e ritengono che tali forme di autonomia possano
compiutamente e correttamente realizzarsi all'interno della città
metropolitana di Venezia.
I DS di Venezia ritengono che, accanto allo sviluppo
degli accordi e dei coordinamenti, anche nella prospettiva di forme di
governo metropolitano di area vasta, vada sviluppato il processo di formazione
della città metropolitana di Venezia così come è oggi
previsto dalla legislazione vigente. A questo scopo occorre attivare la
procedura prevista dalla 265 in accordo con tutti i Comuni contermini disponibili
a procedere alla costituzione della città metropolitana di Venezia.
In particolare deve essere redatto lo statuto della città metropolitana
che abbia forti caratteristiche di autonomia e riconduca alla città
metropolitana le competenze, oltre che della Provincia, come previsto dalla
legislazione vigente, anche di tutte quelle procedure e attribuzioni che
attengono alla specialità dell'area veneziana e che oggi sono disperse
tra più sedi decisionali. Va inoltre fatta una precisa azione politica
perché nello Statuto Regionale venga specificato che la capitale
della Regione è la città metropolitana di Venezia.
4 - Conclusioni
In definitiva, i DS di Venezia ritengono che vada sostenuto
il processo di aggregazione sovracomunale in corso, ma nello stesso tempo
che vada data risposta alla necessità di un rafforzamento della
città di Venezia e della sua aggregazione con i comuni contermini
che ad essa fanno riferimento, attraverso la costituzione della città
Metropolitana di Venezia, così come previsto dalla Legge n.265.
Roberto D’Agostino – Assessore al Comune di Venezia con delega alla Città metropolitana
http://www.lettere.unimi.it/mainardi/metrop/metropol1999
"Paesaggi contemporanei":
Il sistema infrastrutturale nell’area metropolitana veneziana diCarlo Magnani,
Stefano Rocchetto, Enzo Siviero
(omissis) Le aree marginali
della città sono costituite da manufatti "scarti" dell’urbano per
i quali prevale l’aspetto di "atopia", vale a dire di indifferenza al luogo
e ai principi di una collocazione morfologicamente significativa. In queste
aree, si evidenzia principalmente quel fenomeno che trova nella dissoluzione
dell’urbano e nel contemporaneo spreco di territorio i suoi aspetti più
rilevanti. Tuttavia ciò che veniva definito in termini aggregati
come periferia ha perso da tempo il carattere di "lontananza dal centro",
contribuendo piuttosto allo sviluppo di una struttura insediativa policentrica
priva di concettualizzazioni soddisfacenti. Il seminario si pone l’obiettivo
di indagare tale fenomeno di rilevanti proporzioni sia attraverso la riflessione
teorica, che la sperimentazione progettuale, proponendosi il confronto
con l’innovazione delle tecniche e dei principi della progettazione architettonica.
In particolare modo la formulazione dell’ipotesi della costruzione della
città metropolitana di Venezia che deve assumere come orizzonte
di riferimento il triangolo Padova, Treviso, Venezia, pone rilevanti problemi
di trasformazione della città esistente con l’obiettivo di rifondare
i principi del funzionamento della struttura insediativa e di relazione
fra le sue parti. Ciò pone un generale problema relativo alla qualità
dell’insediamento e alla definizione dei termini della qualità,
dal momento che la riflessione sulla qualità urbana ha assunto i
caratteri di un luogo comune, cioè di un obiettivo imprescindibile
delle proposizioni di governo locale e, contemporaneamente, di un "indeterminato
confuso", dal momento che non esiste un patrimonio conoscitivo largamente
condiviso che abbia codificato indicatori e parametri di qualità
di una struttura territoriale in termini fisici.
Di volta in volta
si può fare riferimento alla dotazione di attrezzature, alla presenza
di servizi, al funzionamento nei termini del rapporto spazio-tempo, cioè
indicatori che spesso "parlano d’altro" rispetto alla fisicità dei
fenomeni. Dagli studi finora effettuati è emerso con evidenza il
carattere fondativo del processo di infrastrutturazione nel quadro dei
più generali fenomeni di antropizzazione. Per fondativo si intende
la capacità della infrastrutturazione, come fenomeno fisicamente
rilevante, di assumere i caratteri di permanenza fortemente morfogenetica
rispetto ai processi di urbanizzazione. In tal senso esso tende a configurarsi
come "investimento rilevante" non solo dal punto di vista strettamente
economico, ma anche ai fini di una futura razionalizzazione dei principi
di insediamento. Il programma di lavoro prende in esame quindi sia la possibilità
di applicazioni progettuali esemplari che il confronto con gli aspetti
teorici più interni al dibattito disciplinare come materiali tra
i quali stabilire verifiche reciproche. L’obiettivo di fondo che ci si
può proporre di conseguire è di verificare se tale impostazione
sia in grado di configurarsi come contributo per la descrizione e l’invenzione
di paesaggi del contemporaneo, volendo intendere con la nozione di paesaggio
un’unità formale costituita da natura e artefatto e sottolineare
con l’aggettivo contemporaneo la necessità di confrontarsi senza
nostalgie con i fenomeni emergenti. L’area geografica di riferimento è
costituita dal versante ovest del sistema insediativo veneziano e più
in particolare dall’insieme dei progetti per un rinnovato sistema infrastrutturale
della città metropolitana veneziana.
Venezia-Mestre-Padova
un’area metropolitana policentrica di Carlo Tombola
Il più importante
sistema metropolitano dell'Italia nord-orientale - quello che fa capo a
Venezia, che da questa si estende verso Padova e verso Treviso- va considerato
certamente più "debole" rispetto agli altri grandi sistemi urbani
centro-settentrionali: col che non si vuole lasciare intravedere un futuro
di progressivo declino per il "triangolo" veneto che anzi ha registrato
il più rapido sviluppo urbano proprio negli ultimi venti anni, con
una progressione che non tende ad arrestarsi , ma sottolineare la minor
capacità di coordinamento dello spazio urbano di Venezia rispetto
a Milano, Torino, Bologna, Genova, Firenze. Tutto ciò, come vedremo,
è il risultato di un 'complesso intreccio di vicende storiche di
volta in volta di natura politica, economica, geografica che ancora oggi
si raggruppano e si riconoscono come il "problema Venezia". Percorrendo
le vicende dello sviluppo dei centri storici italiani, è facile
notare come le crescite più importanti si siano verificate laddove
la struttura urbana si è saputa adattare meglio e più in
fretta alle esigenze di economie e società in continua trasformazione.
Nel caso di Venezia,
la forma della "città lagunare" ha saputo esprimere una lunga serie
di metamorfosi, segno di una vitalità impressionante dei suoi abitanti:
tuttavia, proprio a partire dagli anni '50, la storia di Venezia non fa
che registrare traumi di crescente gravità, al punto che il definitivo
collasso urbano è divenuto, per questa città, un'immagine
popolare
(salviamo Venezia). Così, si registra una netta
censura tra la storia della struttura urbana ed una "domanda" di trasformazione
mai soddisfatta: una crisi che diviene drammatica proprio sul piano geografico,
e cioè nel rapporto di competizione tra lo spazio lagunare e lo
spazio di terraferma. Strumentalmente puntando su questo rapporto competitivo,
si è a lungo proposta come soluzione per la salvezza di Venezia
la recisione dei legami con la terraferma e la scissione dell'unità
amministrativa in due sezioni (Mestre-Marghera e centro storico). Operatori
turistici e ceti superiori del centro storico sono persino riusciti - nel
giugno del '79 a portare alle urne i veneziani promuovendo un referendum
popolare sulla questione. L'alta affluenza al voto (circa l'80% degli aventi
diritto) ed il netto responso per il "no" alla separazione burocratica
(72,3% ) sembrano aver posto fine ai tentativi diversivi intorno al "problema
Venezia" che - da decenni - attende ben più serie soluzioni: sarebbe
stato sufficiente mettere mano ad una reale pianificazione del territorio
regionale veneto, adoperando quegli strumenti che da tempo sono stati individuati
per risanare questo come altri centri storici italiani; o almeno ripristinando
le antiche disposizioni della Serenissima per il controllo dell'ambiente
lagunare.
Ma, se la pianificazione
del territorio è pratica difficile e comunque recentissima in tutte
le regioni italiane, a maggior ragione lo è nel Veneto, dove il
potere locale è da più di un trentennio in mano a forze che
del territorio possiedono una sola immagine: quella speculativa.
Risultando lo schema
della crescita a macchia d'olio impraticabile nell'area lagunare, ecco
che "il modo di sviluppo capitalistico" della città ha cercato altrove
terreno propizio: ha costituito una "testa di ponte" sulla terraferma,
cresciuta poi in perfetta anarchia; ha dato spessore urbano alle due linee
radiali verso ovest e verso nord, sino a congiungersi con le altre due
"macchie" di Padova e Treviso.
Il sistema così
costituito sembra ben equilibrato, e soprattutto in grado di sopportare
ancora a lungo una forte espansione edilizia, sia ai tre vertici (Mestre-Marghera,
Padova, Treviso) che nell'area agricola tra essi compresa. Tutto il "triangolo"
risulta ben industrializzato, mentre le funzioni direzionali si esercitano
soprattutto a partire da Venezia e, in misura inferiore, da Padova. Quanto
al centro storico, tuttavia, questo modello di sviluppo sembra avere predilezione
per le tendenze "spontanee" al termine delle quali possiamo sin d'ora immaginare
una Venezia senza veneziani, priva di elevate funzioni economiche private,
dove i posti di lavoro saranno essenzialmente nei settori del terziario
pubblico e nel turismo: una specie di Disneyland artistica e culturale,
inserita nei grandi itinerari turistici d'Europa ma anche ben attenta a
non lasciarsi sfuggire il grosso flusso dei visitatori quotidiani.
La città
nella laguna
"Ma se si scorre sul
Canal Grande, allora si dice: per quanto questa sia vita - così
mai la vita potrà essere": cosi scriveva, nel 1907, il filosofo
tedesco Georg Simmel, sottolineando l'artificiosità e l' "equivoca
bellezza" di Venezia. Tuttavia, la contraddizione di Venezia opera d'arte
e "città dell'avventura", di contro alla "vita com'è", non
è mai stata drammatica come oggi.
Oggi a Venezia sono
in crisi proprio quegli aspetti della vita quotidiana più tipicamente
urbani: la mobilità abitativa interna, la velocità e capillarità
dei trasporti (di persone e merci), la dinamicità degli scambi commerciali
e culturali, per non parlare della struttura industriale, ormai quasi inesistente
nel centro storico. Questi elementi di crisi, va notato, sono comuni a
tutti i centri urbani cresciuti attorno a nuclei monumentali di antica
fondazione, ma a Venezia trovano maggiore accentuazione a causa del suo
inserimento al centro di un sistema ambientale e geografico del tutto singolare.
La laguna veneziana è un complesso organismo che si sviluppa da
sud-ovest a nord-est, per una lunghezza massima di 55 km. La sua sopravvivenza
è stata affidata, nei secoli, al delicato equilibrio tra moto delle
maree e le acque dei fiumi, tra "effetto-mare" (di erosione) ed "effetto-fiume"
(di interramento). A questo equilibrio ha sempre teso la tradizione idraulica
della Repubblica con opere esclusivamente pubbliche, con interventi di
progressiva correzione mai irreversibili, riuscendo in questo modo a disciplinare
non solo i corsi d'acqua direttamente affluenti in laguna, ma anche quelli
che ne influenzavano l'assetto: Tagliamento, Livenza, Piave, Sile, Dese,
Brenta, Bacchiglione, Adige, cioè tutti i fiumi notevoli dell'area
veneta, a cui va aggiunto il Po.
Il prevalere di un
"effetto" sull'altro fa parte della storia stessa di Venezia. Al momento
dei primi insediamenti umani nella laguna, quando era prioritario attenuare
i caratteri dell'ambiente di palude, si cominciò l'opera di deviazione
delle acque fluviali verso un diretto sbocco in mare. Quando il ruolo commerciale
ed il porto acquistarono importanza, si operò sulle tre aperture
a mare (i "porti" di Chioggia, Malamocco e Lido) per mantenere praticabili
i canali della navigazione interna ai bastimenti. Con il declino del porto,
la perdita di autonomia politica ed il prevalere degli interessi di rendita
fondiaria su quelli commerciali, il regime della laguna si fece più
disordinato: la messa a coltura di vaste aree marginali, l'interramento
delle fondamentali superfici barenose, l'arginamento delle "valli" da pesca,
la crescita di Mestre e le aree industriali di Marghera hanno progressivamente
ridotto lo spazio lagunare.
Il 4 novembre 1966
tutto il sistema raggiunse il collasso: 194 cm d'acqua misurati in piazza
S. Marco, un livello mai toccato in passato. L'emozione diede l'avvio all'approntamento
di una "legge speciale", effettivamente approvata nel '73 ma con gravissime
carenze proprio nel settore degli interventi idraulici. Così il
22 dicembre 1979 l'acqua alta ha raggiunto un ennesimo valore eccezionale
(168 cm), ed altri si teme possano registrarsi in futuro.
Il degrado dell'ambiente
ha avuto come prima conseguenza lo spopolamento delle isole lagunari, gonfiando
un esodo che aveva già trovato sufficienti ragioni nella crisi della
attività tradizionali (agricoltura, pesca, artigianato tipico):
dopo l'inondazione del '66, delle 138 isole dell'arcipelago veneziano sono
rimaste abitate solo le maggiori. Per rimanere nel "bacino del Lido", quello
più intensamente abitato, nel '71 vi risiedevano soltanto 16.384
abitanti, di cui l'80% concentrato in Murano e Burano, ed il resto nelle
aree orticole di Tre Porti, Ca' Savio e Cavallino.
Ma è tutto
l'insediamento lagunare che è oggi coinvolto nel processo di spopolamento.
In soli vent'anni, dal ’51 al ‘71, lo stesso centro storico ha perduto
66.000 abitanti, passando da 174.000 a 108.000 abitanti. Va certo tenuto
conto che tutta la storia demografica di Venezia è caratterizzata
da improvvise crisi, con un margine di oscillazione che è andato
dai 190.000 abitanti nel 1450 sino ai 102.000 nel 1663: ma ora la tendenza
al declino della popolazione stabile è irreversibile. Lo spostamento
verso la terraferma è di grosse proporzioni: ma quali sono le ragioni
che hanno spinto i veneziani ad abbandonare Venezia?
Primo problema: gli
standard edilizi minimi non sono affatto rispettati. Impianti igienici,
riscaldamento, esposizione al sole, buono stato di conservazione sono rari
nelle abitazioni veneziane, soprattutto nelle zone popolari (Cannaregio
e Castello) che risultano per di più sovraffollate (agli inizi degli
anni '50 ogni stanza era occupata in media da 1,2 persone, e ogni 4 nuclei
familiari ben 2 convivevano nello stesso appartamento). Non è casuale
che l'età media degli abitanti del centro storico sia oggi elevata
(41-42 anni), e che a questo fenomeno di invecchiamento abbiano in gran
parte contribuito gli spostamento residenziali delle giovani unità
familiari.
Proviamo a pensare
il "problema Venezia" come il problema di "abitare a Venezia".
Il problema, alle
origini, fu quello di rendere stabilmente abitabile l'ambiente lagunare.
E' noto che le ragioni
della fondazione di Venezia sono state essenzialmente difensive: aspetto
questo della protezione dai pericoli provenienti sia dalla terraferma che
dal mare aperto, che sarà prevalente almeno sino all'aprirsi del
secolo nono. Il sito, formato da numerosi isolotti disposti in modo compatto
attorno ad un profondo canale, viene gradualmente bonificato, in un vero
sforzo di adattamento alle nuove forme insediative che sostituiscono gli
antichi villaggi di pescatori e contadini; un sistema difensivo formato
da torri e mura ne protegge il cuore, Rivoalto (Rialto).
Stabilitasi e rafforzatasi
l'autonomia politica (il leggendario trafugameto del corpo di S. Marco,
che ne può costituire il simbolo, è dell'828), Rivoalto diventa
Venezia, cambia nome e rinnova l'abito edilizio, il tessuto urbano prende
spessore, lo stato facilita l'opera di imbonimento dei terreni melmosi
e delle "piscine" che persistono tra le maglie dei canali e dei rii. Accanto
ai percorsi acquei, inoltre, si estende la rete delle "calli" all'interno
di ciascuna delle isole, il cui sviluppo si viene perciò configurando
in modo del tutto autonomo da quello delle isole vicine: il risultato è
un tessuto urbano composto di tante cellule, prive di collegamenti che
non siano per via d'acqua, progressivamente "riempite" di edifici ben diversificati
nelle funzioni.
Parecchie date segnano
le fasi fondamentali dell'edificazione di Venezia: a partire dall'incendio
del 976, appiccato per ragioni politiche, che distrusse gran parte degli
edifici in legno; poi, gli altri due incendi, nel 1105 e nell'anno successivo,
ed infine il terremoto del 1120. Le ricostruzioni, i rifacimenti non mutano,
anche nelle epoche seguenti, il disegno della città: il sistema
della palafitta viene perfezionato, con l'introduzione della pietra d'Istria
(al posto dei mattoni) come basamento semi-sommerso, ma il nuovo sorge
sul vecchio, riutilizzandone spesso il materiale.
Al centro di questo
immane costruire e ricostruire stanno alcune famiglie patrizie, rapidamente
arricchitesi con il classico intreccio tra rendita fondiaria (possedimenti
sulla terraferma) e profitto commerciale (traffici sull'Adriatico), e quindi
alla testa della Repubblica sin dalle sue origini: alla loro volontà
di governo si devono le istituzioni accentrate, le "magistrature" amministrative,
il dinamico ordinamento economico. Tutto ciò si è "tradotto"
nella forma dello spazio urbano di Venezia, ed è ancora oggi sotto
i nostri occhi. Il dato più vistoso è la densità delle
costruzioni, effetto della forte rendita di posizione mantenuta dal centro
storico a partire dal 1300 quando possiamo considerare ormai stabilizzata
la topografia veneziana sino ai nostri giorni.
La successiva storia
urbanistica della città, infatti, non metterà più
in discussione l'orditura dello spazio, limitandosi ad aumentare lo spessore
del palinsesto edilizio e a trasformarne via via la funzione.
Anche nelle tipologie
abitative possiamo seguire il percorso di questa trasformazione: la "casa-fontego",
dove l'abitazione si fondeva col magazzino, tutta proiettata sull'acqua,
che era la casa tipica del mercante veneziano, darà - col declino
della Serenissima il modello di residenza anche per le ville in terraferma
(ampio salone centrale, sul quale si affacciano le due ali laterali e le
scale). Ecco i "fonteghi", vere e proprie strutture pubbliche disposte
lungo il Canal Grande, affittate a mercanti stranieri come magazzino ma
anche come sede di rappresentanza politico-commerciale; e, ancora, le case
popolari costruite dalle Scuole (associazioni a scopo assistenziale) per
i propri soci, o dalla Repubblica per i lavoratori benemeriti (operai dell'Arsenale,
marinai). Persino negli "eccezionali" palazzi aristocratici - dove troviamo
solo il simbolo della ricchezza - sono evidenti gli accumuli delle diverse
esperienze, non soltanto nel coesistere di stili diversi ma proprio perché
per rifare un edificio si sono sempre riutilizzati i materiali di quello
vecchio.
Tuttavia, più
ancora che nei singoli edifici, la diversificazione funzionale sta nella
partizione dello spazio urbano. Rialto è il centro commerciale,
e lo rimarrà anche dopo l'incendio che ne distrusse quasi tutti
gli edifici nel I 5 14: il ponte, finito nel I 59 1, salderà il
quartiere degli affari al sestiere S. Polo; le Mercerie collegavano invece
Rialto a piazza S. Marco, cioè ai centri del potere - dato che,
in certe fasi della sua storia, Venezia ha giocato un ruolo di potenza
mondiale dove si esercitavano le funzioni politiche, religiose, culturali
di maggiore risonanza. Davanti alla piazza, si apre il bacino di S. Marco,
il primo attracco delle imbarcazioni: all'imbocco del Canal Grande si trovano
i grandi granai di S. Marco e - sulla punta della Salute la dogana, i magazzini
del sale.
In posizione periferica
è invece l'arsenale, un'area oggi estesissima (36 ettari) dove avevano
sede le fondamentali strutture cantieristiche e militari che hanno fatto
potente Venezia. Gli ampliamenti si succedono ininterrotti dal secolo XIV,
con l'apertura di nuove darsene e il progressivo imbonimento delle aree
lagunari ai margini settentrionali della città.
Attorno a questi poli
funzionati sono sorte le aree residenziali operaie e popolari: le Fondamenta
Nuove sono del 1589; il sestiere del Castello si è sviluppato seguendo
le espansioni dell'Arsenale; alla Giudecca è ancor oggi impressionante
la commissione di ville rinascimentali, quartieri popolari e cantieri navali.
Ma lo stesso cuore del sestiere di S. Marco non ha mai smesso di essere
fittamente abitato, con densità altissime.
La rottura dell'equilibrio
funzionale infraurbano -- che Venezia aveva mantenuto sostanzialmente anche
dopo la grave crisi successiva alla caduta della Repubblica (1 797) - va
fatta risalire alla costruzione del ponte ferroviario translagunare, terminata
nel 1846, e della relativa stazione (1 865): il senso del traffico interno
si capovolge, la città si aggiusta attorno al nuovo asse pedonale
S. Lucia-S. Marco. Sono di quegli anni i due ponti sul Canal Grande (degli
Scalzi e dell'Accademia), l'apertura della Lista di Spagna e della Strada
Nuova, il rinnovamento del centro degli affari (calle XXII marzo, sistemazione
del bacino Orscolo); come pure il nuovo impulso alla vita economica, che
ha avuto traduzione urbanistica nella nuova stazione marittima, nell'ingrandimento
dell'Arsenale nei nuovi grossi complessi industriali (Mulini Stucky, Cotonificio
veneziano, Officine del gas, ecc.).
Il secondo violento
trauma l'organizzazione "classica" della città lo subirà
nel 1932, con la costruzione del ponte automobilistico e del terminal
di
piazzale Roma. Con la fine dell'isolamento lagunare e l'estensione delle
aree periferiche (il quartiere della Biennale, l'ampliamento della stazione
marittima), anche a Venezia si creerà una profonda dicotomia tra
centro e periferia.
Tuttavia, il baricentro
del sistema urbano veneziano è ormai spostato verso le testate dei
ponti ferroviario ed automobilistico, attorno alle quali, infatti, si sono
concentrati numerosi uffici pubblici e di società, un moderno centro
direzionale.
Sono di quegli anni
anche i primi rilevamenti ufficiali del degrado abitativo, a cui seguì
una legge di "salvaguardia del carattere lagunare e monumentale" di Venezia
(1937), con relativo piano di risanamento (1939). Nel dopoguerra si succederanno
ben tre "leggi speciali" (1956, 1966, 1973): possiamo dire, oggi, che la
situazione nella città insulare è stata appena influenzata
da quei provvedimenti, ed in sostanza è stata lasciata ad un "naturale"
degrado. Dell'ultimo provvedimento la "legge speciale" del '73, che avrebbe
dovuto coordinare gli interventi per il risanamento edilizio si sa che
si è riusciti a spendere in sei anni soltanto 50 miliardi, e che
per ottenere l'approvazione delle autorità ciascun progetto di intervento
deve ottenere il benestare di 52 uffici pubblici.
Nel frattempo - citiamo
fonti giornalistiche gran parte dei quartieri centrali e delle zone ambientali
più suggestive sono state acquistate da grandi gruppi immobiliari
o, nel migliore dei casi, da turisti stranieri ed italiani che trascorrono
il week-end a Venezia.
Un malinteso senso
di conservazione del patrimonio storico - qual è quello che si manifesta
nei provvedimenti speciali per Venezia – ha inoltre reso praticamente impossibile
la costruzione di nuove case. Nel decennio d'oro dell'edilizia italiana,
tra '51 e '61, il numero degli appartamenti aumenta di nemmeno tremila
unità: cifra pressoché irrilevante se raffrontata all'incremento
registrato nello stesso decennio non solo a Milano (145.000 appartamenti)
ma anche a Bologna (55.000 appartamenti).
Venezia in terraferma
Dall'apertura del
ponte ferroviario, però, è il rapporto con i propri quartieri
in terraferma che diviene decisivo nella storia urbana di Venezia: da questo
rapporto, carico di tensioni e di "competitività", discende in ultima
istanza anche la più recente trasformazione funzionale infraurbana
registrata per il centro storico, cioè il prevalere della vocazione
turistica.
La rottura dell'isolamento
insulare di Venezia non significò l'immediata espansione di Mestre,
la cui popolazione all'aprirsi del secolo superava di poco gli I 1.000
abitanti. Bisognerà attendere il 1904 anno in cui si decide la creazione
di nuove strutture portuali sul bordo lagunare nei pressi del villaggio
di Porto Marghera - perché avvenga il decollo. Nel '1 7 la popolazione
è già raddoppiata: nello stesso anno si decide di affiancare
al nuovo porto un'area industriale, nell'intento di creare un "polo" per
la lavorazione e l'utilizzazione di quelle materie prime (carboni, fosfati,
petrolio, ecc.) che giungevano via mare.
La modificazione di
assetto nel complessivo spazio veneziano diviene così irreversibile.
Innanzi tutto dal punto di vista demografico: la crescita di popolazione
nelle due sezioni geografiche di Venezia (quella di terraferma e quella
insulare) si avvia decisamente verso un andamento a "forbice": se nel '21
per ogni abitante di Mestre-Marghera altri 10 risiedevano nel centro storico,
cinquant'anni più tardi questo rapporto è appena al di sotto
del 2:1.
Come ha potuto rovesciarsi
- ed in tempi così accelerati - un rapporto che storicamente era
sempre stato di dominio su quello che Venezia considerava semplicemente
il "suo" retroterra naturale? E' sufficiente avanzare la spiegazione di
un declino funzionale tutto interno alla città lagunare, nel senso
che risulta evidente dalle pagine precedenti?
Su questo piano, lo
strumento della storia urbanistica diviene del tutto insufficiente, mentre
è ben più rilevante puntare l'analisi sul processo d'industrializzazione;
sui caratteri complessivi che ha via via assunto nel nostro paese, e su
quelli specifici dell'area veneta.
Ciò ha portato
dall'avvio di quel processo in poi - ad un'amplificazione dello sviluppo
del territorio veneziano sino ad una scala geografica per lo meno regionale:
che è, poi, risultato tipico dell'ingresso del capitale nella storia
recente del nostro territorio.
Le tappe cronologiche
della fondazione di una regione industriale in quest'area sono due. Della
prima abbiamo già detto: palesatasi la debolezza del "rilancio"
industriale di Venezia avvenuto attorno agli anni '80 del secolo scorso,
ormai definitivamente decaduto il cosiddetto "fronte a mare" portuale (il
bacino di S. Marco) e rafforzatosi il "fronte a terra" (la nuova stazione
marittima era sorta nel 1880), Venezia è pronta e disponibile al
progetto di una zona industriale a Marghera: si avvia l"'operazione Volpi",
dal nome del principale suo realizzatore, il conte Giuseppe Volpi di Misurata.
Succede tutto nel
'17, nell'anno più duro della grande guerra, con una rapidità
sconcertante. Nel febbraio Volpi costituisce un "Sindacato di studio per
imprese elettro-metallurgiche-navali da sviluppare intorno a Marghera",
che il IO maggio presenta al Ministero dei lavori pubblici il progetto
per un "nuovo porto di Venezia in regione Marghera". Il progetto è
approvato il I 5 dello stesso mese (!), ed il 12 giugno Volpi trasforma
il sindacato nella "Società del porto industriale". Il 23 luglio
Volpi, il ministro, il presidente del consiglio ed il sindaco di Venezia
firmano la convenzione relativa alla concessione delle opere alla società,
approvata con decreto luogotenenziale tre giorni dopo (!).
Il 7 agosto il territorio
di Marghera viene annesso al comune di Venezia "in funzione del progettato
porto".
Così, con perfetta
scelta di tempo e riuscendo soprattutto ad approfittare della difficile
situazione militare, un gruppo di imprenditori ben agguerriti ottiene che
lo stato si carichi dei costi di costruzione del porto e delle aree industriali
- tutte ricavate su 550 ettari di barene demaniali -, nonché delle
infrastrutture necessarie; offrendo in cambio I' "onere" di vendere i lotti
costruiti ai privati, tenendosi naturalmente i profitti!
Dieci anni più
tardi, comunque, 55 industrie si erano già sistemate a Marghera;
si tratta delle stesse aziende che hanno fatto lo sviluppo storico della
prima zona industriale: l’AGIP, la Vetro-coke, il cantiere Breda, la Chiari
e Forti, la Sava, la Fertilizzanti (primo nucleo dell'attuale Montedison),
eccetera.
Questa prima fase
si conclude con l'annessione amministrativa di Mestre e frazioni a Venezia
(1926), e quindi con la crescita demografica ed edilizia della città
di terraferma: non tanto a scapito del centro storico, quanto con l'immigrazione
dalle campagne retrostanti.
Tuttavia, è
nella seconda fase - cioè soprattutto negli anni '50 - che Mestre
conosce la crescita più intensa, la drammatica "esplosione" residenziale
indotta dalla creazione della seconda zona industriale di Marghera (1958).
Anche in questa occasione,
tutta l'operazione rimane ispirata alla "filosofia Volpi": tra connivenza
burocratiche e campagne di stampa, il progetto pur rimanendo saldamente
nelle mani della grande imprenditoria multinazionale - viene largamente
finanziato con denaro pubblico. Il risultato non raggiunge nessun obiettivo
di correzione complessiva del polo industriale originario: si risolve bensì
in un vero e proprio atto di donazione alla Montecatini di 750 ettari attrezzati
e serviti.
Nel '63 nascono i
progetti per la terza zona industriale, che entrano in fase di attuazione
col '67 (in seguito, opinione pubblica e stampa imporranno la sospensione
dei lavori). Sono la conseguenza del "boom" di due settori produttivi quello
metalmeccanico e quello chimico tradizionalmente presenti a Marghera, ma
che (dati 1971) giungono a contare rispettivamente diecimila e quindicimila
addetti, per complessive 65 aziende. Accanto agli impianti maggiori - quelli
già ricordati, ma soprattutto i tre stabilimenti Montedison (petrolchimico,
fertilizzanti, alluminio) - sono sorte numerose aziende complementari,
di dimensione medio-piccola, specializzate per lo più in lavorazioni
metalmeccaniche e per l'edilizia. Tuttavia percorrendo la stessa strada
recente dell'imprenditoria nazionale - anche a Marghera l'impresa multinazionale
domina largamente, quanto a capacità decisionale, a mezzi tecnici
e finanziari.
Del resto, qui lo
sviluppo è sempre stato "importato"; il "polo" ha effettivamente
un'importanza extra-regionale, non ha mai creato un "indotto" realmente
autonomo, ha teso al contrario a comporre l'intero cielo produttivo al
proprio interno; un'integrazione geografica non si può vedere rispetto
al resto dell'economia veneta - che si è sviluppata in tutt'altra
direzione , bensì nel quadro della cosiddetta "area chimica integrata
nord-orientale", incentrata su Marghera, Mantova e Ferrara, basata sul
ciclo dell'etilene (ed infatti i tre vertici dell'area sono collegati dall'etilenodotto
a quattro piste, momento "forte" della ristrutturazione Montedison).
Anche rispetto alla
composizione del capitale, Marghera è slegata dalla realtà
regionale: gli investimenti si sono diretti verso i settori capital-intensive,
con
l'impiego di tecnologia avanzata. La classe operaia è quindi specializzata,
e politicamente vanta una tradizione di alta combattività: una situazione
ben lontana dalla media regionale, dove la piccola dimensione delle aziende,
il basso livello di qualificazione imprenditoriale e degli investimenti
hanno costantemente ostacolato il dispiegarsi dell’"ombrello" sindacale.
Marghera però
non è una "cattedrale nel deserto", il suo rapido estendersi non
poteva lasciare immutata la situazione di partenza.
Nella sub-regione
veneziana, Marghera ha costituito un elemento di forte tensione tra le
varie aree geografiche coinvolte, per il drenaggio di forza-lavoro ma anche
per il progressivo insterilimento della vecchia rete di localizzazione
delle industrie: Murano e la Giudecca sono definitivamente decadute, anche
per la crisi irreversibile delle rispettive attività tradizionali
(del vetro e cantieristica); le industrie alimentari ancora importati,
per numero e per addetti, nel centro storico si sono fortemente ridimensionate,
in parte come conseguenza delle difficoltà del settore primario
di mare (pesca) e di terra (agricoltura): il caso più noto è
forse quello dei Mulini Stucky, i cui grandi edifici fine Ottocento situati
alla Giudecca sono stati di recente valorizzati grazie alla Biennale. All'attrazione
di Marghera ha retto meglio la struttura manifatturiera leggera, pur accusando
una rilevante perdita di posti di lavoro.
Il concentrarsi dell'investimento
pubblico e privato nelle industrie di Marghera, l'irresponsabilità
della politica urbanistica comunale hanno creato poco distante dalle zone
industriali 1"'allucinante fungaia residenziale" (l'espressione è
di Wladimiro Dorigo, assessore all'urbanistica del Comune di Venezia tra
'56 e '59!) che è Mestre: una città modellata dalla rendita
urbana e dalla speculazione (che vi ha avuto piena libertà d'azione),
nata priva di tutti i servizi, mentre Marghera veniva attrezzata per la
Montedison con denari pubblici.
Col degrado del centro
storico al quale pure sono state sottratte risorse economiche per il risanamento
edilizio, Mestre diviene il polo di inurbamento di tutta la regione veneziana,
il quartiere-dormitorio non solo di Marghera (dove un terzo dei posti-lavoro
è occupato da mestrini) ma anche di Venezia. Infatti, a fronte dei
4-5.000 veneziani che si spostano quotidianamente in terraferma, da questa
si dirigono nel centro storico circa 22.000 lavoratori.
Più recentemente,
anche per il rallentamento dell'espansione di Marghera, la crescita residenziale
di Mestre si è fatta meno impetuosa. Il tessuto urbano sembra tendere
ad una propria riqualificazione: anche se la carenza di servizi rimane
drammatica (6 posti-letto negli ospedali della terraferma, contro i 24
del centro storico, uno standard di verde pubblico tra i più bassi
d'Europa: 0,27 mq per abitante; ecc.), sono evidenti i sintomi della formazione
di un "centro direzionale" e della terziarizzazione lavorativa. Scorrendo
gli elenchi telefonici, ad esempio, valori riferiti dunque a recapiti
telefonici e non a sedi di servizi si trovano insediati in Mestre
39 sportelli bancari su 13 I complessivi nel territorio comunale (il 30%),
19 scuole pubbliche superiori su 53 (35%), 10 cinematografi su 29 (35%),
97 avvocati e procuratori legali su 243 (40%), 23 giornalisti su 106 (20%).
Questi valori rimangono certamente inferiori alla quota dei residenti,
ma sembrano indicare la tendenza dei prossimi anni: spostamento delle funzioni
amministrative, commerciali e comunque capaci di "attrazione", dalla città
lagunare alla terraferma.
Già al di fuori
dell'orbita veneziana può essere infine considerato il versante
marino dell'ambiente lagunare, da Sottomarina di Chioggia sino a Jesolo,
dove si è affermata la specializzazione turistico-balneare.
Sito a lungo paludoso
e malsano, la fascia lungomare veneta era soggetta, ancora pochi decenni
or sono, ai continui straripamenti dei corsi d'acqua e nel contempo all'azione
del mare. Più che per la diretta utilizzazione economica (come risaia,
orto o valle da pesca), questa lingua di terra ha sempre conservato un
importante valore "strategico", di salvaguardia della laguna interna dalle
maree e dal moto ondoso. Su di essa si è agito attraverso grandi
opere di deviazione e incanalamento dei corsi d'acqua naturali, nel loro
ultimo tratto, proteggendo nel contempo i litorali del Lido e Pellestrina
con i Murazzi, le grandi muraglie costruite dalla Repubblica oltre due
secoli or sono.
A partire dagli anni
'60, però, si è assistito ad un rapido incremento delle attrezzature
turistiche, ricalcando il modello già affermatosi sulla vicina costiera
romagnola. Capoluogo di questa sub-area turistica è oggi il Lido
di Jesolo, con oltre 5 milioni di presenze stagionali, in buona parte straniere;
in sviluppo anche il litorale del Cavallino. Un caso a sé è
invece il Lido di Venezia, l'unica isola lagunare in cui sia possibile
la circolazione automobilistica e che sia in aumento di popolazione (+
41% nel ventennio 1951-71 ). Scemato il richiamo dei grandi alberghi, prestigiosi
ma démodés, la CIGA, la Compagnia italiana grandi
alberghi S.p.A., che detiene il monopolio delle attrezzature alberghiere
del Lido si è orientata verso forme di turismo popolari (camping,
villini, ecc.), con impianti in grado di accogliere anche il notevole afflusso
"pendolare" da Venezia e Mestre durante la stagione balneare.
Abbiamo sinora riconosciuto,
nella laguna ed ai suoi margini, alcune specializzazioni funzionati dello
spazio geografico. Approssimativamente, possiamo identificare Marghera
con la funzione grande-industriale; Mestre con quella residenziale, di
tipo popolare ma in via di qualificazione verso i ceti medi, anch'essi
espulsi dal centro storico; Venezia rimane il polo di fornitura dei servizi
di rango elevato, fino al livello regionale, nonché destinazione
turistica di prestigio: la sua funzione residenziale resta considerevole,
preferibile soprattutto per chi ha il proprio posto di lavoro nel centro
storico, ma sembra caratterizzarsi da un declino numerico rapido in cui
ceti superiori (nei sestieri monumentali) e fasce popolari (nei quartieri
da ristrutturare) si troveranno a prevalerci il Lido, infine, è
la "marina" veneziana, con scarse e selettive propensioni residenziali.
Queste diverse sezioni
urbane, ancorché ben distinguibili e connesse da uno spazio lagunare
ormai disabitato, fanno tuttavia parte dello stesso organismo ciascuna
"cellula" non soltanto ha strette relazioni di interdipendenza rispetto
alle altre, ma detiene un ruolo di vera e propria organizzazione nei confronti
del territorio regionale, e nel fare ciò mantiene la propria specializzazione
funzionale. Marghera, ad esempio, è la fabbrica di un'area molto
vasta (nell'isocrona 90' è compreso quasi interamente il territorio
provinciale), ed anzi la quota dei lavoratori provenienti dai centri della
campagna veneziana è andata aumentando, in questi anni, mentre è
diminuito l'afflusso da Venezia (laguna e terraferma).
Se questa tendenza
si manterrà, ne uscirà rafforzata la previsione di crescita
della funzione residenziale a Mestre, sempre più autonoma sia rispetto
a Marghera che al centro storico.
Quanto a Venezia insulare,
è ormai una città del tutto terziarizzata: si è calcolato
(1970) che al settore terziario e dei servizi si devono oltre i 4/5 della
capacità di reddito di Venezia.
Ciò va attribuito
intanto al ruolo di capoluogo amministrativo regionale e provinciale, all'importanza
del porto e delle attività connesse (nonostante i grossi problemi
del settore e la crisi delle attrezzature veneziane, al porto sono interessati
in vari modi ben 42.000 lavoratori veneziani,); al turismo, che già
nel 1977 ha raggiunto i 4 milioni e mezzo di presenze (di cui, però,
ben 3,5 milioni di tipo quotidiano: dato, questo, che nell'ambito del "piano
del turismo" in elaborazione deve far decidere un adeguamento delle strutture
ricettive).
Notevole è
anche l'attività culturale della città, ben dotata di strutture
e nella quale opera una pluralità di enti capaci di vitalità:
oltre alla Biennale ed alle due Università (per complessivi 13.000
studenti), troviamo La Fenice, il restaurato Teatro Goldoni, la Fondazione
Cini, il Palazzo del Cinema al Lido, e lo stesso Comune, che è direttamente
promotore di numerose iniziative. Due grossi limiti, tuttavia, vanno registrati:
l'assoluta mancanza di coordinamento tra questi numerosi enti, le cui manifestazioni
non sempre raggiungono buoni livelli di qualità e di pubblico; la
grave carenza nel settore della cultura tecnologica e scientifica.
La dotazione di servizi
di Venezia è dunque ottima, ma la sua egemonia nell'area veneta
non è indiscussa, insidiata com'è dalla vicina Padova e dalla
consistente attrezzature di Verona (la cui provincia vanta inoltre livelli
di reddito pro-capite superiori alla provincia veneziana). Anzi, la relativamente
scarsa coesione interna e la policentralità sono i dati più
rilevanti del sistema metropolitano veneziano.
Il triangolo urbano
Mestre-Padova-Treviso
Abbiamo detto della
sostanziale "eccezionalità" del polo industriale di Marghera rispetto
alla struttura produttiva regionale: non si vuole con questo intendere
un "isolamento" o una "estraneità" di Marghera in quel contesto,
ché anzi la globale funzionalità del sistema (di organizzazione
regionale del lavoro) ha raggiunto oggi un buon grado di efficacia. In
effetti si è parlato, e si parla, di un "modello veneto" di sviluppo
economico, che si vede basato sull'espansione della "fabbrica diffusa",
su un decollo graduale dell'industrializzazione, su bassi livelli tecnologici
e salariali: mentre raramente si sono scorti i legami organici di tutto
ciò con - da una parte la situazione di sottosviluppo "storico"
delle campagne venete e, dall'altra, il "polo integrato" di Marghera. Ma
quali sono i caratteri essenziali del "modello veneto"?
Innanzi tutto, il
deciso aumento della quota di reddito prodotta dal settore industriale
si è ben distribuito nella regione, ed in particolare nella fascia
di pianura che fa asse sull'autostrada Milano-Venezia.
Lo sforzo di accumulazione
capitalistica sembra essersi diluito nel tempo; la concentrazione della
manodopera nelle aree urbane viene ritardata dalla complementarietà
tra lavori agricoli e occupazione nell'industria; fenomeni di immigrazione
si registrano soltanto su un raggio infra-regionale: insomma, gli squilibri
tipici del processo di industrializzazione sono rimasti contenuti, e comunque
riassorbiti in un "modello sociale" i cui caratteri ideologici (la "collaborazione"
interclassista, il ruolo dei valori tradizionali e religiosi, la promozione
sociale offerta a tutti) sono stati fortemente influenzati dall'egemonia
elettorale della Democrazia cristiana, reggendo bene anche alla crisi del
mondo contadino.
Tuttavia, l'aspetto
decisivo dei caratteri (strutturali ed ideologici) dello sviluppo veneto,
è che questi si sono tradotti in un "ritardo" anche dei livelli
salariali, soprattutto se confrontati con quelli delle aree "forti" lombarde
e torinesi. Per meglio sfruttare le occasioni offerte dallo "squilibrio
geografico" del costo del lavoro, la struttura industriale della regione
si è fondata a partire dalle attività artigianali, che sono
importantissime (oltre 100.000 imprese nel Veneto), e si è sviluppata
prediligendo le dimensioni medie e piccole.
Nell'area urbana veneziana,
il dualismo grande industria/piccole imprese si traduce sul territorio
nella giustapposizione di varie sub-aree industrializzate, in un tessuto
di deboli gerarchie e sovrapposizioni funzionali. Come si è visto,
due terzi circa dei lavoratori di Marghera risiedono nei comuni dell'hinterland
(e non solo nella provincia di Venezia, ma anche nel Trevigiano). Ciò
ha creato, nel raggio di 15-20 km da Mestre, importanti concentrazioni
urbane in forte o fortissima crescita demografica, tutte tributarie di
Marghera per la manodopera pendolare, ma che pure - recentemente - hanno
conosciuto un proprio sviluppo produttivo.
Nei comuni di quella
che abbiamo chiamato la "prima cintura" urbana, l'aumento della popolazione
ha assunto proporzioni vistose (si tenga presente il contemporaneo indebolirsi
dell'attività agricola). Qui, le fabbriche sono sorte in seguito
al decentramento delle parti meno complesse dei cieli produttivi di Marghera.
Caso tipico è
quello della zona industriale di Marcon, comune al margine settentrionale
della provincia di Venezia. L'esodo agricolo ha facilitato il riaccorpamento
della proprietà fondiaria: all'inizio della tendenza alla lottizzazione
dei terreni (primi anni sessanta), si sono così ottenuti bassi prezzi
e grande disponibilità di aree, in seguito rivalutate dalla vicinanza
degli assi autostradali: Venezia-Trieste e Venezia-Brennero.
Le potenzialità
insediative sono state rese operative con l'avviarsi del processo di ristrutturazione
espresso dall'area Mestre-Marghera: i caratteri di questo processo sono
stati, al contempo, di espulsione delle produzioni non integrabili nel
ciclo complessivo e di decentramento delle ultime e meno tecnologicizzate
lavorazioni dei cicli dominanti. Un altro carattere essenziale della recente
"ristrutturazione" è quello di aver messo in relazione il "decentramento
produttivo" con le "condizioni decentrate" per la riproduzione della forza
lavoro: non solo coll'alleggerire la pressione rivendicativa, deviandola
da Marghera verso una pluralità di "poli" minori, ma anche permettendo
notevoli elasticità nell'impiego del lavoro, sino alle forme miste
agricole e industriali ed al part-time istituzionalizzato: riuscendo cioè
a legare il lavoratore al "suo" territorio, dove gli è possibile
accedere a diverse, parziali fonti di reddito.
Diverso - e strutturalmente
più simile al "modello veneto" - è invece l'assetto produttivo
nella "seconda cintura", più distante da Mestre, meno legata a Marghera,
dove l'insediamento rurale è ancora importante e la crescita della
popolazione più contenuta (27% contro il 55% della prima cintura).
Nei comuni della riviera
del Brenta si è affermata la specializzazione produttiva del calzaturificio:
esso occupava, in tre comuni nella provincia di Padova (Vigonza, Noventa
e Saonara) e in altri 4 nella provincia di Venezia (Fossò, Vigonovo,
Stra e Fiesso d'Artico), ben cinquemila lavoratori (1971), cioè
più della metà degli addetti del settore manifatturiero.
La mancanza di alternative
occupazionali praticabili fuori del settore agricolo che è crollato
verticalmente, ha poi accresciuto la disponibilità della popolazione
attiva ad un lavoro precario (stagionale, part-time, a domicilio), tanto
che per ogni lavoratore censito bisogna contarne almeno un altro "nero".
I livelli salariali
- in assenza di ogni forma di sindacalizzazione sono bassi; il reddito
medio pro-capite dei comuni della riviera brentana è minore della
media regionale e persino di quella nazionale.
La struttura del settore
calzaturiero è basata su aziende di piccole dimensioni, con una
forte tendenza alla moltiplicazione delle imprese ed alla riduzione della
manodopera impiegata in ciascuna di esse (dai 40 addetti per impresa del
'68 si è passati ai 23 del '76). La produzione ha raggiunto livelli
ragguardevoli: 8,6 milioni di paia, l'8% della intera produzione calzaturiera
nazionale (1976).
Nonostante questi
positivi risultati - frutto di uno sviluppo in tempi rapidi, a partire
dalle esperienze artigianali diffusesi in zona negli anni quaranta -, il
settore mantiene un carattere provvisorio, del tutto legato ai favorevoli
momenti congiunturali: cioè, in sostanza, sulla possibilità
di conservare bassi i salari e sulla buona richiesta dai mercati esteri.
In questo, come negli
altri casi di "specializzazione geografica" di produzioni industriali,
lo sviluppo monosettoriale delle forze produttive ha ostacolato una moderna
evoluzione della società civile, troppo legata al lavoro per consentire
un reale slancio alla vita culturale, associativa, politica.
A partire dalla conurbazione
mestrina, attraverso le due cinture suburbane, la forza attraente del sistema
urbano veneziano si fa via via più debole.
Lungo gli assi di
comunicazione in direzione ovest e in direzione nord l'area di Mestre si
salda con le periferie di Padova e di Treviso, in un'alternanza di forme
urbane e semi-urbane tutte comunque in forte crescita demografica: volendo
delimitare l'area, si va dalla laguna veneziana sino ad Abano Terme ed
a Villorba, nel Trevigiano, per complessivi 1.332.6 I 0 abitanti (1 977).
Il 31% della popolazione del Veneto risiede, dunque, nel raggio di 30 km
da Mestre.
Lo schema "tripolare",
con Mestre-Venezia e Padova poli "forti" e Treviso polo "debole", è
quello su cui si regge tutto il sistema urbano veneziano. Del resto i legami
tra le tre città non sono di origine recente: sul piano politico
nonché su quello della geografia militare, essi erano già
chiari a Michele Sanmicheli, autore delle fortificazioni di molte città
della Repubblica, che nel 1535 scriveva in una relazione sullo stato della
laguna: "Padova et Treviso si dieno riportare come borghi di questa
città (Venezia), la quale insieme con quelle è un corpo solo,
e cui si diè esser tenuta (...), et sicome un corpo non può
stare senza li soi membra principali, così questa città paterìa
grandemente quanto uno de tali membri, et questo è per colligantia
et dipendente che hanno tutti gli abitanti di questa città con li
territori predetti".
Oggi, nel "triangolo",
il ruolo di Venezia-Mestre rimane preminente, anche se è insidiato
da vicino da Padova, città che - con Verona - dimostra la maggiore
vitalità urbana riscontrabile nell'area veneta: tuttavia, anche
se Padova ha superato in abitanti Venezia, quest'ultima vanta un "intorno"
urbano più vasto e più fittamente popolato, al quale fanno
in definitiva riferimento anche le aree confinanti.
In questo quadro,
Venezia ha il più forte peso nell'industria manifatturiera, al quale
aggiunge alcune specializzazioni funzionari: nei servizi del trasporto
e delle comunicazioni, come sede di importanti imprese assicuratrici, per
i servizi della pubblica amministrazione.
Diverso il ruolo di
Padova, dove si riscontra un basso tasso di popolazione attiva e di addetti
all'industria manifatturiera, segno della decisa terziarizzazione nell'economia
patavina.
Fondamentale il ruolo
di mercato all'ingrosso, per il quale Padova supera largamente Venezia,
con oltre il doppio di addetti impiegati nel settore, e con grossi volumi
di merce trattati. Il ramo merceologico più importante è
quello delle macchine utensili ed attrezzi, seguito dai mobili e articoli
per la casa: ambedue in funzione delle tradizioni produttive della città
(utensileria e mobilificio).
Importante anche il
mercato ortofrutticolo, secondo nel Veneto solo a quello di Verona.
Per la macellazione
delle carni è invece Venezia a detenere il ruolo più rilevante
nell'area, mentre a Padova giungono forti quantità di bestie (vive
e morte) dall'estero, in particolare dai paesi di lingua tedesca. Padova,
inoltre, ricopre nell'area veneta le funzioni di una vera e propria "città-scuola",
non solo per essere uno dei maggiori centri universitari italiani, ma anche
perché dotata di un gran numero di istituti medi superiori (con
oltre i 2/3 degli iscritti negli indirizzi tecnici e professionali), ai
quali fanno capo giovani provenienti da tutto il "triangolo" veneto.
Tra i tre poli, in
posizione equidistante, hanno potuto svilupparsi altri centri urbani capaci
di una certa attrazione nei confronti delle campagne e degli altri nuclei
vicini: Mirano, Dolo e Mogliano Veneto (comune, questo, posto in provincia
di Treviso) registrano infatti forti crescite demografiche nel periodo
195 1-1977 (rispettivamente del 30, 20 e 41%) e anche mediocri indici di
attrezzatura. Tuttavia le specializzazioni funzionari (Dolo nel commercio
di mobili e arredamenti, Mogliano nel commercio all'ingrosso, Mirano nella
buona dotazione di strutture scolastiche extra-obbligo) vanno spiegate
non tanto con l'influenza dei processi combinati di industrializzazione
e urbanizzazione, bensì con il tradizionale ruolo di mercato agricolo
che i tre centri svolgono ancora oggi (si veda la forte quota di addetti
nell'agricoltura) e con la posizione geografica baricentrica. Il resto
del territorio del "triangolo" - esclusi i tre poli fondamentali, e le
tre cinture suburbane di Venezia - coincide con le "corone" periferiche
di Padova e Treviso.
In questi comuni si
incontrano le più recenti tendenze di espansione del sistema metropolitano
veneziano. Concretamente, si tratta delle estese potenzialità residenziali,
in particolare indirizzate verso quella tipologia unifamiliare che ha assunto
un carattere emblematico in ciò che si è chiamato il "modello
sociale" veneto.
E' comunque risultato
decisivo per la crescita dei comuni alle periferie patavina e trevigiana
-- l'intasamento edilizio nei due capoluoghi provinciali, dove la scarsità
di aree libere rende difficile l'espansione degli stabilimenti e costringe
alla ricerca di sedi decentrate al di fuori del territorio comunale. Rimane
da sottolineare la dimensione del processo di industrializzazione, il cui
ritmo è leggermente rallentato della regione di Padova, mentre si
è mantenuto costante in quella di Treviso.
Padova e Treviso
E' opportuno, infine,
lanciare uno sguardo anche all'interno delle strutture urbane (ai caratteri
rilevanti ed ai problemi) di Padova e Treviso.
Ambedue queste città
si presentano oggi "stravolte - ad una lettura del proprio territorio che
cerchi i gangli funzionali, i modi e le logiche della gerarchia infra-urbana
- rispetto a due o tre decenni fa.
In questi anni, il
modello di crescita urbana "a macchia d'olio" -- che altro non è
se non il corrispettivo teorico urbanistico del laissez fàire,
laissez passer liberistico - ha dilatato spaventosamente l'area edificata,
ha ispessito (di uomini e di funzioni) il "contenuto" urbano.
Particolarmente evidenti
e rilevanti sono state le trasformazioni dei rispettivi centri storici:
tanto più che si partiva, sia a Padova che a Treviso, da due piante
fortemente condizionate dalla presenza delle cinte murarie cinquecentesche,
terminata nel I 5 21 quella trevigiana (da fra Giocondo da Verona) mentre
a Padova il Sanmicheli mette mano al progetto delle fortificazioni a partire
dal 1530.
La questione dei centri
storici, dunque, va anch'essa inquadrata in questa come in altre situazioni
- sì al centro dello spazio urbano analizzato, ma stabilendone anche
il ruolo nell'organizzazione di geografìe più ampie, di relazioni
più estese, di sistemi più complessi.
Preliminarmente, va
ribadito l'aspetto tipico della questione: il quartiere più antico,
il nucleo originario della città tende a "scaricare" sulla periferia
le proprie potenzialità insediative di tipo residenziale-popolare,
per instaurarvi in sostituzione attività terziarie e servizi "rari",
capaci di sempre maggiore attrazione rispetto al territorio circostante.
Perché ciò
sia possibile, si devono verificare due condizioni necessarie. La prima
è che non intervenga, nel processo di trasformazione funzionale,
alcuno strumento di pianificazione del territorio o piano regolatore realmente
operante. La seconda è che questa via "naturale" alla trasformazione
prenda slancio da qualche importante occasione per stravolgere lo stesso
tessuto edilizio del centro storico, per mettere mano nel concreto all'assetto
dei quartieri più antichi.
Queste due condizioni
si sono verificate appieno a Padova e a Treviso, quasi in una parallela
storia urbanistica. Si partiva, come detto, da un impianto viario il cui
reticolo era sì fissato da vari secoli nelle linee principali, ma
che la doppia protezione militare e daziaria delle mura rinascimentali
aveva definitivamente confermato e cristallizzato. Ne sono risultati sistemi
viabilistici quasi stabilmente conchiusi in sé, ben visibili sopra
le odierne mappe, e condizionati tuttora dal tracciato delle fortificazioni
(e delle parallele circonvallazioni).
Nella seconda metà
dell'Ottocento si aggiungono, all'esterno delle mura, i terminali ferroviari,
il primo dato che sconvolge la struttura "classica" delle due città,
cambiando gli assi principali dei trasporti e dei percorsi. Ma i cosiddetti
"sventramenti", progettati sotto il fascismo per i rispettivi centri storici,
sull'onda della Parigi haussmanniana, saranno messi in opera molto più
tardi.
A Treviso, la guerra
mondiale causa gravi danni al centro storico. E mentre il resto del tessuto
urbano si sviluppa riempiendo le aree agricole della periferia, prima con
edifici residenziali, poi con l'incentivato insediamento industriale, nel
centro si procede ad una caotica ricostruzione ignorando l'esistenza di
un piano (di ricostruzione, appunto), già varato nel '46.
Il caso di Padova
è più notevole. L'impianto classico della città ne
prevedeva una razionale partizione funzionale: il centro amministrativo,
commerciale, i due centri religiosi (il Duomo e la Basilica del Santo),
gli edifici universitari, il tutto segnato dalle curve e dalle linee della
rete idroviaria medievale e innanzitutto del Bacchiglione.
Qui, gli "sventramenti"
del Ventennio hanno lasciato traccia più profonda; tuttavia è
ancora con gli anni sessanta che si compiono le scelte decisive: tra queste,
l'apertura di un nuovo passaggio (con relativo ponte sul Bacchiglione)
dal centro verso nord-ovest, e la copertura a est canali (ora Riviera dei
ponti romani): il che ha reso drammatico il congestionamento di tutta l'area.
Anche per Padova si
registra l'assenza di una continuità (e cioè della volontà)
di programmazione: dal PRG del '21 a quello del '36, da questo al piano
del '57 e poi alla variante del '68, il tema principale è sempre
quello della viabilità: il che porta all’incomprensione dei reali
modi dello sviluppo, delle relazioni spaziali essenziali.
Dalla "Relazione del Sindaco Paolo Costa sulle linee programmatiche di mandato "Programma di Governo del Comune di Venezia 2000-2005" consegnate ai Capigruppo Consiliari ai sensi dell’art. 5 bis dello Statuto"
(omissis)
Autonomie municipali,
città metropolitana, identità culturale delle "città"
veneziane
La realizzazione delle
autonomie municipali è solo uno degli strumenti che si intendono
attivare per contrastare il pericolo di frammentazione del Comune, di contrapposizione
latente tra le sue parti, e per ricreare e rendere effettive le ragioni
dello stare assieme. Il progetto di realizzazione delle autonomie municipali
a partire dalle sperimentazioni a Marghera e Lido sarà presto presentato
alla discussione del Consiglio. Un ulteriore deciso tentativo di costruzione
dal basso della Città metropolitana, fondata su una rete sempre
più fitta di servizi forniti in modo coordinato, va responsabilmente
portato avanti senza indugio alcuno. Nello stesso modo va coltivato ogni
tentativo di esaltare con politiche adeguate l’identità, e l’orgoglio
della identità, di ogni parte del Comune. E’ a questo fine che va
rafforzato il coordinamento delle politiche per la Terraferma attorno al
Municipio di Mestre a partire dalle politiche culturali capaci di dare
continuità ed incisività all’opera dell’associazionismo culturale
oggi esistente. E’ per raggiungere lo stesso obiettivo nell’Estuario che
ho provveduto alla nomina di un Pro-Sindaco ad hoc (omissis).
1. La questione della Città Metropolitana è stata surrettiziamente introdotta per Venezia al fine di ostacolare i referendum sull'autonomia . Lo testimoniano le interviste a suo tempo rilasciate dai politici di allora (inizio anni '90) alla stampa locale e tra questi l'On. Pellicani; è stato anche scritto, apertis verbis, all'interno delle sintesi e relazioni pubblicate (18 marzo 1991) dalla istituita "Commissione per lo studio delle problematiche connesse con l'individuazione dell'area metropolitana di Venezia". Cito l'on. Renato Brunetta che, nel volume primo, scrive: "Va ricordato a questo proposito che Venezia è stata inserita nell'elenco delle Città Metropolitane della L.142/90 con un criterio prettamente politico, in quanto risposta istituzionale che dava una prospettiva alle esigenze autonomistiche che si erano esplicitate per la seconda volta in dieci anni nel Comune di Venezia attraverso il referendum sulla separazione tra Mestre e Venezia".
2. i termini di Decreto Legislativo n°267/2000 (che è al legge attualmente in vigore sull'argomento) prescrivono:
3. E' falso affermare che "si voglia imporre" un unico
Comune in Terraferma. Solo i detrattori dell'autonomia dicono ciò.
Sono pendenti due precisi disegni di legge per la costituzione del Comune
di Mestre/Terraferma e del Comune di Venezia, dei quali uno ha avuto l'avvallo
popolare con la raccolta delle firme.
Il Movimento per l'Autonomia di Mestre e della Terraferma,
composto di cittadini di varie parti del territorio, non è mai stato
pregiudizialmente contro alla costituzione di più Comuni. Ha invece
sempre ravvisato l'opportunità che i centri di Terraferma si raccordassero
per dare risposte ad esigenze di sviluppo e alla risoluzione di problemi
omogenei a quella parte di territorio. Tanto per dirne una, la tangenziale
di Mestre, non è solo di Mestre, ma anche di Favaro, Zelarino, Marghera
e Chirignago.
Nella sostanza oggi si tratta di cogliere questa opportunità
che la tradizione autonomista più sviluppata di Mestre è
riuscita a creare. Se Mestre perde nella sua richiesta, perdono tutti.
Se la vince significa vincerla tutti, compresa Venezia.
Va ricordata a tale proposito l'esperienza di raccordo
che il Movimento per l'Autonomia di Mestre e della Terraferma fece con
l'omologo Movimento del Cavallino in occasione dei precedenti referendum:
reciprocamente si prese l'impegno di sostenere il sì nelle consultazioni
referendarie, anche quando queste avessero riguardato specifiche porzioni
del territorio. I "sì" del Cavallino non furono sufficienti per
far passare l'autonomia a Mestre nell'ultimo referendum, tuttavia furono
importanti per contare gli autonomisti anche in quella zona. E tutti sanno
come è andata a finire, cioè con la vittoria, quando quel
territorio fu chiamato ad esprimersi se staccarsi o meno dal Comune di
Venezia.
Comune di Padova - Proposta d'iniziativa dei consiglieri Ivo Rossi, Angelo Boschetti, Luigi Mariani, Antonino Pipitone e Claudio Sinigaglia "Istituzione della Città Metropolitan di Padova" – Proposta di revisione dello Statuto regionale – Proposta di legge regionale d'iniziativa del Consiglio Comunale di Padova in attuazione della legge costituzionale 22 novembre 1999, n. 1 (30 novembre 2001)
Relazione - Il Consiglio
Regionale sarà chiamato nei prossimi mesi ad approvare il nuovo
Statuto della Regione del Veneto in attuazione della legge costituzionale
22 novembre 1999, n. 1. Con questo atto prenderà avvio un profondo
processo di riorganizzazione federale del nostro sistema istituzionale
e delle autonomie. I Comuni, da secoli fonte primaria dell'organizzazione
della vita pubblica, possono e debbono contribuire a questa importante
fase della vita regionale, contribuendo a individuare gli strumenti di
governo più adeguati alle nuove forme assunte dalle realtà
territoriali.
Con questa proposta di legge di revisione statutaria
il Comune di Padova intende proporre il riconoscimento istituzionale e
la forma di governo adeguata alla dimensione metropolitana assunta dall'area
centrale del territorio della provincia di Padova.
Uno Statuto regionale che riconosca i "grandi sistemi
urbani dinamici e aperti".
I più recenti studi nazionali sulla presenza di
grandi sistemi urbani dinamici e aperti hanno riconosciuto all'area di
Padova rilevanti connotati metropolitani. Secondo Dematteis e Bonavero,
(Il sistema urbano italiano nello spazio unificato europeo, Il Mulino,
Bologna, 1997) si definiscono "grandi sistemi dinamici e aperti" le aree
con dimensione demografica superiore a 500.000 ab. e/o dimensione occupazionale
superiore a 150.000 posti di lavoro, con la presenza di una specializzazione
terziario-produttiva evoluta e una gamma di funzioni internazionali completa
o quasi. A livello nazionale a questa categoria appartengono, secondo gli
stessi studiosi, solo 7 sistemi urbani: Milano, Roma, Torino, Firenze,
Bologna, Padova e Verona.
Si pone dunque con forza l'urgenza di affrontare la questione
del ruolo e della fisionomia istituzionale dell'area urbano-metropolitana
di Padova nel contesto regionale e in quello nazionale. La legge Costituzionale,
che il referendum confermativo ha reso pienamente efficace, riconosce la
presenza delle città metropolitane, accanto ai Comuni, alle Province
e alle Regioni, riconoscimento che lo Statuto in via di approvazione dovrà
recepire e definire per quanto riguarda la specificità della realtà
veneta. Il tema della dimensione metropolitana dell'area padovana, immaginata
talvolta anche come area metropolitana comprendente anche Venezia e Treviso
(PA.TRE.VE.), è questione su cui, a più riprese, la classe
dirigente veneta si è cimentata, senza tuttavia conseguire, fino
ad oggi, risultati apprezzabili.
Rispetto a qualche anno fa, vi è una accresciuta
consapevolezza della necessità di riconoscere i nuovi connotati
della dimensione urbana, di operare per superare gli angusti confini di
"carta" che dividono, sempre più solo virtualmente, una realtà
fortemente interconnessa e compenetrata.
Padova si trova ad un bivio del suo sviluppo.
Si è chiusa una fase dello sviluppo imperniata
su una serie di grandi opere infrastrutturali (tangenziali, sviluppo dell'interporto
merci, riordino del quartiere fieristico, cittadella dello sport, riorganizzazione
degli accessi, ecc.) senza che all'orizzonte si profili una nuova idea
di città, paragonabile, per valenza, al disegno partorito a attorno
agli anni '70.
E' urgente definire il profilo del nuovo ruolo che la
città intende ricoprire nei prossimi decenni, definire il sistema
di relazione con il resto del sistema veneto e con il sistema delle principali
città europee. La sfida della competizione, che a livello europeo
è sempre di più competizione fra sistemi di città,
deve trovare Padova preparata a svolgere un ruolo adeguato.
Il nuovo habitat urbano
Gli abitanti delle realtà urbane contemporanee
vivono al centro di una radicale trasformazione: l'habitat urbano, pazientemente
costruito dalle generazioni passate, viene stravolto da modelli di vita
sempre più omologati, irrinunciabili e al tempo stesso insostenibili.
Le stesse tradizionali categorie interpretative di "città" e "campagna",
appaiono obsolete. Negli ultimi trent'anni anche nel Veneto si sono sviluppati
fenomeni urbani che hanno segnato una profonda modificazione del tessuto
territoriale, con particolare rilevanza nella realtà padovana. La
città, intesa come luogo delle relazioni, fino alla rivoluzione
industriale chiusa dentro le mura, a seguito dei processi di espansione,
tende via via a diventare un continuum urbano con l'assorbimento dei "paesi"
che solo qualche anno prima erano dotati di una propria vita autonoma,
di una propria identità. La crescita, frutto della pressante domanda,
di abitazioni e della rendita speculativa, piuttosto che di un processo
guidato dalle amministrazioni locali, finisce per modificare radicalmente
la fisionomia dell'intero contesto residenziale, produttivo e territoriale.
La campagna tende a scomparire per lasciar posto a informi quartieri dormitorio,
l'ecosistema subisce la pressione del cemento. Gli abitanti delle città
capoluogo subiscono le non sempre pacifiche invasioni quotidiane di migliaia
di pendolari e del passaggio di masse crescenti di "city users", visitatori
e consumatori metropolitani che usano ed abusano della città.
La metamorfosi di Padova
E' questo il destino della stessa città di Padova.
Oggi, non a caso, non si distinguono più i confini fra la realtà
amministrativa denominata Padova e i comuni della cintura. Il diaframma
territoriale che consentiva di distinguere le diverse fisionomie, sia urbane
che ambientali, è stato lacerato da pesantissime pressioni antropiche.
Questa trasformazione ha prodotto effetti sia sul territorio,
che sul senso di appartenenza dei suoi stessi abitanti. Fino a non più
di vent'anni fa l'identità, non solo dei comuni contermini, ma anche
delle stesse frazioni del capoluogo, era un connotato definito anche simbolicamente.
I campanili erano il luogo centrale delle aggregazioni e delle identità,
il cuore delle relazioni sociali della comunità. Tra il dopoguerra
e gli anni settanta, quelli che oggi sono quartieri senza soluzione di
continuità con altri contesti cittadini, costituivano insediamenti
di transizione tra l'urbano e il rurale, tra la realtà sociale della
città e quella del paese. Nell'area che oggi viene individuata come
centro storico, in passato si svolgeva una molteplicità di funzioni
sia civili che mercantili. L'Università, l'Ospedale, le sedi di
Comune e Provincia, il Tribunale inducevano la localizzazione di altri
uffici ed attività terziarie, anche se in proporzione assai modesta
rispetto a quella attuale. Gli abitanti del "centro storico" rappresentavano
le più diverse e articolate componenti sociali: accanto ai ceti
più benestanti risiedeva un composito assortimento di gruppi sociali
ed occupazionali, che andavano dal proletariato operaio o di servizio,
ai piccoli commercianti, agli artigiani. In altre parole, non esisteva
alcuna segmentazione del tessuto urbano determinata dall'appartenenza dei
residenti a classi sociali e/o di reddito. La conseguenza immediata e più
importante che ne derivò fu la conservazione, fino a quel momento,
di un sistema di relazioni sociali ricco di valori e contenuti ideologico-culturali.
Il nuovo senso di appartenenza alla comunità
La crisi di questo assetto territoriale e sociale inizia
negli anni cinquanta, contestualmente ai grandi mutamenti sociali e di
comportamento collettivo. In quegli anni si sono manifestate a ritmo sostenuto
profonde modificazioni nella sfera economica, nella rendita e nell'uso
dei suoli, nel ruolo e nelle funzioni della città e delle sub-aree.
La trasformazione non avviene nel senso di un aumento
organico ed ordinato di risposte ai bisogni della "vita di relazione",
ma nel senso della concentrazione e sovrapposizione di funzioni fra loro
incompatibili (direzionalità e residenza, residenza e circolazione,
ecc.).
Questo fatto ha accentuato la differente capacità
dei diversi strati sociali di accedere ai beni e servizi, distribuiti in
modo sempre più ineguale. Gli stessi mutamenti di costume, frutto
dell'adozione di modelli di comportamento "moderni", favoriti dalla diffusione
di informazione e dall'istruzione di massa, investì soprattutto
i più giovani e coloro i quali risultavano meno inseriti nell'ambiente
tradizionale.
Si passa quindi dall'aggregazione legata al luogo, a
quella fondata sulle affinità culturali: stesso hobby, amici comuni,
etc. Ciò che unisce non è più la appartenenza ad una
medesima area geografica: la città e le sue funzioni appartengono
a tutti, ma nessun luogo è veramente "posseduto", nessun luogo è
più punto di riferimento fatti salvi alcuni luoghi simbolo come
le piazze, peraltro sempre meno vissute e sempre più consumate.
Gli anni cinquanta e sessanta sono gli anni in cui si
assiste ad una massiccia espulsione delle attività tradizionali
e di residenti dal centro storico e ad una conseguente concentrazione abitativa
monoclasse nelle immediate zone periferiche prive di servizi e in via di
progressiva congestione da traffico; peraltro, ad una diminuzione della
qualità della vita non corrisponde una proporzionale flessione dei
prezzi delle abitazioni, sostenuti dalla prevalenza del valore di prossimità
al centro rispetto a quello di accessibilità. L'espansione di questa
sorta di "barriera" tra centro ed aree suburbane concorre alla distruzione
dei "villaggi urbani" cui si accennava poc'anzi, soprattutto per l'effetto
della mancanza di un'attenta programmazione urbanistico/economica. Il mito
della crescita, che fa coincidere lo sviluppo con la quantità di
opere realizzate, rende ininfluenti in quel periodo i problemi legati alla
qualità della vita, dell'ambiente, alle relazioni destinate a svolgersi.
L'integrazione senza guida
La metamorfosi che la città ha subito nel corso
degli ultimi vent'anni è stata radicale e profonda, comunque tale
da consentire una parziale metabolizzazione sociale della nuova realtà
che si andava formando. Le stesse amministrazioni, che in nome dei processi
spontanei hanno rinunciato a svolgere un ruolo di guida nel processo di
crescita, sono state costrette ad interventi episodici che però
rimandano alla necessità di un governo unitario. In qualche fase
si è arrivati a parlare di piano regolatore intercomunale, senza
che se ne facesse mai nulla. E' sul piano dell'integrazione, dell'utilizzo
dei medesimi servizi dove, invece, si sono registrati risultati parziali
che vanno nella direzione dell'unicità dei riferimenti. La crescente
domanda di trasporto, di gradevolezza dell'ambiente urbano ha favorito
un'integrazione, sia pur frammentaria e non ancora compiuta, di una serie
di servizi tra la città capoluogo ed i comuni della cintura suburbana.
Quasi mai si è trattato di un fenomeno spontaneo,
è stato piuttosto il frutto di una contrattazione permanente fra
il comune più forte e quelli "minori", dove il baratto è
ritornato ad essere strumento di relazione. In alcuni casi si è
arrivati a scambiare il prolungamento di una linea di trasporto pubblico
con una discarica per i rifiuti. Questo scambio non è mai stato,
né è tuttora, immune da conflittualità causate dalle
ristrettezze dei bilanci dei comuni minori a fronte dell'onerosità
dei servizi.
L'urbanistica del campanile
Tuttavia, se il settore dei servizi ha segnato alcuni,
sia pur contraddittori, progressi nelle relazioni all'interno dell'area
urbana, lo stesso non si può dire per quanto riguarda la gestione
della pianificazione, specificatamente di quella urbanistica, da sempre
nota dolente della realtà padovana. I presunti diritti di sovranità
sul proprio territorio hanno indotto ogni singolo comune ad attuare politiche
territoriali del tutto incongruenti con quelle del comune vicino, in nome
di un malinteso concetto di autonomia.
Quartieri dei comuni della cintura che si incuneano a
ridosso delle aree semi centrali senza alcuna armonia pianificatoria, privi
di servizi, senza adeguati raccordi stradali sono il prodotto dell'anarchia,
della mancanza di una visione d'insieme. Il caso più eclatante è
sicuramente quello del quartiere di Sant’Agostino che, pur appartenendo
amministrativamente al comune di Albignasego, in realtà è
un pezzo di Padova città. Le stesse zone industriali e artigianali
cresciute in modo concorrenziale in ogni comune, figlie dell'imperativo
di una fabbrica per ogni campanile, sono una testimonianza visibile della
follia pianificatoria. Nemmeno l'Università è sfuggita all'assenza
di valutazioni generali nelle sue espansioni edilizie. Sia quando ha occupato
il cuore della città, sia quando è uscita dall'ambito cittadino,
si è comportata come fosse un'entità autonoma.
Ancor oggi lo stesso comune capoluogo continua a progettare
innovazioni allo scopo di soddisfare la domanda di servizi pubblici che
via via si rendono necessari, tenendo conto esclusivamente dei propri angusti
confini amministrativi. La vicenda e le conseguenti polemiche legate alla
localizzazione della nuova struttura ospedaliera è da questo punto
di vista emblematica.
Lo stesso potrebbe dirsi per quanto riguarda l'ubicazione
del nuovo stadio per il calcio o di altre strutture, quali ad esempio il
nuovo teatro, gli spazi per i concerti all'aperto etc., dove è quanto
meno discutibile la loro obbligatoria collocazione "dentro le mura", nel
cuore stesso della città, in ogni caso senza un preventivo progetto
di inserimento urbano. In realtà tutto ciò succede perché
scompare la nozione stessa di progetto, di pianificazione. L'urbanistica
diventa il luogo della mediazione e della contrattazione degli interessi.
Le scelte vengono fatte il più delle volte dalla classe politica
prescindendo da logiche generali.
La stagione di Piccinato a Padova finisce con un'infinità
di varianti, frutto dei più minuti interessi, che stravolgono il
disegno originario. A far data dagli anni settanta, a "disegnare" i progetti
di Padova, ai Piccinato si sostituiscono i vari sindaci ed assessori che
si sono succeduti. Le opere della nuova generazione perdono le firme dei
professionisti, per assumere quelle dei capi corrente di volta in volta
alla guida dell'amministrazione. Sfortunatamente, non solo il comune capoluogo
ha inteso concentrare sul proprio territorio tutte le funzioni, riducendo
inevitabilmente gli spazi a verde e le aree di connessione fra le varie
espansioni, ma questo stesso meccanismo è stato messo in atto in
sedicesimo dai comuni della cintura urbana. Ogni realtà ha voluto
concentrare tutto al suo interno senza che ciò abbia favorito il
mantenimento o l'eventuale sviluppo di una particolare identità,
fisionomia urbana. Non vanno nemmeno trascurate le profonde diseconomie
provocate da questo eccesso di campanilismo.
Un'attenta analisi dei rispettivi piani regolatori, ma
soprattutto dell'infinità di varianti agli stessi, consentirebbe
una visione molto chiara dell'incomunicabilità sostanziale, che
fu regola nelle pianificazioni operate dalle diverse amministrazioni locali.
Tutti i fenomeni sopraindicati concorrono a prefigurare,
da parte del cosiddetto "immaginario collettivo", una realtà urbana
padovana che, sia sotto l'aspetto dei servizi, sia dal punto di vista della
caotica pianificazione, è divenuta attraverso un processo spontaneo
un unico contesto, che separa, solo dal punto di vista amministrativo o
della toponomastica, ciò che le relazioni da tempo tendono a considerare
unitario.
Prendere atto della realtà, abbandonando schemi
vecchi ed obsoleti, è oggi un dovere imprescindibile per chi voglia
guidare i processi evolutivi e di riqualificazione di un contesto così
vasto e complesso.
In occasione del dibattito per la costituzione della
città metropolitana di Venezia, prevista dalla legge 142, alcuni
hanno visto nel triangolo urbano comprendente i poli di Venezia, Padova
e Treviso la vera area metropolitana veneta. Il dibattito, nonostante le
ripetute disponibilità e le firme apposte in calce a dichiarazioni
d'intenti, non ha fatto passi in avanti perché gli interessi in
gioco fra le varie città, sono molto spesso conflittuali.
Riconoscere la competizione è un dovere per la
stessa Regione, un riconoscimento che deve portare alla costituzione di
città metropolitane aventi caratteri omogenei. In questo senso la
città metropolitana di Padova è certamente, a livello veneto,
quella più matura e dove più urgente è il riconoscimento
istituzionale.
La città metropolitana di Padova.
Dalle riflessioni fin qui svolte la nuova città
metropolitana dovrà inevitabilmente comprendente, oltre al comune
capoluogo, anche i comuni di Albignasego, Ponte San Nicolò, Legnaro,
Saonara, Noventa Padovana, Vigonza, Cadoneghe, Vigodarzere, Limena, Villafranca
Padovana, Rubano e Selvazzano, Abano Terme.
Si tratta di quel contesto territoriale, frutto delle
trasformazioni avvenute nel tessuto urbano e sociale, che identifica la
"nuova" realtà, la nuova "forma" urbana, nella quale i concetti
di riequilibrio, di crescita qualitativa, di governo armonico della complessità
dovranno dispiegarsi al massimo livello possibile. Con la creazione della
città metropolitana di Padova si darà finalmente veste istituzionale
ad una entità urbana che la storia e le relazioni sociali si sono
già incaricate di formare.
STATUTO DELLA REGIONE DEL VENETO
TITOLO I - Principi fondamentali
Art. 1 - Il Veneto e la sua autonomia
1. Il Veneto è Regione autonoma secondo le norme del presente Statuto, nell'unità della Repubblica e nell'ambito dell'Unione Europea. 2. Il Veneto è costituito dalle comunità residenti nei territori che, storicamente, hanno formato e attualmente compongono le Province di Belluno, Padova, Rovigo, Treviso, Venezia, Verona e Vicenza. 3. La Regione Veneto è una federazione di autonomie, costituita dai Comuni, dalle Province e dalle Città Metropolitane.
Art. 2 La Città Metropolitana di Padova
E' istituita la Città metropolitana di Padova, comprendente i comuni di Albignasego, Ponte San Nicolò, Legnaro, Saonara, Noventa Padovana, Vigonza, Cadoneghe, Vigodarzere, Limena, Villafranca Padovana, Rubano, Padova, Selvazzano e Abano Terme, che acquisisce, nell'ambito del suo territorio, le competenze e i poteri della Provincia.
TITOLO II - Rapporti con le città metropolitane
Art. 3 - Le funzioni e i compiti della città metropolitana
La Città Metropolitana di Padova esercita la generalità
delle funzioni di pianificazione territoriale e di programmazione economico-sociale
relative al proprio territorio. Esercita altresì funzioni amministrative
di tipo gestionale in ragione della loro rilevanza sovracomunale. Al fine
di favorire la cooperazione, il coordinamento delle iniziative e l'impegno
integrato delle risorse finanziarie, gli Enti locali promuovono, anche
d'intesa con la Regione, attività di programmazione negoziata per
la realizzazione di interventi di area vasta. E' assegnata alla Città
Metropolitana di Padova, previa intesa con la Regione, tutti i compiti
gestionali relativi all'attuazione nell'ambito del proprio territorio di
iniziative finanziate dall'Unione Europea.
Proposta di legge regionale dei Consiglieri di Forza Italia, CDU e CCD (presentata alla Presidenza Consiglio comunale di Padova il 18 febbraio 2002) "Istituzione del Comune di Padova"
Introduzione
Padova avverte sempre più acutamente la difficoltà
determinata, da un lato, dalla coscienza di essere chiamata a svolgere
il ruolo di centro del nord-est e, dall'altro, di accorgersi concretamente
di non possedere appieno gli strumenti di governo per interpretare tale
ruolo. Infatti, le potenzialità di Padova derivano anche dall'essere
una unica area urbana di oltre 350.000 persone residenti, che quasi triplica
nei giorni feriali, attirando interessi culturali, religiosi, sociali,
turistici ed economici di eco ben più che regionale.
Ma questa area urbana é ancora, anacronisticamente,
frazionata in una pluralità di amministrazioni comunali, sì
da rendere estremamente complicato qualsiasi processo di governo dell'area
stessa. Così, dunque, quel necessario volano allo sviluppo, che
dovrebbe concretarsi in una adeguata politica dei servizi, delle infrastrutturazioni,
della zonizzazione delle aree residenziali e produttive, solo per citare
gli esempi più banali, é ostacolato dalla mancata unitarietà
del governo di tali leve. E questa situazione depotenzia anche il ruolo
che l'area padovana può svolgere nella più volte prospettata
area metropolitana. Tuttavia, una soluzione alle questioni citate deve
essere costruita proprio considerando le ragioni che hanno fatto fallire
precedenti e pur coraggiosi tentativi di organizzare in un unico comune
l'intera area urbana.
Nel recente passato i comuni della prima cintura urbana
hanno respinto la proposta di formare un unico comune con il capoluogo,
perché (e ragionevolmente) non hanno voluto abdicare alla possibilità
di governare direttamente le ordinarie questioni amministrative del proprio
territorio. In effetti, non vi é alcun motivo a favore del trasferimento
dell'ordinaria amministrazione in una sede centralizzata, né, in
realtà, appare questo il problema.
Piuttosto l'urgenza cui ci si deve riferire riguarda
la diversa necessità di costituire un governo unitario per le questioni
strategiche riguardanti l'intera area, non già singole porzioni
del territorio urbano. Il principio di sussidiarietà suggerisce,
dunque, una strada affascinante, quella, cioè, di proporre una "città
di città", dove i singoli territori, attraverso l'istituzione di
municipi, possano mantenere, anzi rafforzare la propria autonomia di governo
sulle questioni inerenti le singole parti del territorio urbano, mentre
le problematiche riguardanti lo sviluppo dell'area nel suo complesso siano
attribuite alla competenza di una sola Amministrazione comunale.
Tale prospettiva può finalmente trovare legittimazione,
anche per gli effetti delle disposizioni di cui agli articoli 15, comma
2, 16 e 17, comma 5, del Decreto Legislativo 18 agosto 2000, n. 267, che,
particolarmente nei comuni con una popolazione superiore i 300.000 abitanti
derivanti dalla fusione di più comuni, consente forme particolarmente
accentuate di autonomia interna ai nuovi Comuni, anche - appunto - attraverso
l'istituzione di municipi con importanti poteri di governo.
La presente proposta di legge intende essere un contributo
alla ripresa di un dibattito, le cui conclusioni, affidate al consiglio
regionale, non sono più rinviabili. Si riassumono, dunque, per comodità
di lettura i contenuti di cui ai singoli articoli della presente proposta
di legge.
L'art. 1 istituisce il nuovo comune per fusione degli
attuali comuni cosiddetti "di prima cintura" con Padova, rinviandone allo
statuto la concreta organizzazione, ma indicando quale parametri di concreta
normazione statutaria il principio di sussidiarietà orizzontale
e verticale, in parte già esplicitato nell'articolato della legge.
L'art. 2 formula la struttura del nuovo comune, che - come detto - assume
il modello di "città di città", immaginando, cioè
di costituire un "Municipio", definito "autonomo", per ciascuno dei territori
in cui oggi vi sono i comuni di prima cintura e i quartieri di Padova,
mentre la nuova Amministrazione comunale estende la propria delimitata
competenza nell'intero territorio del nuovo comune.
L'art. 3 esplicita gli organi del Comune e dei Municipi,
applicando per ciascuno di essi le norme previste per le amministrazioni
aventi la popolazione del nuovo comune e quella di ciascun municipio. A
capo del municipio viene posto il Pro-Sindaco, eletto direttamente dalla
popolazione di riferimento.
L'art. 4 tratteggia le competenze del Comune e dei Municipi
secondo il principio di sussidiarietà verticale; conseguentemente
tutte le competenze sono attribuite ai Municipi, mentre all'Amministrazione
comunale sono riservate solo le competenze esattamente indicate dalla legge
istitutiva e dallo Statuto, in particolare conferendo a quest'ultima il
governo di questioni inerenti lo sviluppo strategico e complessivo dell'area
urbana. Secondo questo schema, dunque, le Amministrazioni municipali consentono
ai singoli territori di governare autonomamente il proprio ambito così
come, in sostanza, avviene oggi, in quanto rimangono certamente di competenza
dei municipi l'ordinaria amministrazione e i servizi di base.
L'art. 5 promuove la previsione, in sede di Statuto,
delle opportune forme di coordinamento fra Comune e Municipi, già
indicando alcune ipotesi, quale l'attribuzione al Difensore Civico di funzioni
per dirimere i conflitti di competenza e nelle quali vi è una particolare
attenzione affinché gli organi di coordinamento siano espressione
sia dei Municipi, sia del Comune.
L'art. 6 tratta dei rapporti finanziari e, coerentemente
con il principio di sussidiarietà verticale, fissa il principio
per cui il Municipio trattiene le risorse del territorio, salvo quelle
che servono al Comune per svolgere le sue competenze; anche in questo caso
si favoriscono procedure per la concreta indicazione delle quote finanziarie
di spettanza a Municipi e Comune sulla base di una equilibrata dialettica
fra tali Amministrazioni.
L'art. 7 rende necessaria la previsione, in sede di Statuto
e degli atti regolamentari, di forme applicate di sussidiarietà
orizzontale, stabilendo anche il principio per cui la titolarità
dei servizi pubblici non è solo delle Amministrazioni municipali
e comunale, ma anche di soggetti privati e/o appartenenti al cosiddetto
"privato - sociale".
Art. 1 - Istituzione e principi
Art. 2 - Articolazione di governo
Art. 3 - Organi
Art. 4 - Competenze dell'Amministrazione comunale e della Amministrazioni municipali
Art. 5 - Funzioni di coordinamento
Art. 6 - Rapporti finanziari
Art. 7 - Sussidiarietà orizzontale
Consiglio Regionale del Veneto – Settima legislatura – Progetto di legge n. 244 (*) "Istituzione dei nuovi comuni di Venezia e di Mestre" - Proposta di legge d'iniziativa dei Consiglieri Stival, Cavaliere, Manzato, Bizzotto, Caner, Conte e Flavio Tosi (Presentato alla Presidenza del Consiglio l'11 febbraio 2002. Trasmesso alla Prima Commissione consiliare e ai Consiglieri regionali il 19 febbraio 2002.)
Relazione
L’iniziativa legislativa che si propone all’approvazione
del Consiglio regionale concerne l’istituzione dei due nuovi Comuni autonomi
di Venezia e di Mestre, ricadenti nell’ambito della provincia di Venezia,
attraverso lo scorporo dell’attuale Comune di Venezia in due ambiti territoriali
e istituzionali.
I due Comuni, per i quali si propone l’istituzione, saranno
formati, per il nuovo Comune di Venezia dalle aree territoriali e acquee
su cui sono insediati l’attuale Centro storico, le Isole e la Laguna e,
per il nuovo Comune di Mestre, dal territorio della terraferma veneziana
comprendente i centri urbani di Mestre, Favaro Veneto, Dese, Marocco, Zelarino,
Chirignago, Marghera e Malcontenta, secondo l’esatta delimitazione risultante
dalla cartografia allegata.
Peraltro, non solo un’ampia parte della popolazione della
terraferma veneziana, ma anche una larga maggioranza degli abitanti delle
aree centrali dell’attuale Comune di Venezia ritengono improcrastinabile
la suddivisione dell’attuale territorio comunale tra il Centro storico,
le Isole e la Laguna veneziana da una parte e la terraferma gravitante
su Mestre dall’altra. Tali istanze appaiono fortemente motivate, se solo
si considera l’evidente profonda differenza fisico ambientale tra le due
aree più sopra individuate, che determinano una conseguente notevole
diversità delle politiche dei servizi da fornire a ciascuna delle
due comunità interessate. Al fine di supportare le ulteriori richieste
di gran parte della popolazione dell’area veneziana in discussione, che
peraltro si è già espressa in occasione dei tre referendum
negli anni 1979, 1989 e 1994, a favore dell’istituzione delle due nuove
autonomie comunali di Venezia e di Mestre con percentuali significative,
variabili dal ventisette per cento al quarantasette per cento e per consentire
la realizzazione di quanto sinora solo ripetutamente promesso dagli amministratori
(politica dei servizi comunali più efficace e rispondente alle esigenze
della popolazione residente nelle menzionate aree municipali; realizzazione
di opere pubbliche, di edifici e aree di aggregazione pubblica indispensabili
in una comunità modernamente organizzata; autonomia dei consigli
di quartiere, ecc.), si ritiene doveroso proporre l’istituzione dei due
nuovi Comuni autonomi di Venezia e di Mestre, tenuto conto altresì
che recentemente la popolazione del Cavallino ha ottenuto la propria autonomia
e specificità comunale.
L’istituzione dei menzionati due nuovi Comuni, derivante
dalla suddivisione dell’attuale Comune di Venezia, non è più
rinviabile, sia per sostenere la specificità dei servizi della Città
storica di Venezia, le sue Isole e le sue Lagune, come per la tipicità
dei servizi della terraferma veneziana, senza contare che è oltremodo
indispensabile dare a ciascun Comune derivante dal menzionato scorporo
una ristrutturazione e una specializzazione nella erogazione di servizi
pubblici al passo con le imprenscindibili esigenze di una moderna comunità
organizzata. Per tali insiemi di ragioni, si propone l’istituzione dei
due Comuni autonomi di Mestre e di Venezia.
Art. 1 - Istituzione dei nuovi Comuni di Venezia e di Mestre.
Art. 2 - Consultazione referendaria.
Art. 3 - Disposizioni attuative.
Art. 4 - Dichiarazione d’urgenza.
Relazione descrittiva del confine
La suddivisione territoriale dei due costituendi Comuni,
Comune di Venezia e Comune di Mestre, considerato il confine del nuovo
Comune di Cavallino, risulta dalla seguente relazione descrittiva e dalla
allegata planimetria che fa riferimento alla cartografia del Comune di
Venezia che a suo tempo aveva delimitato i confini dei diciotto Quartieri
del Comune di Venezia.
Il nuovo tracciato della linea di confine che divide
il territorio del nuovo Comune di Venezia da quello di Mestre ha come caposaldo
di partenza quello con il Comune di Chioggia (mezzeria a mare del canale
del Porto di Chioggia) da dove continua lungo l'attuale confine del Comune
di Venezia sino ad incontrare, in località Fusina, in ordine e tutti
sul lato laguna, i confini dei vecchi quartieri n. 18 Malcontenta, n. 17
Marghera - Catene, n. 13 San Lorenzo - XXV Aprile, n. 10 Favaro Veneto
da seguire fino ad incontrare il confine dell'attuale Comune di Venezia,
in località Ca' Montiron da seguire sino ad incontrare il confine
dell'attuale Comune di Cavallino da seguire, lato laguna, sino a giungere
al caposaldo di arrivo, sito al Faro di Punta Sabbioni.
(*) N.d.A. Il disegno di legge regionale n. 244 ripropone i contenuti del progetto di legge regionale n. 106, d’iniziativa popolare, "Suddivisione del Comune di Venezia nei due Comuni autonomi di Venezia e Mestre", presentato alla Presidenza del Consiglio il 26 gennaio 2001, dichiarato ammissibile con deliberazione del Consiglio regionale n. 2 del 28 febbraio 2001, trasmesso alla I° Commissione consiliare e ai consiglieri regionali l’8 marzo 2001
www.padovanet.it (rete civica del Comune di Padova)
Spazio dedicato al dibattito sulla "Città metropolitana"
di Padova
Governare e riprogettare un contesto urbano profondamente
cambiato negli ultimi decenni. Fare i conti con dinamiche sociali ed economiche
che prescindono dai confini territoriali ed amministrativi dei nostri comuni.
Riconoscere l'esistenza di una realtà complessa che ha bisogno di
trovare adeguati strumenti di governo. E' questa la sfida che la comunità
padovana ha di fronte.
Consapevole di questa urgenza il Consiglio Comunale di
Padova ha istituito, al suo interno, la commissione "Città Metropolitana"
con il compito di creare le condizioni per superare la frammentazione delle
politiche pubbliche. Compito della commissione, unitamente ai sindaci del
comune capoluogo e ai sindaci dei comuni di Albignasego, Casalserugo, Ponte
San Nicolò, Legnaro, Saonara, Noventa Padovana, Vigonza, Cadoneghe,
Vigodarzere, Limena, Villafranca Padovana, Rubano, Mestrino, Selvazzano,
Abano Terme è quello di agire da facilitatore dei processi di aggregazione
e di condivisione delle scelte comuni.
La "Città Metropolitana" è una realtà
che già esiste. C'è solo la necessità di riconoscerla
e di guardare con coraggio e lungimiranza al futuro di questa nostra comunità.
Produrre cultura e offrire strumenti adeguati di analisi è il compito
che la commissione "Città metropolitana" si è data. L'apertura
di questo spazio è un primo passo in questa direzione
Decreto del Presidente del Consiglio Comunale di Padova
Giancarlo Zotti del 24 settembre 2002 (protocollo n. 120575) di nomina
dei componenti della "Commissione speciale per la Città Metropolitana"
Il Presidente del Consiglio
| gruppo cons. | Presidente | Componente | |
| U.D.C. | ROSSI | BALDO | |
| A.N. | CALABRESE | 3 per la Maggioranza | |
| F.I. | ROSSI | CAVATTON | |
| Margherita
Comunisti D.S. |
ROSSI | LENCI
ROSSI |
2 per la Minoranza |
Ritenuto di dover provvedere all’insediamento della Commissione
ed alla nomina del Consigliere Ivo Rossi quale Presidente della stessa.
Considerato che la Commissione per i compiti organizzativi
e di verbalizzazione ha necessità di potersi avvalere di un dipendente
con funzioni di segretario individuando nella sig.ra Luigina Faggian la
dipendente idonea allo scopo;
Visto lo Statuto Comunale;
Visto il Regolamento del Consiglio Comunale;
Visto il Decreto legislativo 18.08.2000, n. 267 "T.U.
delle leggi sull’Ordinamento degli Enti Locali"
Nomina
quali componenti "Commissione speciale per la Città
Metropolitana" i sottoelencati Consiglieri:
Ivo Rossi – Presidente, Antonio Baldo – Componente, Giovanni
Calabrese – Componente, Matteo Cavatton – Componente, Giuliano Lenci –
Componente, e, quale Segretario della Commissione, la Sig.ra Luigina Faggian,
in servizio presso il Settore Edilizia Privata.
Il presente atto è immediatamente esecutivo. La Commissione inizierà i lavori a partire dal mese di ottobre e la data di convocazione sarà stabilita dal Presidente della Commissione stessa.
Comune di Padova - Commissione Speciale "Città
Metropolitana"
Seduta del 9 novembre 2002: incontro con i sindaci dei
comuni metropolitani (*)
Ivo Rossi (Presidente della Commissione), Antonio Stivanello
(Sindaco del Comune di Vigonza), Gaetano Calore (Sindaco del Comune di
Ponte San Nicolò), Gino Borella (Sindaco del Comune di Selvazzano),
Giovanni Ponchio (Sindaco del Comune di Abano Terme), Ivano Ranzato (Assessore
ai Lavori Pubblici del Comune di Vigodarzere), Vittorio Casarin (Presidente
della Provincia di Padova), Giustina Mistrello Destro (Sindaco del Comune
di Padova), Giovanna Osti (Vice Sindaco del Comune di Rubano), Antonio
Schiavon (Sindaco del Comune di Saonara), Massimiliano Barison (Vice Sindaco
di Albignasego), Paolino Beccaro (Assessore Comune di Codoneghe), Giuseppe
Paviola (Sindaco di Noventa Padovana), Gilberto Vettorazzi (Sindaco di
Limena), Filippo Franciosi (Consigliere del Comune di Padova), Ezio Salvetti
(Assessore Comune di Padova), Ermanno Ancona (Vice Sindaco del Comune di
Padova), Fabio Amato (Assessore del Comune di Saonara), Giuliano Lenci
(Consigliere del Comune di Padova), Bruno Trevellin (Assessore del Comune
di Padova)
(omissis)
Ivo Rossi (Presidente della Commissione)
Possiamo dunque cominciare i nostri lavori ringraziandovi
per la disponibilità dimostrata. Faccio una brevissima presentazione
dei componenti della Commissione e dei Consiglieri che sono presenti, che
ringrazio. Della Commissione per la "Città metropolitana" istituita
dal Consiglio Comunale, sono presenti il professor Filippo Franciosi, Antonio
Baldo e il professor Lenci, oltre a chi vi parla, mentre il Consigliere
Cavatton è stato trattenuto da un impegno. (omissis)
Come avete visto anche dalle lettere che vi sono state
inviate qualche tempo fa, il Comune di Padova ha deciso di istituire al
proprio interno una Commissione speciale denominata "Per la Città
metropolitana". Le ragioni, oltre ai dati strutturali e alle dinamiche
economico e sociali che si svolgono in questa area, è legata al
dibattito che si è svolto ripetutamente fra i gruppi consiliari
sulla necessità di dotare questa nostra città in fieri, degli
strumenti di governo più adeguati. Si tratta di costruire insieme
politiche che siano il più coerenti possibili fra i vari attori
che operano sul nostro territorio (...). Vedo che è arrivato il
Sindaco di Limena (...). Circa sei mesi fa, è utile ricordarlo,
i Gruppi consiliari della Margherita da una parte e di Forza Italia dall’altra
hanno, anche se separatamente, riproposto il tema dell’istituzione della
"Città metropolitana". Questo è avvenuto alla luce della
modifica del Titolo V della Costituzione che trasferisce nuove competenze
alle Regioni, e alla luce del fatto che la Regione nei prossimi mesi dovrà
definire la nuova carta costituzionale, ovverosia il nuovo Statuto della
Regione, dove è prevista, almeno come figura costituzionale, la
"Città metropolitana". E in questo senso sono state presentate queste
proposte. Le abbiamo analizzate, abbiamo avuto parecchie discussioni, come
Capigruppo, - e questo è un fatto importante - perché si
sono registrate, indipendentemente dalle appartenenze, chi di Centrosinistra,
chi di Centrodestra, si sono registrate sostanziali convergenze verso la
necessità di costruire un governo il più unitario possibile
di questa nostra città.
Tuttavia, consapevoli degli stop che il tema ha subìto
nel recente passato, abbiamo convenuto di rovesciare l’impostazione che
assumeva come prioritaria la questione istituzionale. Un’impostazione,
pur corretta, che però ha creato notevoli diffidenze da parte di
molti comuni. La scelta che ha fatto quindi il Comune di Padova, anche
istituendo questa Commissione, è quella di costruire l’orizzonte,
chiamiamolo così, metropolitano, della convergenza su specifiche
politiche, partendo quindi dalla creazione del consenso attorno ai grandi
nodi che riguardano la nostra città nel suo complesso. Questo è
quindi lo spirito con cui noi oggi ci incontriamo; è soltanto una
primissima tappa, probabilmente il lavoro dovrà essere successivamente
strutturato anche con il coinvolgimento più diretto da parte di
tutti gli Assessori a partire dalle singole politiche, e le Amministrazioni
in questo senso sono già attivate. Io credo appunto che la strada
sia quella di analizzare la situazione in cui si trova la nostra città,
la fase di passaggio in cui si trova, e di costruire insieme il nuovo orizzonte.
I processi di crescita. Faccio una brevissima annotazione
sulle ragioni che ci inducono a fare questo. Voi sapete che a livello nazionale
il dibattito sulle "Città metropolitane" è ruotato fino ad
ieri attorno alla legge 142, che individuava in modo puntuale quali fossero
le città che avessero titolo per diventare città metropolitane.
Questa legge oggi, dopo la modifica del titolo V, si può dire che
non esiste più, è stata superata. Si può dunque ripartire
da un terreno molto più libero in cui la creatività del legislatore
e delle stesse città è libera di cimentarsi in base alle
proprie esigenze. Parto dunque da alcuni recenti studi in cui si afferma
che a livello nazionale esistono probabilmente solo 7 città o aree
che hanno caratteristiche metropolitane. Per caratteristiche metropolitane
si intendono i livelli di qualità di servizi, il grado di internazionalizzazione
dell’economia, la qualità del sistema dei trasporti, le reti a cui
le città partecipano.
In sostanza ad assumere valore è la qualità
delle relazioni che si svolgono all’interno delle singole aree. Ecco, in
questi studi, confermati anche da alcuni lavori del professor Mistri, si
sostiene che a livello del Veneto, esistono ben due città che possiedono
queste caratteristiche e queste città sono Padova e Verona. Come
ricorderete la legge 142 indicava, invece, Venezia, come città metropolitana,
città dalle straordinarie qualità architettoniche che la
rendono unica al mondo, ma che poco ha delle caratteristiche metropolitane.
Il problema che dunque abbiamo è quello di come riuscire non soltanto
a ragionare con una città che nei fatti è "Città metropolitana",
ma a superare anche la logica della frammentazione con cui vengono assunte
inevitabilmente, per la struttura amministrativa che abbiamo ereditato,
le decisioni in questa area.
Vittorio Casarin (Presidente della Provincia di Padova)
(omissis) Sposo quindi in toto quella che è
stata l’iniziativa del Comune di Padova, anche perché lo stesso
dibattito è avvenuto anche in sede provinciale, allorché
si auspicava più che una "Città metropolitana" che vedesse
in primis il connubio tra Venezia, Padova e Treviso, va bene: noi siamo
convinti che il primo passo sia quello di ragionare nella propria realtà,
di misurarsi con le proprie realtà locali; partendo dal basso per
costruire quella che sarà poi eventualmente una "Città metropolitana"
che non vedrei allora lasciare ai margini Vicenza, in quanto nel bacino
forte di questo Veneto vedo più Padova, Vicenza e Treviso con parte
di Venezia che non Venezia in prima linea. Comunque, a prescindere da questo,
io vedo molto bene la "Città metropolitana", quella legalizzata
o prevista dalla legge proprio perché spaccherebbe il Veneto in
due, la "Città metropolitana" vuol dire un’organizzazione a sé
stante, con una capacità normativa, e che isolerebbe completamente
Verona e quindi spaccherebbe il Veneto in due. Vedrei invece quel progetto
che noi abbiamo - e mi fa piacere, ripeto, che si parta da questo modo
di ragionare - e lo abbiamo previsto proprio nel nostro progetto strategico,
quello che Padova con la sua cintura e la sua Provincia diventa elemento
centrale del Veneto, misurandosi poi appunto queste realtà con quelle
che sono le Province contermini, e quindi con Treviso, con Vicenza e con
Venezia. (omissis)
(omissis)
Ivo Rossi (Presidente della Commissione)
Se posso dare una piccolissima risposta a Ponchio. Proviamo
a immaginare per un istante che questo territorio anziché essere
suddiviso in 14 Comuni - in questo momento chiamiamolo come vogliamo -
sia un unico Comune. Bene, il Comune, il soggetto, chi amministra deve
fare delle scelte per realizzare, che ne so, il nuovo auditorium che sta
a cuore al Vice Sindaco oppure altre opere infrastrutturali, il centro
congressi, nuove localizzazioni alberghiere, il nuovo centro della ricerca.
E’ evidente che l’Amministrazione si muoverebbe con l’obiettivo di valorizzare
tutte le parti del territorio, perché appunto il territorio di riferimento
è quello ampio. Se invece sono costretto a lavorare in termini angusti
dentro i 92 chilometri quadrati in cui opero per ragioni amministrative
e fiscali, e per tutte le altre ragioni di cui si diceva prima, alla fine
il risultato è che mi costringe a pensare in piccolo, a portare
dentro: l’ospedale, lo farò dentro, non lo farò fuori, perché
appunto vivo il rapporto con il resto del territorio in termini, non dico
conflittuali, ma scarsamente integrati con le parti circostanti.
L’obiettivo, io credo, che noi dobbiamo porci, e mi rendo
conto che non è facile, è proprio quello di riuscire a ragionare
come se fossimo un’unica grande comunità, dove ognuno rappresenta
anche una parte, ma che in realtà tende a costruire il disegno comune,
portando tutti a convergere sugli obiettivi che, se sono buoni, e se sono
buone le politiche, poi ovviamente danno frutti. Sulla questione, siccome
è stata posta da più di uno degli intervenuti, delle proposte
di legge presentate, la questione dei poteri e degli strumenti di governo
è aperta e dovrà essere affrontata da tutti i consigli comunali.
Noi viviamo all’interno di un processo di cui non conosciamo
ancora i contorni definiti; sappiamo che il Parlamento ha approvato la
modifica del titolo V della Costituzione, che ha individuato le seguenti
figure costituzionali: i Comuni, le "Città metropolitane", le Province,
le Regioni e per ultimo lo Stato. Mentre per istituzioni quali i Comuni,
le Province e le Regioni, la definizione è certa, anche in termini
di poteri, la nozione di "Città metropolitana" è semplicemente
un titolo apparso in Costituzione.
Ne parlavamo con il professor Mario Bertolissi qualche
giorno fa: tutto il precedente prodotto istituzionale che era la "Città
metropolitana" prevista dalla legge 142, di cui parlava prima Casarin,
è stato di fatto cancellato, in quanto superato dalla nuova legge
costituzionale. Quindi, in pratica, la nozione "Città metropolitana",
che è una nozione costituzionale, è ancora una nozione vergine.
Qual è il problema che ci siamo posti, che alcuni
di noi si sono posti? Guardate, abbiamo detto, la Regione Veneto sta scrivendo
la sua carta costituzionale, il nuovo Statuto; nelle due proposte: proposta
Galan e proposta Cacciari, nessuna delle due proposte di Statuto ha previsto
l’istituzione della "Città metropolitana". Cosa hanno pensato alcuni
di noi? Che non va a incidere su niente delle cose che stiamo dicendo.
Essi dicono: "Si potrebbe immaginare che ogni singolo Comune", sfruttando
la potestà di proposta legislativa affidata ai i Comuni sopra i
15.000 abitanti, "presentasse una proposta statutaria che dica semplicemente",
come quella che trovate sul tavolo della presidenza (che poi eventualmente
distribuiamo), "dice semplicemente: ‘E’ istituita la ‘Città metropolitana’
di Padova’". Perché noi pensiamo a Padova. Se, per esempio, Venezia
vuole suggerire che venga fatta anche quella di Venezia o Verona la sua,
nulla in contrario. Noi dobbiamo porci il problema del nostro territorio.
Ebbene, i poteri - e questo è un tema in cui è necessaria
grande capacità di innovazione istituzionale - devono trovare adeguata
strutturazione all’interno del nuovo corpo legislativo. Nessuno l’ha ancora
fatto in Italia, non a caso siamo ancora fermi. Ma noi ci diciamo sempre
città laboratorio. Bene, è complicato, però proviamoci!
Abbiamo l’Università con dei giuristi straordinari, mettiamoci a
lavorare. E credo che l’atteggiamento positivo, fino adesso registrato
da tutti, sia, come dire, quell’elemento in più che può farci
fare passi avanti. Partendo dal basso, rovesciando quindi l’approccio tradizionale.(omissis)
(*) N.d.A. Il 30 novembre 2002 la Commissione speciale "Città Metropolitana" ha incontrato nella Sala del Consiglio di Palazzo Moroni alcuni sindaci dei comuni della provincia, i rappresentanti di enti economici, categorie economiche, ordini professionali, forze sociali e del volontariato.