RASSEGNA STAMPA SULL'AREA E CITTA' METROPOLITANA BOLOGNESE

(*)N.d.A. Si propongono in queste pagine solo alcuni esempi dell’ampia documentazione concernente l’Area e la città metropolitana di Bologna consultabile ai siti internet www.provincia.bologna.it/metro oppure www.provincia.it/città_metropolitana/testi contenenti tutto quanto è stato realizzato nell’unica fino ad oggi esperienza concreta di area metropolitana, pur con tutti i limiti derivanti dalle recenti modifiche normative e dalla mancata realizzazione della città metropolitan,a con numerosi rinvii ad altri siti analoghi. Di estremo interesse, trattandosi dell’unica pubblicazione periodica sui temi metropolitani, "Metronomie. Ricerche sul sistema urbano bolognese"- Rivista quadrimestrale del Settore Studi per la programmazione della Provincia di Bologna, di cui si suggerisce di consultare l’indice.
 

Il Mosaico Numero 3 - Marzo-Aprile 1995
PAG. 7-10 - DOSSIER: città metropolitana

Tra lentezze burocratiche e domande di efficienza, tra frammentazione amministrativa e rischi di nuovi centralismi, tra voci di plauso ed altrettanto forti dissensi e resistenze, il progetto di riassetto delle amministrazioni locali che va sotto l'espressione di area metropolitana sta avanzando. In questo dossier abbiamo tentato di capire cosa sta concretamente succedendo.

Bologna metropolitana?

"Da oltre un decennio è in corso nell'area bolognese un massiccio processo di redistribuzione della popolazione, dal capoluogo al resto del territorio provinciale. Ma se da una parte Bologna perde popolazione, resta tuttavia la sede delle principali strutture di servizio e dei posti di lavoro. Ogni giorno 72.000 persone si riversano dalla provincia nel comune capoluogo: tra 15 anni le proiezioni danno una città ridotta dagli attuali 400 a 300 mila abitanti, ma con un afflusso quotidiano dalla provincia superiore a 100.000 persone". Questo brano, tratto dal dépliant di presentazione della Città Metropolitana di Bologna, edito da Comune e Provincia di Bologna nel febbraio '94, dà una prima idea concreta dei fenomeni e dei cambiamenti sui quali dovrebbe intervenire il famoso progetto di Area Metropolitana.
Dell'argomento si sente parlare già da molto tempo: si tratta di un progetto di riorganizzazione amministrativa che interesserà l'area bolognese e che dovrebbe cambiare profondamente l'assetto delle attuali istituzioni locali (Provincia, Comuni, Quartieri). Il tema sembra a volte di quelli riservati agli specialisti di diritto amministrativo; eppure gli effetti concreti della riforma incroceranno il nostro vivere quotidiano: pensiamo ai documenti dell'anagrafe, alle prenotazioni cliniche, ai servizi di trasporto pubblico, e a tanti altri settori amministrativi (le restrizioni al traffico, la razionalizzazione della rete stradale, la difesa dell'aria e del suolo dagli agenti inquinanti) dove in effetti la dimensione comunale si rivela un ambito di intervento troppo ristretto e comunque inadeguato ad una soluzione vera dei problemi.
Per capirne di più abbiamo scelto di fare dapprima il punto sullo stato legislativo del progetto, poi di passare in rassegna diverse voci, alcune entusiaste dell'idea, altre invece più critiche e preoccupate.

1. La legge

A quattro anni dal varo della legge 142/1990 sul riordino delle autonomie locali, l'attuazione della sua parte più innovativa, quella relativa alla realizzazione delle Aree Metropolitane, procede a rilento. La legge infatti individua nove città (Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari) che dovranno costituire altrettante aree metropolitane insieme ai comuni limitrofi, aventi tra loro stretti rapporti di integrazione territoriale, sociale, economica e culturale. Dovrebbe sorgere così una nuova istituzione, la Città Metropolitana, per il governo delle situazioni urbane più complesse: l'attuazione concreta del progetto è affidata alle Regioni, in accordo con i Comuni e le Provincie interessate.
Il progetto contenuto nella legge 142 prevede dunque un modello amministrativo articolato su due livelli: a) Città Metropolitana (C.M.); b) Comuni. Organi della C.M. sono il Consiglio metropolitano, la Giunta metropolitana e il Sindaco metropolitano, che presiede Consiglio e Giunta. Ogni Area deve coincidere col territorio di una provincia (se del caso si provvederà a ridefinirne i confini territoriali: in proposito l'art 17 afferma che "quando l'Area Metropolitana non coincide col territorio di una provincia si procede alla nuova delimitazione delle circoscrizioni provinciali o all'istituzione di nuove provincie (...) considerando l'area metropolitana come territorio di una nuova provincia".
La legislazione regionale dovrebbe in seguito integrare quella nazionale ed attribuire alle C.M. le funzioni attualmente di competenza delle provincie e dei comuni; più precisamente:

Alla C.M. competono le tasse, le tariffe e i contributi sui servizi ad essa attribuiti. Secondo l'art. 19 ai comuni che aderiscono all'Area restano tutte le funzioni non attribuite espressamente alla C.M.
Allo scorso marzo solo Genova, Venezia e per ultima Bologna disponevano di una legge regionale attuativa, e la lentezza generale nell'applicazione della 142 ha indotto nel '93 il legislatore a differire alcuni termini temporali originariamente fissati.

2. L'attuazione

A Bologna si sono fatti due passi fondamentali in questa direzione: l'accordo per la città metropolitana e la legge regionale di attuazione della L. 142/1990. L'accordo, siglato nel febbraio '94, stabilisce che l'adesione dei comuni interessati sia volontaria ed eventualmente parziale (ovvero un comune può aderire ad alcune clausole e non ad altre): i comuni aderenti erano originariamente 36, ed oggi sono oltre 50 (sui 60 del territorio provinciale); il nodo principale è costituito dalla posizione incerta assunta da Imola e circondario. L'accordo ha prodotto la Conferenza Metropolitana, presieduta dal Presidente della Regione, cui partecipano i sindaci dei comuni interessati, il presidente della Provincia e i presidenti dei Quartieri: all'interno della Conferenza i voti sono proporzionati alla popolazione di ciascun comune rappresentato: 1 voto fino a 5000 abitanti; 3 fino a 15000; 4 fino a 40000, 12 per Imola, 59 per Bologna, 1 per la Provincia.
Nel luglio 1994 su iniziativa della Giunta della Regione Emilia Romagna è stato presentato un disegno di legge regionale di attuazione della L. 142/1990: il testo, che ha subito profonde modifiche proposte dai comuni interessati, è diventato legge regionale ai primi di marzo '95.
A tutt'oggi il punto più problematico del processo che porta al completamento della C.M. è dato dalla posizione di Imola, che con i suoi 60 mila abitanti è per consistenza il secondo centro della provincia dopo Bologna: in proposito c'è da segnalare che, dopo un vivo dibattito interno sull'opportunità o meno di tenere in proposito un referendum popolare, il comune di Imola, per ora, ha deciso di partecipare alla C.M. come osservatore esterno.
I ritardi e la scarsa informazione pongono perplessità e interrogativi: esiste realmente la necessità di creare un nuovo organismo di governo locale, che ricalca sostanzialmente la fisionomia della provincia? Quali difficoltà si interpongono tra Governo e autonomie locali, e tra comuni principali e periferici?
a cura di Silvano Evangelisti e Roberta Mazza

Il parere dell'amministratore: intervista a Luigi Mariucci, assessore alle Riforme Istituzionali, Affari Legislativi e Organizzazione dell'Emilia Romagna. Un cammino graduale e consensuale verso un assetto dei poteri locali maggiormente orientato all'autonomia.

Per una Bologna europea

Da cosa nasce l'esigenza di costituire la Città Metropolitana?
Il progetto si inserisce in una tendenza internazionale. Le grandi metropoli europee hanno avviato da tempo forme di governo speciale nelle grandi aree urbane. Bologna è una città metropolitana più da un punto di vista qualitativo che quantitativo: non ha le dimensioni fisiche di una grande metropoli, ma ha sicuramente una realtà culturale, economica e sociale da grande città. Dal punto di vista politico, il progetto va nel senso di una riforma federale dello Stato, in cui le Regioni, come i Länder tedeschi, acquisiscano poteri pieni e autonomia fiscale senza però dare un carattere statuale ed accentrato al loro governo sul territorio.

Con che criteri è stata individuata l'area geografica della Città Metropolitana?
Quando il progetto partì si discusse a lungo sull'individuazione del territorio. Si determinarono essenzialmente tre ipotesi: a) l'intera Provincia; b) la Provincia con esclusione di Imola; c) Bologna ed i comuni conurbati. Si è preferita la prima ipotesi per dare un respiro più ampio al progetto, perché la Città Metropolitana deve essere concepita all'opposto di una città-stato chiusa. Essa deve essere invece una realtà aperta, capace di connettersi con le altre realtà territoriali della Regione. Si parla si policentrismo a 3 dimensioni su scala regionale: area Metropolitana, Romagna, Emilia occidentale. Tre realtà diverse che devono comunicare tra loro nel quadro della dimensione regionale unitaria. Il Presidente della Provincia di Ravenna ha chiesto ad esempio una collaborazione tra Provincie romagnole e Città Metropolitana, anche in questa fase di sperimentazione, rispetto a temi comuni come la pianificazione dei trasporti, la connessione del porto di Ravenna con l'Interporto di Bologna, il superamento delle inadeguatezze del collegamento ferroviario Bologna-Ravenna, e il decentramento dell'università di Bologna. Su questi temi la Regione ha promosso un primo incontro tra Conferenza metropolitana e Presidenti e Sindaci della Romagna, che ha dato vita a un gruppo di lavoro.

A che punto è la realizzazione del progetto?
Il progetto, che ha compiuto un anno lo scorso 14 febbraio, è attualmente arrivato alla fase di una convenzione tra i 52 comuni che hanno finora firmato l'intesa. Si è trattato di un processo volontario e sperimentale, in cui le parti, i Comuni, hanno discusso in modo paritario di problemi e temi comuni, su materie come la mobilità, lo smaltimento dei rifiuti tossici e la gestione della sanità. La Regione ha inteso sostenere questo processo volontario con un progetto di legge regionale, presentato nel maggio '94: in seguito si è avviata una consultazione con i comuni, i quali hanno proposto a loro volta una serie di emendamenti, che sono stati accolti in toto. Il cammino della legge si è poi temporaneamente arrestato per la vicenda legata al referendum consultivo deciso dal Comune di Imola, ma ai primi di marzo il Consiglio Regionale ha approvato la legge istitutiva della Città Metropolitana: nella prossima legislatura regionale si dovrà quindi aprire il concreto processo costituente di questo nuovo ente di governo. Su scala nazionale, il processo terminerà nel 1999, quando si voterà per il Sindaco e per il Consiglio Metropolitano. Nel frattempo si dovrà scorporare il Comune di Bologna: i Quartieri di Bologna dovranno essere riaccorpati e diventeranno Comuni, mentre altri piccoli comuni si dovranno unificare.

Quali costi sono previsti per l'intera operazione?
I costi saranno definiti una volta istituita la Città Metropolitana, ma va detto che dovrebbero essere pari o prossimi a zero: il personale tecnico e le strutture della Provincia e parte di quello del Comune infatti passeranno al nuovo ente. Il grosso problema da affrontare sarà quello dell'assetto finanziario della Città Metropolitana.

Per un cittadino, quali saranno i vantaggi?
Per un abitante dell'area metropolitana ci sono vantaggi legati alla qualità dei servizi, alla persona e alla qualità della vita. Il coordinamento e la pianificazione su ampia scala migliorerà i trasporti e le politiche ambientali, e permetterà di eliminare tanti passaggi burocratici, che sono invece necessari oggi, quando sono coinvolti comuni diversi (come nel caso dei trasporti scolastici). Ma la città metropolitana porterà vantaggi anche alle forze economiche, poiché darà una maggiore visibilità al territorio, avvicinando Bologna alle principali capitali europee.

A cura di Roberta Mazza

Il parere degli operatori economici: intervista a Claudio Pasini, segretario generale dell'Unione Regionale delle Camere di Commercio dell'Emilia Romagna (UNIONCAMERE). Opportunità e rischi del progetto: snellimento burocratico o aumento dei livelli amministrativi?
 

Pericolo di egemonia

Come viene visto il progetto di area metropolitana dagli operatori economici?
"Che l'area metropolitana a Bologna sia un po' una forzatura è un dato di fatto: in Italia le uniche due vere aree metropolitane sono Milano e Napoli, che hanno un tessuto urbano esteso e davvero integrato con i comuni della cintura; ma del resto nemmeno Roma è una vera area metropolitana. C'è da dire però che Bologna si caratterizza per la grande mobilità tra città e cintura e per un tessuto produttivo di piccole imprese fortemente integrate tra loro: in questo senso l'area metropolitana può essere una scelta giusta. Il problema è che finora si è parlato solo dell'aspetto dimensionale, che non è il punto centrale (per parte mia do per scontata l'adesione anche di Imola: diversamente dovrebbe passare sotto la provincia di Ravenna, visto che l'area metropolitana viene di fatto a coincidere con la provincia di Bologna). Quello che a noi interessa è come il progetto verrà realizzato. Per capire la situazione è utile dare qualche cifra: la provincia di Bologna conta circa 72 mila imprese attive, il 22% del totale regionale, e 907 mila abitanti, il 23% del totale regionale. Bologna, il capoluogo, nel '91 aveva 404 mila abitanti: quasi il 45% del totale provinciale (mentre il rapporto era del 49% nell'81 e del 53% nel '71). Cosa vuol dire questo? Che mentre la provincia di Bologna conserva un peso preponderante nella regione (quasi 1/4 degli abitanti), c'è una notevole flessione del capoluogo rispetto alla provincia: è in atto cioè un processo di rilocalizzazione demografica all'interno del territorio della futura area metropolitana, a vantaggio non solo della prima cintura (come negli anni '80), ma anche della seconda.

Quali sono i motivi che spingono a questo esodo?
La fuoriuscita non solo di residenti, ma anche di attività economiche, si spiega con le difficoltà della mobilità urbana e con i costi degli immobili. Si pensi che in pochi anni un paese non certo vicino come Loiano ha visto crescere la sua popolazione del 50%. Solo che questa redistribuzione demografica e produttiva peggiora ulteriormente la mobilità, per la crescita delle auto che si muovono tra città e provincia e tra centri diversi della provincia.

Quali i benefici e quali i rischi del progetto?
Insieme alle opportunità, vedo anche 3 rischi:

In sostanza, quali sarebbero a vostro giudizio gli assetti istituzionali più corretti?
Il vero obiettivo della città metropolitana dovrebbe essere quello di governare servizi complessi, per i quali le autorità esistenti sono inadeguate: per fare questo però occorre che la Regione attribuisca alla Città Metropolitana competenze ampie e poteri forti (come gestione del territorio e pianificazione urbanistica), pur restando l'obbligo di concertare con la Regione le relative politiche. Altrimenti il progetto servirà soltanto a drenare risorse finanziarie, con nessun beneficio concreto.

A questo proposito, in quale direzione va la legge regionale?
La legge regionale approvata a marzo in realtà non scioglie ancora questi nodi: sono rinviati a scelte successive. Che dovranno essere molto sagge, se non si vogliono alimentare i processi di disgregazione a cui ho fatto riferimento.
a cura di A.D.P.

Il parere della periferia: i timori di Imola.

Autonomia metropolitana

"Quando si è capito che il referendum poteva anche fruttare un no, si è deciso di non farlo più", accusano molti imolesi, ricordando la trafila dei rinvii della mai avvenuta consultazione popolare (entro l'estate '94, poi il 18 dicembre, poi il 29 gennaio '95). Ma quali sono le ragioni di questa resistenza ad aderire all'area metropolitana? Certamente il timore di perdere buona parte dei poteri e dei servizi in materia di sanità (in particolare si paventa la perdita del Pronto Soccorso e del 118), poi il rischio di diventare area di smaltimento dei rifiuti prodotti nel bolognese. Non piace nemmeno l'idea che in futuro il piano regolatore debba sottostare agli indirizzi emanati da Bologna, come pure che i poteri del Sindaco di Imola siano parificati a quelli di un solo Quartiere di Bologna.
Ma accanto alle ragioni del no si fanno sentire anche quelle del sì: non sfuggono infatti i vantaggi di una pianificazione su vasta scala, come l'interessante prospettiva di assumere, all'interno dell'area metropolitana, una posizione di autonomia particolare, che vedrebbe Imola costituirsi in "Circondario o Comprensorio Metropolitano".
(Silbano Evangelisti)

Il parere del tecnico: intervista a Giuseppe Campos Venuti, urbanista, che auspica un nuovo equilibrio tra città e provincia, ed un forte contributo di trasparenza e responsabilità amministrativa da parte della nuova istituzione.
 

"Esplodere" la città

Cosa cambia dal punto di vista della pianificazione urbana la costituzione della città metropolitana?
Le città metropolitane sono nate con la legge 142, che ne prevedeva solo quattro (Milano, Roma, Napoli e Torino). La condizione metropolitana si dà quando avviene una forte presenza demografica nella cintura della città: in questo senso le città metropolitane di fatto sono due, Milano e Napoli. Roma è uno sterminato comune (che supera dieci volte l'estensione del comune di Bologna), che ha una periferia amministrata dallo stesso Sindaco, dalla stessa Giunta, dallo stesso centro politico- amministrativo del centro storico, dei quartieri ottocenteschi, di quelli del fascismo e del primo dopoguerra. Era difficile percepirne la metropolitanità. In seguito alle solite questioni di interesse politico, le città metropolitane sono diventate nove, più le tre insulari. Non si sa bene che cosa saranno dal punto di vista istituzionale: preferisco pensare che abbiano i connotati di tutte le province, e se la legge lo consentirà avranno anche competenze ulteriori. Avranno anche più soldi? Siccome la tendenza è l'autonomia fiscale, questo significa che le tasse in una certa misura saranno scelte dagli amministratori: ma questo lo può fare anche un Comune di 30000 abitanti. Ma la cosa che più conta, nel progetto delle città metropolitane, è di avere istituzioni elettive, adatte alle esigenze di una metropoli: e la città metropolitana, come istituzione di pianificazione territoriale, significa controllo di governo, controllo di elezioni, confronto tra la gente e i responsabili della gestione. E questo è un grande cambiamento. Per quanto riguarda Bologna, la sua pianificazione comunale - con tutti i difetti che le si possono imputare - è l'unica esistita in Italia da cinquant'anni a questa parte, con un responsabile eletto e un piano regolatore di cui si sapeva chi era il "colpevole".

Cosa occorre per arrivare a questo riassetto?
Nel caso specifico delle dodici province metropolitane, io rivendico l'applicazione radicale di quanto suggerisce la legge 142, e cioè la frantumazione del Comune centrale. L'unica maniera per dare un potere politico, economico, urbanistico, sociale vero al Consiglio metropolitano, all'autorità metropolitana, è che non ci sia il Comune capoluogo che gli faccia da antagonista: se il Sindaco di Bologna continua ad essere il Sindaco di Bologna intera, cosa potrà contare il sindaco della "superBologna"? Bisogna invece suddividere Bologna a sette o otto Comuni, più o meno equivalenti ai quartieri. (Comune di S.Vitale, Navile...). In questo modo avremo Comuni demograficamente equivalenti, che avranno problemi analoghi: ad esempio il Comune di S. Vitale avrà lo stesso peso del Comune di Castelmaggiore, perché i problemi strategici sono gli stessi: una rete di trasporti rapidi che colleghi tutti i Comuni; le grandi scelte ambientali di parchi, etc... Per esempio, il fatto che a decidere sull'alta velocità sia stato solo il comune di Bologna, è assurdo: e Pianoro? e Anzola?

L'operazione principale è dunque frantumare il capoluogo?
Bisogna "esplodere" Bologna, cancellare la concorrenzialità, l'antinomia. Oggi il Comune vale più della provincia, mentre di fatto uno di Budrio che va all'estero dice che è di Bologna, e non di Budrio, ed è giusto che sia così. Di fatto questa frantumazione è intenzione delle forze politiche, ma c'è una grande lentezza burocratica. Più è gigantesca la struttura, più questa operazione di rottura dal di dentro è utile, perché le incrostazioni degli apparati comunali permettono che i funzionari comandino sugli amministratori. E bisogna far saltare questo tappo!

Come verranno espletate le funzioni di collegamento?
La provincia metropolitana avrà la responsabilità di pianificare le strutture, le grandi vie di trasporti, le grandi quantità insediative, i parchi, le grandi questioni ambientali. I disegni dei singoli quartieri devono restare questioni locali. L'autorità metropolitana ha un solo interesse vero: quello di garantire il funzionamento strategico della città-metropoli. Fondamentale è risolvere il problema dei trasporti metropolitani. Io proposi nel 1964 la metropolitana a Bologna, e nessuno capì: fu una grande sconfitta.

Fu dunque una questione non solo economica ma anche culturale...
Sì. Nell'Italia degli anni '60 era l'automobile la protagonista del trasporto privato, e non si capì che la vera modernità stava nella metropolitana, non nell'automobile, che doveva essere un mezzo più per il tempo libero che di relazioni quotidiane casa-lavoro. Ma allora non si capiva che le città non avrebbero tollerato un tale carico di traffico.

Riguardo al centro storico di Bologna: con l'area metropolitana potrà iniziare una politica di decentramento del terziario, delle banche e di quei servizi causa principale dell'intasamento e dello snaturamento del centro di Bologna?
Il decentramento si poteva fare anche prima; è una questione indipendente dalla città metropolitana. Comunque, due furono le cause principali che non permisero tale decentramento: la prima dovuta ai permessi che furono concessi alle banche dall'assessorato all'urbanistica. Poi il famigerato condono del 1985 di Nicolazzi che disse che se non si facevano opere, il problema della concessione per il cambio di destinazione d'uso non si doveva più porre. E allora, il notaio si comprava un appartamento destinato ad abitazione e senza grossi problemi poteva cambiargli destinazione d'uso e trasformarlo in ufficio. Se ciò non fosse avvenuto, il terziario diffuso avrebbe cercato collocazione fuori dalle mura e così avremmo avuto una città più equilibrata, meno sperequata, più vivibile. In futuro, quindi, l'autorità metropolitana dovrà decidere la politica di salvaguardia anche del centro storico e il disegno di salvaguardia lo faranno i diversi comuni.

Per concludere, metropoli è sinonimo di città invivibile e congestionata?
Molta gente considera il termine metropolitano un termine dispregiativo, e non è vero. Ci sono metropoli bene amministrate e metropoli male amministrate. Bisogna sottolineare che col termine "città metropolitana" si indica solo una istituzione, non è un fatto dimensionale, non è un fatto di crescita patologica. Un'istituzione, questo è il punto, che dovrà avere un governo elettivo, che faccia dei programmi all'inizio del suo quadriennio e dei rendiconti alla fine.
a cura di Alessandro Delpiano


Il Mosaico - Numero 5 - Settembre-Dicembre 1995
PAG. 3 - "Informiamoci con Il Mosaico"

1998: a Bologna scompaiono Comune e Quartieri, sostituiti da 8 o 9 Comuni metropolitani. In attesa dell'evento (sul quale saremo chiamati ad esprimerci col voto) regnano silenzio e disinteresse. Sul tema Il Mosaico ha organizzato un incontro pubblico, nella convinzione che il rinnovamento della politica esiga anche una cittadinanza più attenta ai grandi temi che la riguardano.
 

Città Metropolitana, questa sconosciuta

Palazzi enormi con i piani alti inghiottiti dalla nebbia, e di sera strade deserte e paura di uscire: l'espressione "Città Metropolitana" sembra evocare immagini di periferie sterminate e degrado urbano, ed è contro questo immaginario che occorre misurarsi affrontando il discorso della grande riforma amministrativa che coinvolgerà Bologna nei prossimi anni, e che va appunto sotto il nome di Città Metropolitana. A questo tema abbiamo dedicato il primo incontro pubblico della nuova serie "Informiamoci con il Mosaico", tenutosi lo scorso 19 ottobre col titolo "Dai Quartieri alla Città Metropolitana: come eravamo, come saremo": un tema di grande impatto futuro, ma sostanzialmente trascurato dai media e dalla maggioranza della popolazione.
L'Assessore comunale Possati ha ripercorso le tappe "storiche" (dal lontano 1960) del processo di decentramento a Bologna, che ha visto protagonisti soprattutto i Quartieri, nati come emanazione del potere centrale (gli organi erano nominati dal Comune, e l'attuale presidente si chiamava "aggiunto del Sindaco") per poi diventare elettivi ed acquisire alcune competenze autonome. L'Assessore ha quindi delineato gli elementi necessari per un programma che ridisegni i confini (e quindi il numero), i compiti, le funzioni e le strutture degli attuali quartieri per arrivare entro il 1998 a configurarli come municipalità. Ciò significa schematicamente distinguere quali servizi debbano essere gestiti (integralmente ed autonomamente) dalle nuove municipalità individuali e quali invece, proprio perché di rilievo generale per l'intera area metropolitana, vadano affidati all'autorità metropolitana centrale.

Informazione carente
Il Vice-Presidente della Provincia, Vandelli, delegato a seguire lo sviluppo dell'Area Metropolitana, dopo aver lamentato un problema di scarsa sensibilità e informazione carente sul tema, ha presentato sinteticamente il "Progetto Città Metropolitana di Bologna", che può essere visto in dettaglio nel volume edito dal Mulino "Governare le Città", insieme alle relazioni presentate al Convegno di Bologna del Febbraio 1994. Il punto qualificante dell'Accordo (che unisce Provincia, Comune capoluogo e i 52 Comuni che finora hanno liberamente aderito) consiste nell'avviare il processo "dal basso", garantendo la massima flessibilità: ogni Comune può non aderire ad una serie di clausole, se non le ritiene adeguate alle proprie esigenze, mentre sono sempre possibili nuove adesioni e variazioni del grado di adesione.
Ulteriori spunti di riflessione sono emersi dagli interventi del pubblico.
L'identificazione dell'Area Metropolitana con la Provincia - è stato chiesto - è frutto di una scelta oculata e fondata su precise considerazioni economiche ed amministrative, o prelude ad una semplice sostituzione di etichette, per accedere ad un diverso capitolo di finanziamenti statali? Non sarebbe stato più sensato circoscrivere il nuovo ente a Bologna e Comuni della cintura, dato che invece in questo modo del nuovo ente faranno parte i Comuni montani (come Porretta), lontanissimi dai problemi della città, mentre ad esempio sarà escluso Castelfranco Emilia, che pur essendo sotto Modena è molto più omogeneo ai Comuni della cintura?
Qualcuno ha quindi osservato che per affrontare problemi eccedenti i confini dei comuni esistono strumenti come i Consorzi e gli Accordi di programma, senza bisogno di creare una nuova istituzione, come è la Città
Metropolitana, che rischia di moltiplicare la burocrazia e le cariche, rivelandosi più utile al collocamento del personale politico che ai cittadini, chiamati a pagarne le spese. E a proposito di spese qualcuno ha proposto che, prima dei poteri e delle funzioni, sarebbe più corretto definire chiaramente le risorse necessarie e le modalità di finanziamento del nuovo soggetto.
Alcuni hanno sostenuto che l'Area Metropolitana sembra una riproposta dell'esperienza del decentramento tentata già negli anni '60-'70: perché dovrebbe riuscire meglio, proprio mentre finisce per togliere "identità" alla città nel suo complesso? Dato che Bologna non è affatto un'Area Metropolitana come la si intende secondo i parametri urbanistici, c'è da chiedersi se non fosse il caso di far funzionare meglio la Provincia piuttosto che "inventarsi" un ulteriore ente.
A proposito di servizi informatici negli enti locali, Vandelli ha sottolineato l'esigenza di razionalizzare la giungla dei diversi sistemi hardware e software attualmente in uso, attraverso l'individuazione di alcuni standard e quindi di fornitori unici per varie amministrazioni locali. Dalla platea è stato però osservato che la necessaria ricerca di compatibilità tra sistemi informatici non deve creare le condizioni per un unico mega appalto di servizi informatici, che preluderebbe ad un pericoloso monopolio: è preferibile piuttosto una pluralità di soggetti che operano nel settore, su direttive di compatibilità chiare ed omogenee.

Una città reticolare
Al di là del merito, nel quale entreremo nei prossimi mesi con incontri più specifici, riguardo alla Città Metropolitana sembra esistere un problema di comunicazione alla cittadinanza, dovuto alla sostanziale astrattezza degli argomenti portati a sostegno dell'utilità della riforma. In proposito giustamente un intervento dalla sala lamentava come si parli troppo di strumenti (Comuni, Quartieri, Conferenze ed altre entità amministrative) e poco dei problemi concreti ai quali questi nuovi strumenti dovrebbero rispondere. In altre parole, occorre dire ai cittadini che cosa in concreto potrà cambiare nel loro rapporto con le istituzioni locali - dalla prenotazione degli esami clinici ai trasporti - se si vuole che la Città Metropolitana (sulla quale saremo chiamati ad esprimerci con un referendum) non resti per i più una scatola vuota ad uso dei tecnici, ma diventi una realtà partecipata ed avvertita come propria dall'intera collettività.
A noi pare che la Città Metropolitana possa avere una sua visibilità e un impatto utile per i cittadini se riesce a trasformare l'area coinvolta in quella che Barbera chiama la città "reticolare": come avviene nel mondo delle macchine complesse, dove si tende a sostituire i grandi calcolatori centralizzati (che analizzano le istruzioni "in serie") con una rete di "intelligenze locali" che operano autonomamente, ottimizzando la gestione dei problemi specifici della loro area, ma lavorano "in parallelo" sulla rete tramite un collegamento comune. Ciò può ridurre i costi ed i ritardi di informazione e decisione, garantendo quella autonomia e quella flessibilità che rende gratificante ed efficiente il decentramento.
Flavio Fusi Pecci


Il Mosaico - Numero 7 (Maggio-Agosto 1996)
PAG. 15 - lettere

Riceviamo e pubblichiamo. Continua lo scambio di idee tra Il Mosaico e esponenti politici impegnati nelle istituzioni locali. Questa volta a scriverci è Marco Macciantelli, assessore provinciale alla cultura, sport e turismo, a proposito di questione metropolitana.
 

Dal comune alla periferia

A proposito dell'incontro "informiamoci con il Mosaico" e del rendiconto firmato da Flavio Fusi Pecci sul numero 5 (settembre-dicembre 1995) di questa rivista, vorrei intervenire sul tema della "città metropolitana", spostando, se è possibile, il punto di osservazione su un aspetto, a volte non sufficientemente considerato, che tocca il ruolo di uno dei centri nevralgici delle decisioni del governo del nostro territorio: Palazzo d'Accursio. (...). Certo, il capoluogo tende, obiettivamente, ad impostare politiche che si riverberano su tutto il contesto locale. Un comune così grande e autorevole, come Bologna, finisce per influenzare gli indirizzi degli altri 59 Comuni della provincia, anche senza volerlo.
Inviterei a fare attenzione su un punto. Il Comune di Bologna alla data del 31 dicembre 1994 annoverava 390.434 residenti. La provincia di Bologna, complessivamente, 906.018. Sono dati dai quali non è difficile trarre l'impressione che la "volontà politica" dei quasi quattrocentomila (del capoluogo) non può non pesare su quello degli altri cinquecentomila (dell' "area vasta"). Da tempo è in corso un massiccio processo di redistribuzione della popolazione dal capoluogo al resto del territorio provinciale (...). Elevato appare inoltre il grado di mobilità: le statistiche dicono che ogni giorno quasi 100.000 persone dalla provincia si riversano, per ragioni di lavoro o di studio, nel Comune capoluogo. (...)
Se consultiamo l'art.3 della nostra Costituzione siamo chiamati a considerare l'esigenza di una uguaglianza non solo formale, ma sostanziale, di tutti i cittadini. E allora, la questione si potrebbe formulare così: perché la voce e i diritti dei cinquecentomila - della Pianura, del Circondario di Imola e dell'Appennino - possa essere ascoltata come quella dei quasi quattrocentomila del centro storico e della periferia bolognese, occorre far sì che i primi contino di più.
Come? Un'ipotesi è quella che essi eleggano i loro rappresentanti, al pari dei cittadini del capoluogo, e che gli eletti siedano nella stessa assise politico-rappresentativa. Un consiglio di tutta la popolazione della provincia di Bologna. Un consiglio - perché non usare a questo punto il termine corretto? - "metropolitano".
Inoltre è necessario che, insieme, i cittadini del capoluogo e quelli della provincia possano concorrere ad esprimere quel governo dal quale dipendono le politiche per tutto il territorio, con una giunta che superi la divisione tra Comune e Provincia di Bologna. Precisamente, una "Giunta metropolitana".(...)
E in effetti, assunta dal punto di vista dei diritti di cittadinanza, la "questione metropolitana" è di una semplicità elementare. Occorre un luogo unitario per un nuovo governo del territorio. E' esattamente quanto prevede una legge del nostro Stato. Una legge che costituisce, a suo modo, una specie di "carta costituzionale" delle autonomie locali. Una legge che ha riformato gli Enti locali, riaffermandone il ruolo, ai sensi della nostra Costituzione, ritenuta antica, eppure ancora capace, nella sua prima parte, cioè sul piano dei principi e della loro applicazione, di configurare novità anche sorprendenti.
La Legge 142 riforma gli Enti locali (...) prevedendone una riorganizzazione attraverso un'integrazione prima, una fusione poi, tra il Comune capoluogo e l'Ente provinciale, insieme a un sempre più stretto e intenso coordinamento con i Comuni della provincia.(...)
Si potrebbe dir così: i cittadini della provincia devono "contare" di più, ma perché questo accada, occorre superare la storica distinzione tra provincia e comune capoluogo in un unico luogo che raccolga, coordini e rappresenti tutti. La storica centralità del capoluogo non è più adeguata ad esprimere la fitta rete di relazioni che oggi disegna il nuovo volto del territorio.
Ora, non vi è dubbio che la legge 142, come tante altre cose del resto, non è perfetta. Ha il limite dell'astrattezza, pretende - come dire?- di stabilire dall'alto lo sviluppo di qualcosa che prima di tutto deve essere sentito dai cittadini, vorrei dire "vissuto" dai cittadini, come una realtà verificabile quotidianamente, dal basso.
Anche per questo, pur tra qualche limite, il contesto bolognese ha deciso di curvare verso la soluzione di una sperimentazione empirica, concreta: dar vita, qui, in periferia, visto il tanto discorrere di "federalismo", alle premesse che possono configurare i futuri sviluppi, creando un coordinamento nella forma di una conferenza metropolitana. e' il frutto, importante e tangibile, del "metodo" impostato dal prof. Luciano Vandelli, oggi vice presidente della provincia di Bologna.
Qualcuno ha detto che il coordinamento è una "risorsa strategica" del tempo che viviamo; la Conferenza metropolitana è il coordinamento spontaneo, fondato su un "patto volontario", tra le comunità della provincia e i loro rappresentanti, i primi cittadini.
Non intendo celebrare quello che è stato fatto; anzi credo che occorra tener presente che certe obiezioni rivelano ragioni profonde che vanno comprese, specie quando sfidano certi progetti innovativi su un terreno a cui nessuno deve sfuggire: quello della concretezza.
Personalmente, credo che ci sia ancora molto da fare. In primo luogo stabilendo una doverosa distinzione tra "area metropolitana" e "città metropolitana". L'"area" è una realtà constatabile da chiunque voglia aprire gli occhi attorno a se: e riguarda le relazioni che connettono tutte le parti del nostro territorio. La Città metropolitana è una prospettiva di più lungo respiro, che ha bisogno di tempi e modi adeguati, insieme a concreti presupposti legislativi e ad un'intesa, esplicita e solida, tra Regione, Provincia e Comune capoluogo. Da questo punto di vista la delibera del Consiglio comunale di Bologna, orientata a chiedere l'indizione di una consultazione referendaria entro il 1997 rappresenta una scadenza ineludibile rispetto alla quale tutti dobbiamo cominciare a prepararci. (...)
La Provincia ha un compito quanto mai significativo nell'attuale mandato amministrativo. Ma anche il Comune di Bologna può cogliere un'occasione preziosa: quella di far suo il significato dell'innovazione che si prospetta, perché se è vero che le decisioni di Palazzo d'Accursio finiscono per ripercuotersi immancabilmente su tutto il territorio provinciale, è altrettanto vero che l'ottica di Palazzo d'Accursio non può più essere circoscritta soltanto alle mura del capoluogo: occorre, invece, pensare alla nostra realtà locale come a un "sistema", nel quale, in modo sempre più coerente, "tutto si tiene".
E' questa consapevolezza del fatto che il contesto del nostro territorio è un sistema di interdipendenze, che dovrebbe spingerci a vedere nella sfida metropolitana un'occasione per far fare un salto in avanti ai diritti di tutti i nostri concittadini. Almeno, questo è il modo in cui io personalmente guardo a quella che rimane - ed è- una sfida per tutto il nostro territorio e per le sue amministrazioni locali.
Marco Macciantelli (assessore alla cultura, sport e turismo della Provincia di Bologna)

Il Mosaico - Numero 8 (Settembre-Dicembre 1996)

La riforma amministrativa che va sotto il nome di Città Metropolitana denuncia segni di stanchezza, e nel Palazzo, dietro alle rassicurazioni, filtrano ipotesi di abbandono. Contro inutili dietrologie c'è bisogno di posizioni chiare e non ambigue.

Saremo una città metropolitana?

La nostra città sarà a breve oggetto di una trasformazione tale per cui tutti i bolognesi avranno come riferimento amministrativo non più due grandi enti (il Comune di Bologna e la Provincia), ma un unico ente che sarà la Città Metropolitana, mentre il Comune di Bologna sarà suddiviso in più comuni di dimensioni paragonabili ai comuni limitrofi; i confini di tale Città Metropolitana coincideranno con quelli della attuale Provincia. Già altre volte all'interno del giornale (vedi Il Mosaico n. 3) abbiamo cercato di chiarire le motivazioni di tale scelta amministrativa che possono essere riassunte dicendo che le complessità strutturali di un'area, come quella bolognese, sono meglio amministrabili da un unico ente invece che da due, in modo da avere una più efficace funzione di coordinamento e di programmazione di tutto il territorio. Bologna è partita certamente in anticipo rispetto alle altre città istituendo la Conferenza Metropolitana, composta dai sindaci dei comuni della provincia e dai presidenti dei quartieri di Bologna, come primo nucleo di indirizzo per i lavori ed i progetti da avviare per l'intera area. A tale Conferenza sono seguite azioni operative attraverso una convenzione che stabilisce la creazione di "uffici comuni" che dal prossimo Gennaio si occuperanno di quattro principali attività:

  1. elaborazione dello schema direttore territoriale (attività già partita dallo scorso 24 settembre) che pianificherà le grandi scelte di carattere urbanistico,
  2. servizio metropolitano: mobilità e trasporti,
  3. valutazione di impatto e qualità ambientale,
  4. sviluppo economico.
Ma intorno a questa scelta sono sospese ancora molte ambiguità: si è infatti in attesa di una legge statale (in discussione ora al Senato) che renda attuativi gli indirizzi della precedente legge n.142/90 che istituiva le Città Metropolitane. Ma altre perplessità sono date da valutazioni di carattere strategico sull'operato di istituzioni, forze politiche, amministratori: l'argomento sull'area metropolitana non sembra più avere quella spinta iniziale di pochi mesi fa. Fra le righe di certe dichiarazioni si intuisce che in realtà da qualche parte stia covando il desiderio che il processo non abbia termine, e che magari si finisca per arrivare sì alla Città Metropolitana, ma con caratteristiche tali da esserne del tutto snaturata e quindi da non poter più avere quel carattere positivo, per la nostra struttura amministrativa, accennato sopra. In questi ultimi anni Bologna non ha certo brillato per concretezza e capacità di attuazione delle scelte amministrative. Troppo spesso ci siamo trovati di fronte a processi programmatici interrotti a metà senza che ne venissero spiegati i motivi, lasciando intravedere scenari che invece preferiremmo non dovere prendere neanche in considerazione.
Vogliamo così sperare che le nostre valutazioni siano errate, e che in realtà le amministrazioni stiano spendendo sufficienti risorse perché il percorso venga portato a termine, e che non ci sia stata una inversione di rotta programmatica dei partiti della maggioranza. Ma perché questo nostro desiderio di credere si tramuti in fiducia occorrono fatti concreti. Tra i diversi segnali poco incoraggianti, come leggere la forzata uscita di scena di Luciano Vandelli, che ricopriva la carica di vice presidente della Giunta provinciale come maggior esperto per la Città Metropolitana? Non abbiamo certamente i titoli per giudicare tale scelta, ma pensiamo che siano necessarie indicazioni precise che vadano oltre le ambiguità che siamo costretti a leggere sui quotidiani. Altrimenti viene naturale pensare che il problema della Città Metropolitana non sia stato argomento trattato nel rimpasto di giunta, confermandone il sostanziale disinteresse. L'esigenza nostra, e pensiamo di tutti i cittadini, è di sapere se si intende andare avanti con convinzione, evitando di fare scelte sbagliate o non sintoniche con gli obiettivi. Se invece non è così, se ci sono posizioni differenti nel dare a Bologna un diverso assetto amministrativo, è utile che lo si dica apertamente, senza ambiguità, in modo che così gli elettori possano fare le loro scelte e trarre giudizi evitando fastidiose dietrologie. (B.N.)
 

PROGETTO CDU AZZERAMENTO CITTÀ METROPOLITANA: UDIENZA IN COMMISSIONE

(Bologna, 11 marzo 1998) - "Bologna può e deve avere il rango di città metropolitana, in primo luogo per la complessità delle infrastrutture e l’ampiezza del conurbamento che la caratterizzano": ne è fermamente convinto il presidente della Provincia di Bologna, Vittorio Prodi, che è intervenuto oggi nel corso dell’udienza conoscitiva promossa dalla commissione consiliare Bilancio e programmazione, presieduta da Pietro Vincenzo Tassi, sul progetto di legge presentato dal capogruppo del CDU, Fabio Garagnani, per abrogare la legge regionale 33/95 che ha dato il via, con la delimitazione territoriale e l’attribuzione di funzioni, alla costituenda area metropolitana bolognese. Molte le ragioni elencate da Garagnani nella relazione, che giustificherebbero l’azzeramento di Bologna come città metropolitana. Fra queste: il fatto che nessun Consiglio regionale interessato alle aree metropolitane abbia fino ad ora formalizzato le delimitazioni territoriali di queste nuove entità politiche; l’assenza di risorse e di soluzioni a molti nodi istituzionali; la mancanza per Bologna (una provincia con poco più di 900 mila abitanti) dei requisiti necessari per far parte della squadra metropolitana, a fronte delle dimensioni ben più ragguardevoli di Milano, Roma e Napoli; la peculiarità del policentrismo emiliano-romagnolo, con realtà ad altissimo sviluppo industriale come Modena, Reggio e Parma che, ad avviso del consigliere, non consentirebbero a Bologna di avere un ruolo autonomo. Vanno inoltre considerate, secondo l’esponente del CDU, l’eccessiva lontananza dal capoluogo, non solo in termini geografici ma anche sociali ed economici, delle aree montane con i loro problemi. Di parere opposto il presidente Prodi, profondamente convinto della razionalità di questo nuovo ambito di governo bolognese, capace, a suo parere, di dare una risposta forte e rapida a problemi di area vasta e che non lascia, ha detto, nessuno ai margini a cominciare dalla montagna. Da qui, secondo Prodi, anche il ruolo rilevante giocato dalla nuova Provincia, profondamente cambiata e in grado di raccordarsi con tutte le autonomie territoriali, rappresentate dai Comuni, e funzionali, come le Camere di Commercio, le Università, gli istituti scolastici. Saggia, quindi, secondo Prodi la decisione assunta nella legge regionale di fare coincidere i confini della città metropolitana bolognese con quelli della Provincia. Per quanto riguarda la formazione delle aree metropolitane, Prodi ha definito più realistica di quella delineata dalla legge 142 la traccia contenuta nel disegno di legge sull’autonomia e l’ordinamento degli enti locali, cosiddetto "Napolitano", approvato dal Senato e attualmente all’esame della Camera, che ripropone fra l’altro, rafforzandola, l’istituzione della città metropolitana di Bologna. Dopo aver ricordato i risultati politici di estrema importanza che l’esperienza sino ad ora condotta ha portato, Prodi ha ribadito l’esigenza che questo nuovo ambito di governo sia dotato della necessaria autonomia e che non si configuri come un sistema sovraordinato, ma ciascun ente nella propria autonomia possa adempiere alle proprie funzioni per il perseguimento degli obiettivi di governo dell’area metropolitana. Anche per Danilo Barbi della CGIL bolognese, Bologna ha tutte le caratteristiche per diventare città metropolitana; il criterio, infatti, a suo parere, deve essere non di tipo quantitativo ma qualitativo, e da questo punto di vista, ha sostenuto l’esponente di CGIL, Bologna ha le carte in regola, soprattutto per la complessità delle sue infrastrutture che ne fanno sicuramente, ha detto Barbi, uno dei primi poli nazionali. In quest’ottica l’esponente sindacale ha giudicato positivamente l’ultimo disegno di legge che rovescia la fase costitutiva delle realtà metropolitane, omologate fra loro nella legge 142, prefigurando una costruzione dal basso con il contributo basilare dei Comuni anziché calata dall’alto. Infine, secondo il rappresentante di CGIL, la città metropolitana non solo non costituirebbe un problema rispetto al policentrismo emiliano-romagnolo, ma potrebbe addirittura svolgere un ruolo di coordinamento per portarlo a sistema organizzato. A conclusione dell’incontro il presidente Tassi ha espresso soddisfazione per i contributi emersi nel corso degli interventi.


Due Torri per Bologna
Al Presidente della Provincia di Bologna Prof. Vittorio Prodi
Al Sindaco del Comune di Bologna Sig. Giorgio Guazzaloca
Ai Sindaci in indirizzo
San Pietro in Casale, 24 marzo 2000

Il 13 settembre 1999 la Conferenza Metropolitana dei Sindaci ha approvato un ordine del giorno che proponeva di confermare l’attuale delimitazione territoriale dell’area metropolitana bolognese, di dare continuità alla Conferenza, come sede di concertazione delle politiche di area vasta e di discussione dei temi relativi alla costituzione della Città metropolitana.
Circa quaranta Comuni della Provincia hanno già deliberato in tal senso. Altri, tra questi il Comune di Bologna, non si sono ancora pronunciati. Il Comune di Imola e altri Comuni dell’imolese, sulla base della loro specificità territoriale, hanno avviato una fase di approfondimento, tuttora in corso.
Riteniamo , a cinque mesi di distanza, sia necessario imprimere una accelerazione ad un discorso che ci pare languire e che rischia di arrestarsi ancor prima della fase di avvio.
E’ utile, a questo proposito, riprendere alcune considerazioni generali e avanzare qualche proposta.
Siamo ancora e sempre più convinti della necessità di una forte innovazione istituzionale a scala metropolitana: temi strategici per lo sviluppo di un territorio, quali la pianificazione territoriale, i problemi della mobilità, la sicurezza, le questioni ambientali, la diffusione e la qualità dei servizi, in particolare quelli alla persona, il sistema formativo, le politiche per l’impresa, l’utilizzo delle risorse (tecniche, finanziarie, naturali ), possono essere affrontati efficacemente solo a livello di area vasta. Gli stessi grandi progetti infrastrutturali ( dalla stazione ferroviaria, alle reti, alla tangenziale, fino alla scelta del tram o del metrò), la cui discussione non può svolgersi solo all’interno del Comune di Bologna, assumono nuovo senso e nuove prospettive di risoluzione se riferiti ad un orizzonte di carattere metropolitano.
L’attuale dimensione comunale è comunque inadeguata, sia quella della città di Bologna sia quella dei comuni minori, a risolvere i problemi di un’area che si caratterizza come sistema di forti interrelazioni reciproche e di notevole complessità.
E’ dunque necessario costituire, in tempi rapidi, un livello istituzionale che esca dalla volontarietà politica dei singoli soggetti (quale è oggi la Conferenza Metropolitana), e che sia dotato della legittimità, dell’autorevolezza e della scala adeguate a costruire un sistema di governo efficace, condizione essenziale per affrontare la competizione tra le grandi aree urbane nazionali ed europee.
Il rischio che corre Bologna è infatti quello di perdere centralità nello sviluppo economico e sociale, rischio che nel mondo globalizzato si traduce in una rapida perdita di competitività dei territori.
Bologna può giocare un ruolo importante nella costruzione del più vasto sistema competitivo regionale solo se la città si pensa come area vasta, che svolge funzioni e compiti qualificati, come nodo centrale delle relazioni globali di tutta la regione.
La cittadinanza metropolitana d’altronde è già un fatto, una realtà quotidiana. Bologna è già un’area e una città più grande della sua delimitazione amministrativa, nei comportamenti e negli stili di vita dei suoi abitanti, sia che vivano nei comuni della Provincia lavorando a Bologna, sia che vivano a Bologna lavorando fuori. Basta pensare alle abitudini di mobilità, all’utilizzo dello spazio e del tempo, alle modalità di divertimento e consumo culturale, alla rete dei servizi telematici , alla sempre più ampia richiesta di insediamento abitativo da parte di cittadini bolognesi nel territorio fuori dalla città, che arriva con forza sino ai confini della Provincia.
Occorre con urgenza un nuovo rapporto tra città e territorio: in primo luogo va invertita la tendenza di un capoluogo che, mentre si svuota (da 500mila abitanti a 380mila negli ultimi due decenni) accentra fortemente nel perimetro della mura le funzioni più qualificate determinando congestione, inquinamento e provocando ulteriori squilibri territoriali.
Occorre invece un sostanzioso riequilibrio di funzioni, attraverso un forte decentramento, tra le varie aree territoriali della Provincia (l’agglomerato conurbato urbano, la montagna, la pianura), per realizzare una dimensione metropolitana di livello europeo, caratterizzata da un policentrismo assicurato da una rete di infrastrutture, di servizi sociali, culturali, economici e da sistemi di mobilità integrati.
I problemi della città e del territorio possono essere affrontati e risolti superando i rispettivi confini municipali, abbandonando logiche e mentalità localistiche. Molti comuni d’altronde, sia di montagna che di pianura, hanno infatti iniziato a lavorare in questa direzione attraverso la discussione sulle forme associative e sugli ambiti ottimali per l’esercizio di diverse funzioni previsti dalla Legge Regionale n. 3 del 1999. Questa logica rafforza il concetto che tutti i cittadini dell’area bolognese, unitamente ai loro rappresentanti istituzionali, hanno il diritto-dovere di concorrere alla determinazione e alla formazione delle principali scelte strategiche di questa nuova e grande città-comunità.
Esiste oggi una legge, non eludibile, che innanzitutto istituisce la dimensione metropolitana lasciando poi alla libera iniziativa, attraverso il dispiegarsi del più largo confronto, e alla piena autonomia degli Enti Locali la costruzione degli strumenti di governo adeguati ed efficaci per ogni singola area metropolitana del nostro paese.
E’ dunque indispensabile che la classe dirigente, complessivamente intesa, dell’area vasta bolognese si misuri con questa sfida, consapevole che si tratta di una esigenza vitale per la competitività e lo sviluppo del territorio.
E’ venuto il momento di scegliere con forza e coraggio una direzione, per non accumulare ritardi verso altre aree, in particolare per esempio quella di Firenze, che si vanno muovendo in tal senso.
Per questo motivo chiediamo al Presidente della Provincia di convocare, al più presto, una conferenza metropolitana che riavvii con forza la discussione su questo tema e in particolare al Sindaco e al Consiglio Comunale di Bologna di esprimersi sia sulla delimitazione territoriale sia sul ruolo che la città deve e vuole avere nella costruzione di un nuovo livello istituzionale di governo dell’area vasta. Già in questa fase, la nuova legge prevede la possibilità di promuovere forme associative fra i Comuni dell’area metropolitana per l’esercizio di una serie di funzioni di area vasta, relative fra l’altro alla pianificazione territoriale, alle reti infrastrutturali, ai piani del traffico intercomunali, ai problemi dell’inquinamento atmosferico e dello smaltimento rifiuti.
Occorre altresì l’avvio di un processo costituente per la definizione e valutazione delle più efficaci forme di governo, in grado di concretizzare i progetti che riguardano i principali e più urgenti problemi dell’area vasta.
La fase costituente deve avere luogo aprendo un confronto ampio, che renda i cittadini consapevoli del processo avviato.
Questo significa aprire un confronto che coinvolga pienamente, assieme alle istituzioni tutte le forze sociali, economiche, politiche che di questo processo devono essere imprescindibili attori per la costruzione di una nuova idea di città e di comunità.
Questo percorso, può dare anima e corpo ad un progetto che altrimenti, se pensato e discusso solo all’interno delle istituzioni, rischia di essere percepito come astratta architettura istituzionale lontana dal quotidiano svolgersi dei problemi.
La costruzione della Città Metropolitana o di altre forme di governo forte a scala vasta diventa così occasione per definire un rinnovato patto sociale, fondato su uno sviluppo che sia sinonimo di crescita e di uguali possibilità di accesso alla rete diffusa dei servizi, alle opportunità e alle risorse sociali, economiche e culturali per tutti i cittadini del territorio metropolitano: in una parola la condizione per essere contemporaneamente competitivi e solidali.
I Sindaci dei Comuni di: Anzola Emilia, Argelato, Baricella, Bazzano, Bentivoglio, Budrio, Calderara, Camugnano, Casalecchio di Reno, Castel di Casio, Castello di Serravalle, Castel Maggiore, Castenaso, Castiglione dei Pepoli, Crespellano, Crevalcore, Galliera, Granarolo, Grizzana, Lizzano in Belvedere, Loiano, Malalbergo, Marzabotto, Minerbio, Molinella, Monterenzio, Monte S. Pietro, Monteveglio, Monzuno, Ozzano dell’Emilia, Pianoro, Pieve di Cento, Porretta Terme, Sala Bolognese, San Benedetto Val di Sambro, San Giorgio di Piano, San Giovanni in Persiceto, San Lazzaro di Savena, San Pietro in Casale, Sant’Agata Bolognese, Sasso Marconi, Savigno, Vergato, Zola Predosa.



A cura di C. Romagnoli
06-12-2003