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Il governo della aree metropolitane: coesione e partecipazione
sociale - Convegno Nazionale Torino, 18 Febbraio 2000
"Il governo delle aree metropolitane: coesione e partecipazione sociale", questo il tema sul quale la Camera del lavoro torinese ha chiamato a confrontarsi rappresentanti del governo e degli enti locali, esponenti delle parti sociali, studiosi. Presenti, tra gli altri, il ministro Livia Turco, i sottosegretari Gianni Mattioli e Adriana Vigneri, il vicepresidente di Confindustria, Carlo Callieri, i sindaci di Torino e di Firenze. Per la Cgil, oltre al vicesegretario generale, Guglielmo Epifani, e al segretario confederale Giuseppe Casadio, dirigenti nazionali e responsabili delle Camere del lavoro Relazione introduttiva di Riccardo Terzi, della Cgil
nazionale.
"L’area metropolitana –ha esordito Terzi - non è solo un ambito territoriale, ma è il luogo della più intensa innovazione e trasformazione sociale nel quale tutti gli strumenti tradizionali di governo si rivelano ormai insufficienti. Una dimensione, caratterizzata da un grande dinamismo economico-sociale che travalica i confini territoriali e non si lascia racchiudere entro un ambito istituzionale rigidamente definito. Ed è proprio su questo, sul tentativo di delimitazione territoriale e istituzionale, con quanto ne consegue sul piano dei diversi interessi politici e delle convenienze elettorali, che si sono incagliati finora tutti i tentativi di riforma. |
Può essere più proficuo, perciò, un approccio pragmatico, partire cioè non dal modello istituzionale, ma dalle funzioni, dalle cose da fare, dalle possibili strategie di sviluppo locale. La dimensione metropolitana rappresenta la rottura dei sistemi territoriali chiusi e tutti problemi metropolitani (grandi infrastrutture, sistema universitario, viabilità, ambiente, sistema finanziario, politiche di integrazione e di coesione sociale) richiedono di essere affrontati all’interno di una rete di relazioni interregionali e internazionali. Il governo metropolitano non richiede solo un salto di dimensione geografica , ma soprattutto un salto culturale, mentre finora ci si è mossi in una logica meramente istituzionale, incasellando la metropoli nella gerarchia dei livelli di governo e illudendosi di risolvere il problema con una norma costituzionale. Questo ha determinato la paralisi e un ritardo rispetto al resto d’Europa che sta diventando un elemento pesante di arretratezza. La legge, un primo risultato "sul piano legislativo - ha ricordato Terzi - qualcosa si è finalmente mosso, con l’approvazione nell’agosto del ’99 di un’apposita normativa, nell’ambito della revisione della legge 142 del 1990, che fissa criteri e procedure per la costituzione delle "città metropolitane" come nuovo organo di governo. Si è adottata, opportunamente, una soluzione flessibile, che consente ordinamenti differenziati affidando agli enti locali tutte le scelte relative alla costituzione di un eventuale nuovo livello di governo, al suo ambito territoriale, alla sua struttura organizzativa e di funzioni.
Ma nella politica italiana può sempre accadere che questa legge , che è in sé una buona legge, non produca nessun effetto pratico e che la situazione sia lasciata marcire. Può ancora accadere, come è successo con la Commissione Bicamerale, che le forze politiche, incapaci di un comune progetto riformatore, producano il risultato di un generale insabbiamento di tutte le misure di riforma. Comunque, uno strumento legislativo oggi c’è, ed è già un primo risultato importante. Ora l’iniziativa si sposta dal Parlamento alle realtà locali. Sul piano istituzionale occorre avviare un processo positivo di collaborazione che superi l’attuale quadro di conflittualità tra i diversi livelli di governo, tra il grande comune e i piccoli comuni, tra comuni e provincia, tra autonomie locali e Regione. Il risultato di questa conflittualità è la paralisi dell’azione amministrativa.
Le implicazioni sociali e il ruolo del sindacato
A quanti chiedono: perché il sindacato, la CGIL, si dovrebbe occupare di questioni che sono di stretta natura istituzionale?, Terzi risponde che "si tratta di un’obiezione miope, perché da sempre, nella storia d’Italia, i grandi passaggi politici e istituzionali sono stati resi possibili dalla mobilitazione democratica dei lavoratori. Ma è soprattutto il tema delle aree metropolitane che ha in sé fortissime implicazioni sociali e che quindi legittima in pieno l’iniziativa del sindacato. Nelle grandi aree urbane si concentrano i processi di trasformazione sociale e si acutizzano i pericoli di esclusione, di emarginazione, di rottura della coesione e della solidarietà collettiva. Alla crisi del vecchio apparato industriale e dei tradizionali rapporti di classe, alla frantumazione del mercato del lavoro, si aggiungono gli effetti dell’immigrazione di massa, con tutte le enormi implicazioni che ne derivano per la sicurezza, per la convivenza di culture diverse, per la coesione del tessuto sociale. Di questa miscela si alimentano le derive populistiche di destra, come quella in Austria. Per questo occorre una politica che crei le condizioni per una comune cittadinanza, per un sistema universale di diritti. Un tema di grande attualità, come dimostra il recente accordo siglato a Milano con la contrarietà motivata della Cgil perché quell’accordo tende a creare un doppio mercato del lavoro, un sistema di deroghe e flessibilità incontrollate, col risultato di tenere gli immigrati e le fasce deboli del mercato nel ghetto di una situazione senza prospettive e senza diritti. Esattamente il contrario di ciò che occorre fare. Ma c’è anche una ragione più di fondo per cui è indispensabile il ruolo delle forze sociali. Nelle aree metropolitane, proprio per la dinamica sociale che le attraversa, le soluzioni istituzionali sono insufficienti se non si avvia anche, contestualmente, un processo di concertazione sociale. D’altra parte, tutte le esperienze innovative , come "i patti territoriali", si basano su questa nuova logica di integrazione e di cooperazione tra la sfera pubblica e i soggetti rappresentativi della società civile.
La proposta della CGIL
"la nostra proposta – ha concluso Terzi - si basa su questo intreccio di riforma istituzionale e di concertazione territoriale. Per questo vogliamo avviare, nelle diverse realtà metropolitane, un confronto con le forze imprenditoriali, con le università, con le Camere di commercio, con tutta la rete delle organizzazioni sociali, per costruire insieme un’elaborazione progettuale e un’iniziativa politica che tenda a sbloccare la crisi istituzionale e a utilizzare i nuovi spazi aperti dalla legislazione per avviare finalmente un’azione riformatrice. Le nostre strutture territoriali si devono muovere in questa direzione con coraggio, nella pienezza della loro autonomia.
Sviluppo e coesione sociale sono inscindibili ma per tenere insieme questi due elementi occorre una politica, perché la spontaneità di un’economia di mercato lasciata a sé stessa produce meccanismi perversi di esclusione sociale. Se il tessuto sociale si frantuma sotto la spinta di una competizione senza regole e diritti si apre una stagione non di sviluppo ma di decadenza. Anche per questo ci impegneremo con estrema determinazione per respingere il referendum radicale sulla libertà di licenziamento. Sviluppo, diritti, concertazione sociale, partecipazione democratica: è questa l’agenda politica del nostro lavoro ed è nelle grandi aree urbane che tutti questi temi si presentano in tutta la loro complessità".
Sintesi del dibattito
Le richieste dei sindaci
Il sindaco di Torino, Valentino Castellani, ha criticato la legge del 90’ "per il suo carattere giuridico formale, che ha prodotto contrapposizioni". Ha quindi indicato i due possibili approcci alla questione. Quello funzionale, che di volta in volta cerca una soluzione ai problemi: " un metodo suggestivo, ma privo di una cultura di sistema e troppo condizionato dalle decisioni individuali (vedi inquinamento); e l’altro, l’approccio "strategico", che consiste nel decidere insieme gli obiettivi pianificando: "è questa l’unica risposta seria –ha detto Castellani- alle tante domande poste dalla globalizzazione, e le politiche di integrazione e di coesione sociale sono le vere politiche di sviluppo".
Per Leonardo Domenici, sindaco di Firenze, la novità del progetto di riforma attuale consiste nell’accentuata autonomia decisionale delle realtà locali. Resta aperto il problema finanziario e di una fiscalità locale eccessivamente rigida, "problema che rischia di avere conseguenze drammatiche". Le autonomie locali necessitano di maggiori risorse e di poterle usare in autonomia, " e i comuni devono usufruire del gettito fiscale nazionale, in particolare dell’Irpef".
Il punto di vista dell’impresa
Pragmatismo, differenziazione, flessibilità: si può riassumere così la ricetta del mondo delle imprese ai problemi delle aree metropolitane, almeno così la intende Carlo Callieri. Il modello fordista, che è in un certo senso responsabile della formazione dei grandi aggregati urbani, - ha detto il vicepresidente di Confindustria- sta declinando, la globalizzazione e l’innovazione tecnologica bussano alle porte, articolando nuovi e diversi livelli di responsabilità, anche sovranazionali. "E’ vero esiste una domanda di integrazione e di coesione sociale a livello di aree metropolitane", ha riconosciuto Callieri, la cui proposta tuttavia diverge da quella progettuale e pianificatrice indicata dalla Cgil e dai sindaci. Anche la Confindustria sottolinea il valore della concertazione, ma poi insiste soprattutto, "sull’approccio pragmatico, sulla logica prioritaria del processo decisionale, sulla flessibilità nel perseguire gli obiettivi".
L’intervento del ministro
Di diversa opinione Livia Turco, ministra per la solidarietà sociale, che ha rivendicato il ruolo del governo e delle forze sociali nell’aprire un vero e proprio "cantiere del welfare locale", basato sull’intreccio di politiche di sviluppo territoriale e di coesione sociale. Il ministro ha citato come esempi, oltre alla legge 265 appunto, i patti territoriali e l’utilizzo dei fondi strutturali. "Bisogna insistere in questa direzione –ha aggiunto Livia Turco -, allargando e generalizzando le esperienze sul territorio e sostenendole con politiche nazionali, in particolare nel lavoro, che assumano come indirizzo di fondo l’inclusione sociale quale fattore di sviluppo e occupazione". Qui il ministro ha approfittato per richiamare l’urgenza di approvare al più presto la legge quadro di riforma dell’assistenza, e ha concluso con un giudizio sulla 265: "siamo di fronte a un processo di riforma –ha detto -; è importante sapere quale profilo avranno le regioni perché il federalismo non è solo trasferimento di funzioni ma anche autoriforma delle stesse. Abbiamo bisogno di regioni forti sul piano politico ma leggere su quello amministrativo e in grado di valorizzare le autonomie".
Claudio Falasca - Resp. Coordinamento Nazionale Ambiente e Territorio
Un più intenso impegno della CGIL sugli inediti problemi che pone per il nostro paese il governo delle aree metropolitane è quanto mai auspicabile.
E' in queste realtà infatti che è più intenso il cumulo delle contraddizioni e dei problemi, che influiscono sulla vita dei lavoratori e lavoratrici così come su quella dei giovani, dei pensionati e degli anziani in genere.
Pur se nelle aree metropolitane i cittadini hanno maggiori opportunità nei diversi settori dell'economia, dei servizi sociali e sanitari, della cultura, del tempo libero, tuttavia, in esse sono più acuti i problemi legati all'inquinamento atmosferico, al traffico, che limita la mobilità delle persone, allo smaltimento dei rifiuti, alla carenza di alloggi, alla qualità dei servizi sociali, al rapporto con la pubblica amministrazione, agli spazi collettivi fruibili, non solo per quanto concerne il verde pubblico ma anche i luoghi di incontro e di passeggio.
E' in queste realtà, ancora, che si acuiscono le situazioni di disagio sociale, la sicurezza, la povertà, la non autosufficienza, l'emarginazione, la solitudine, gli ostacoli più diversi che pesano su quote consistenti della popolazione ed in particolare su quella più anziana.
Nello stesso tempo però sono queste realtà che esprimono solitamente il punto apicale di un "sistema paese" nel quadro delle relazioni economiche a livello internazionale. E qui infatti che tendono a concentrazione i complessi sistemi direzionali dei grandi operatori economici e del sistema delle rappresentanze istituzionali e politiche.
Affrontare il tema del Governo delle aree metropolitane significa allora porsi il problema di come realizzare una sintesi alta tra questi due momenti della vita urbana. Sapendo che le quote sempre più massicce di innovazione tecnologica nel mondo delle comunicazioni rendono sempre più complessi i legami connessi al sistema delle relazioni territoriali.
Così come la stessa vita sociale in una dimensione metropolitana si articola sempre più in uno spazio che travalica ampiamente la dimensione del quartiere investendo dimensioni spaziali e temporali inedite nel passato. Oggi infatti la mobilità territoriale, grazie ai tempi sempre più ridotti delle comunicazioni, tende ad investire interi ambiti regionali ed interregionali.
E' questo, evidentemente, un aspetto che rimette in discussione lo stesso concetto di identità "locale" del cittadino e delle comunità. Infatti nel nuovo scenario viene spontaneo interrogarsi in rapporto a quale "ambiente" oggi il cittadino costruisce la propria identità: dove dorme? Dove lavora? Dove passa il suo tempo libero? … sapendo che ognuno è un "ambiente" diverso.
Come si vede per ricondurre a sistemi queste nuove esigenze il problema dell'ambito di governo e della sua strutturazione diventa un nodo strategico, pena la progressiva perdita di coesione e partecipazione.
E' mia convinzione che il problema non interessi solo le grandi città ma coinvolga anche la moltitudine di piccoli comuni, titolari del governo di gran parte del territorio nazionale, dove il cittadino vive anche qui in una dimensione spaziale ben più vasta del singolo centro abitato.
Paradossalmente oggi nel nostro paese il problema di un livello di governo più adeguato si pone non solo per le città metropolitane ma anche per i piccoli comuni eccessivamente frazionati.
Non è certo casuale che le più convincenti performance urbane le registriamo nei centri urbani di media dimensione, dove il livello del governo è più coerente con il contesto economico e sociale.
Le soluzioni a tutti e due i problemi furono indicate nella riforma del 1990. Tutti e due i problemi però sono rimasti irrisolti, con un grave danno sia sotto il profilo della costruzione di un sistema paese fortemente integrato e sia sotto il profilo delle politiche di coesione e partecipazione.
Ora, con la recente riforma della Legge 142 vengono introdotti importanti elementi di flessibilità e di responsabilizzazione che fanno ben auspicare.
Indispensabile però rimane l'individuazione chiara degli elementi che hanno impedito l'attuazione della L. 142/90 per evitare il rischio di un nuovo fallimento.
Che questo rischio sia reale è dimostrato dal fatto che in questi anni è ulteriormente proliferato il numero dei comuni e delle province, in senso diametralmente opposto allo spirito della L. 142/90.
Io ritengo che due siano i nodi che vanno aggrediti con forte volontà politica al fine di dare un assetto di governo più efficace alle nostre città.
Il primo è il coacervo degli interessi connesso al sistema politico/elettorale; il secondo è l'insieme degli interessi burocratico/amministrativi.
Questi e non altri sono stati i veri ostacoli all'attuazione della L. 142.
E francamente sono poco convincenti gli argomenti a sostegno della difesa delle identità delle singole comunità. Questa è la tesi su cui si fonda ogni referendum per l'istituzione di un nuovo comune.
Oggi semmai il problema è di creare un senso di identità più vasto, più generale e nuovo, meno legato al piccolo interesse localistico.
Ed allora come procedere per superare questi ostacoli?
Io credo che la soluzione vada ricercata nella creazione di un quadro di convenienze tali da favorire processi aggregativi, sia nelle grandi città, che nei piccoli comuni.
Si tratta cioè di promuovere un insieme di azioni convergenti all'obiettivo della aggregazione.
Alcune di queste azioni sono già in corso.
La semplificazione del sistema dei partiti attraverso le riforme elettorali; una maggiore articolazione dei livelli di partecipazione alla vita civile attraverso lo sviluppo del partenariato sociale; una pubblica amministrazione sempre più responsabilizzata e dialogante al suo interno con le diverse riforme Bassanini; il processo di liberalizzazione del sistema dei servizi locali, svincolati dagli interessi partitici locali; lo sportello unico per le attività produttive; la sburocratizzazione della vita dei cittadini, con i provvedimenti sulle autocertificazioni, semplificazioni, ecc.; sono tutte misure che muovono nella giusta direzione in quanto modificano profondamente il contesto in cui hanno agito gli interessi che hanno ostacolato l'attuazione della legge 142.
Occorre però arricchire e accelerare questo insieme di azioni nel quadro di un percorso che progressivamente ci avvicini all'obiettivo. Ad esempio gli strumenti della programmazione negoziata se meglio finalizzati potrebbero dare un grande contributo in questa direzione; così come la riforma della pianificazione territoriale ed urbanistica, ed ancora la individuazione degli ambiti ottimali per la gestione dei servizi ambientali .
Le opportunità sono numerose, è evidente però che la volontà politica e la sua coerenza sono un elemento determinante.
Per concludere questo intervento mi sembra doveroso dare una risposta all'on. Mattioli in merito alle sue osservazioni sullo scarso impegno della CGIL sui P.R.U.S.T.. Noi non siamo assolutamente convinti di dover utilizzare uno strumento che consente tutto e il contrario di tutto, quando per altro abbiamo un insieme di strumenti di programmazione negoziata estremamente ricco. Ed è un po’ singolare che l'On. Mattioli ci faccia questa osservazione e poi, nello stesso momento, ci riconosce l'importante ruolo che abbiamo avuto nei Contratti di Quartiere. Evidentemente un qualche problema ci sarà se da una parte siamo i promotori di un progetto e dall'altra poniamo dei problemi su uno strumento che solo esteriormente appare simile. La risposta sta in un semplice numero, l'insieme di risorse che si prevedono all'interno di tutti progetti P.R.U.S.T. ammontano a qualcosa come 240.000 miliardi. A fronte di questa cifra delle due una: o è una operazione fondata sul nulla che però crea una grande aspettativa, oppure gli interessi privati sollecitati sono talmente rilevanti da alimentare ulteriori perplessità.
Per non parlare poi della loro dimensione territoriale che in alcuni casi interessa intere province e che spesso interessa Comuni che non hanno neanche la capacità di fare un programma di fabbricazione.
D'altra parte quando si dice che il Ministero deve continuamente esercitare una azione di controllo affinché questo strumento non stravolga le procedure, non vada in deroga ai Piano Regolatori, non sia prevaricante interessi deboli, di fatto si riconosce che lo strumento ha una sua debolezza intrinseca. E francamente non si capisce perché si debba promuovere uno strumento che presenta questi caratteri nel mentre si fa una grande fatica ad attivare le procedure ordinarie di governo del territorio.
Le conclusioni di Guglielmo Epifani
La giornata di approfondimento che la camera del lavoro torinese ha dedicato ai problemi delle aree metropolitane è stata conclusa dal vicesegretario generale della Cgil.
"Io penso - ha detto Epifani - si debba convenire su un punto di partenza della relazione di Terzi, e cioè che dobbiamo farci carico in qualche misura del fatto che il Paese non sta attraversando una stagione di innovazione politico istituzionale particolarmente felice, per cui il disegno della grande riforma, della commissione bicamerale, della volontà nazionale di costruire assetti di potere e di rappresentanza più omogenei non è di fronte a noi. Tuttavia poiché vanno avanti, pur se con grande fatica, spezzoni di processi di riforma, dobbiamo con il realismo necessario lavorare dentro questo confine.
Il che implica da un lato abbassare un disegno di portata tale che non si riesce a definire, ma contemporaneamente non tralasciare quelle occasioni, sia pure più limitate, che la contingenza politica ci consente. Per questo non ho trovato minimalista la relazione di Terzi, l’ho trovata realista, e d’altra parte questo scarto tra i bisogni di una riforma organica del nostro sistema e i processi sociali ed economici che avanzano impetuosamente pone il problema di interrogarsi su cosa possiamo fare per tentare di avvicinare la stagnazione del processo riformatore e la velocità dei processi di cambiamento.
Se questa è, attualmente, l’unica alternativa all’immobilismo dobbiamo stabilire il perché vogliamo assumere con più forza la questione del rapporto tra le trasformazioni e gli assetti istituzionali delle aree metropolitane.
Le caratteristiche dei processi
di trasformazione
"La ragione attiene alle caratteristiche
dei processi di trasformazione: trovo un po’ singolare parlare del fatto
che essi riguardino i sistemi a rete, lo sviluppo locale, una dimensione
d’impresa diversa e poi ragionare come se si trattasse di questioni esterne
alla vita delle aree metropolitane. E’ esattamente il contrario: c’è
una parte consistente dei problemi che la competitività pone che
riguarda il tessuto sociale, produttivo e culturale delle aree metropolitane.
E non solo perché rappresentano il 20 per cento della popolazione
italiana, ma perché probabilmente in questi dieci anni in quelle
aree le cose invece che andare avanti sono andate indietro. E sono regredite
per un insieme combinato di fattori che propongono in modo drammatico il
livello di sviluppo, di occupazione, di vivibilità di queste aree.
Perché dico più fattori? Perché c’è il fattore
dello spostamento a oriente dell’asse produttivo del Paese, il caso di
Roma, con la diminuzione degli investimenti pubblici, la situazione produttiva
negativa delle aree metropolitane del Sud.
Il welfare locale
"C’è quindi un problema che
riguarda i modelli di sviluppo, in modo particolare quelli locali, e contemporaneamente
i servizi e il welfare locale. Su ognuno di questi terreni la questione
del rapporto tra i meccanismi inceppati di sviluppo da un lato, e dall’altro
i problemi che riguardano i bisogni, i diritti e la vivibilità delle
aree metropolitane tendono a diventare sempre più complessi.
Allora non è solo il limite istituzionale di governo delle aree metropolitane che ci consegna questa situazione, ma non c’è dubbio che la soluzione passa di qui. Perché sia per lo sviluppo locale, sia nell’integrazione di reti e servizi, sia con il welfare locale, tanto più se assumiamo sviluppo e coesione non separati, il problema degli assetti di governo si pone come fondamentale.
Fra l’altro, parlando di welfare locale, aggiungo che anche una politica di accoglienza organica non può essere governata correttamente insieme alle politiche di sicurezza per i cittadini senza un rafforzamento delle politiche di governo regionali.
Le contraddizioni che ci aspettano
"Vorrei sottolineare una delle difficoltà
che possiamo incontrare: come rompere l’isolamento, creare aggregazione
attorno al binomio nuovo sviluppo, nuovi principi di governo nelle aree
metropolitane. Quali forze sociali possiamo intercettare? Dovremmo incontrare
una parte dell’imprenditoria, una parte importante dell’utenza, una parte
dei ceti culturali, e anche una parte delle aree più diseredate.
Però queste potenzialità di alleanza sociale in concreto
non hanno funzionato. Come superare queste contraddizioni? La parte negativa
del Patto di Milano risiede nel fatto che la sfida che ci è stata
posta è una sfida su un terreno sbagliato e inutile e rende più
difficoltoso avere sul nostro punto di vista una politica di alleanze.
L’altra contraddizione l’abbiamo nelle
trasformazioni e nel rapporto con l’utenza. Qui le nostre strutture fanno
miracoli. E’ evidente che dobbiamo avere un’interlocuzione forte con l’utenza,
cioè con i cittadini e in modo particolare con i cittadini più
deboli ed è altrettanto evidente che una serie di processi di trasformazione
(le liberalizzazioni, le privatizzazioni, la fine dei monopoli) implicano
un rapporto complicato con i lavoratori. Come possiamo quando lo scontro
tra utenza e interessi legittimi di questi lavoratori si fa più
acuto reggere l’esigenza di allargare il fronte delle alleanze?
Una realtà variegata
"Infine dobbiamo considerare come
l’insieme delle realtà metropolitane siano molto diverse tra loro.
Possiamo accontentarci di un’omogeneità istituzionale, ma sapendo
che ci sono almeno quattro realtà che sono diverse da tutte le altre.
Da questo punto di vista il fatto che le Camere del lavoro abbiano già
un’esperienza di costruzione di piattaforme rappresenta una ricchezza,
penso che dobbiamo trovare il modo perché questa esperienza di articolazione
venga salvaguardata. Penso che potremmo tentare di assumere un’iniziativa
più forte in questi territori, cercando di far crescere una politica
di alleanze più vasta se provassimo a individuare, dentro le tradizionali
impostazioni delle nostre politiche tradizionali qualche obiettivo che
per il suo conseguimento rende necessaria e visibile la contraddizione
tra l’assetto istituzionale di governo e la dimensione di territorio.
TORINO INTERNAZIONALE - PIANO STRATEGICO PER LA PROMOZIONE DELLA CITTÀ
Linea strategica 2
Costruire il governo metropolitano
Le città europee che si sono avvalse di un piano strategico per orientare lo sviluppo hanno dato ad esso una dimensione territoriale estesa all'intera area metropolitana, spesso molto più ampia del nucleo urbano principale. Anche nel caso di Torino si è deciso di valutare le esigenze di un'area urbana decisamente più ampia e non del solo capoluogo.
Con il termine Torino si intende quindi non un comune di circa 900.000 abitanti, ma un'area che ne ospita almeno il doppio. Quando si parla dello sviluppo di Torino, è a questa seconda dimensione che dobbiamo sistematicamente riferirci.
I temi che hanno forte rilievo metropolitano sono molti: trasporti, rifiuti, insediamenti industriali, infrastrutture, beni culturali, e relativi carichi finanziari vanno affrontati insieme, con una visione partecipata e condivisa.
L'insieme dell'area metropolitana, negli intendimenti del piano, sarà rappresentata in campo nazionale e internazionale in modo unitario, ottenendo così forte autorevolezza nei rapporti con altre città, istituzioni e investitori.
Obiettivo 2.1
Creare nuove forme di governance
Nell'area metropolitana torinese esistono già strutture consortili o aziendali che operano su scala metropolitana per politiche settoriali, anche se con ripartizioni geografiche non coincidenti (turismo, servizi idrici, politiche culturali, gestione rifiuti). Quello che manca è una sede stabile e generale di cooperazione e di indirizzo. Alla luce di esperienze già avviate da altre città italiane (Bologna, Firenze, Roma), il Piano individua come strumento utile la costituzione di una Conferenza Metropolitana, formata dai Comuni interessati e dalla Provincia di Torino. La Conferenza può nascere a seguito della sottoscrizione di un protocollo di intesa da parte degli enti locali che intendono volontariamente prendervi parte. In una prima fase, la Conferenza avrà esclusivamente poteri di indirizzo, ma è possibile prevedere che i Comuni e la Provincia deleghino ad essa alcune loro competenze. Il punto centrale è quello di costituire una sede in cui gli enti coinvolti si abituino alla ricerca di soluzioni concordate, in un confronto su un piano di parità, con uno scambio spontaneo e tempestivo delle informazioni rilevanti in loro possesso. Si tratterà, in particolare, di elaborare in quell'ambito le proposte da sottoporre alla Regione sulla delimitazione dell'area metropolitana e di valutare l'opportunità di dare vita alla Città metropolitana, predisponendo, eventualmente, il relativo statuto.
Obiettivo 2.2
Costruire servizi per l'area metropolitana
Gli strumenti istituzionali di carattere generale indicati nell'obiettivo precedente vanno affiancati da strumenti di intervento settoriali sotto il controllo e la responsabilità della Conferenza Metropolitana. A regime si può immaginare che attorno alla Conferenza Metropolitana ruotino una serie di agenzie specializzate con il compito di governare specifiche politiche o di gestire specifici servizi su scala metropolitana. Alcune di queste agenzie esistono già: potranno essere ridefinite e razionalizzate, altre potranno essere istituite. Tra quelle che attualmente mancano e che sicuramente sono necessarie, è stata individuata l'Agenzia per i trasporti. Si tratta di un'ipotesi ormai matura che prefigura uno strumento di governo essenziale in un settore strategico.
L'insieme delle proposte sopra delineate in sintesi ha
ricevuto il consenso dei due attori fondamentali (il Comune di Torino e
la Provincia di Torino) e di numerosi comuni dell'area metropolitana. La
Regione Piemonte ha espresso un orientamento positivo nel merito.
Istituire una Conferenza Metropolitana per il governo dell'area metropolitana
l 6 dicembre u.s. è tornata a riunirsi nella sala del Consiglio Provinciale la Conferenza Metropolitana. Ai Sindaci ed agli Assessori all'Urbanistica dei Comuni dell'area metropolitana i tecnici del Comune di Torino e l'Assessore Provinciale ai Trasporti e Grandi Infrastrutture, Franco Campia, hanno illustrato le linee generali e le prospettive di attuazione del Piano Generale del Traffico Urbano. Il Piano e' il primo del suo genere in un'area metropolitana italiana ed ha come parola d'ordine e come obiettivo la "mobilita' sostenibile" , cioè la facilitazione dei flussi di traffico, il miglioramento qualitativo e quantitativo del trasporto pubblico e l'incremento dell'utenza; il tutto in un'ottica di contenimento delle emissioni inquinanti e più in generale dei fenomeni negativi connessi al traffico. La Conferenza ha quindi approvato l'istituzione di un Tavolo di Concertazione per la realizzazione di interventi sulla viabilità ordinaria interagente con il sistema autostradale tangenziale di Torino. Il Tavolo (di cui faranno parte i Comuni di Torino, Chieri, Trofarello, Cambiano, Carmagnola, Beinasco, Rivoli, Settimo Torinese e Volpiano) affronterà i problemi connessi all'Accordo di Programma recentemente siglato dalla Provincia, dalla Regione e dalla concessionaria A.T.I.V.A. e seguirà l'impostazione del nuovo sistema di esazione dei pedaggi sulla Tangenziale, la progettazione e realizzazione di opere quali il completamento della Torino-Pinerolo, il nuovo casello di Beinasco, le Varianti e Circonvallazioni di Alpignano e Pianezza, Rivalta, Borgaretto-Strada del Portone, Nichelino-Debouchè (con ristrutturazione dell'omonimo svincolo della Tangenziale), Savonera, Trofarello e Chieri.
Azione 2.1.2
Costituire un'Associazione per l'attuazione e il monitoraggio
del Piano strategico
Il patto proposto dal Piano sarà firmato dai membri dell’attuale Forum per lo Sviluppo, dai Sindaci dei Comuni aderenti alla Conferenza Metropolitana e dai rappresentanti di altre forze economiche, culturali, ambientaliste e di solidarietà sociale. La sottoscrizione comporterà l’adesione a una Associazione, a capitale misto, che svolgerà costante opera di coordinamento, stimolo, facilitazione, monitoraggio e revisione del Piano strategico. L’assemblea dell’Associazione, presieduta dal Sindaco di Torino, sarà composta da tutti i sottoscrittori e eleggerà una giunta esecutiva. L’Associazione sarà dotata di una struttura operativa molto agile, con un direttore e uno staff ristretto.
Soggetti coinvolti
I membri del Forum per lo Sviluppo, i Sindaci dei Comuni aderenti alla Conferenza Metropolitana, i rappresentanti delle più importanti realtà economiche, culturali, ambientaliste e di solidarietà sociale.
Fanno parte dell'area metropolitana i Comuni di: Airasca, Alpignano, Avigliana, Baldissero Torinese, Beinasco, Borgaro Torinese, Brandizzo, Bruino, Cambiano, Candiolo, Carmagnola, Caselle Torinese, Chieri, Chivasso, Ciriè, Collegno, Druento, Grugliasco, La Loggia, Leinì, Moncalieri, Nichelino, Orbassano, , Pecetto Torinese, Pianezza, Pinerolo, Pino Torinese, Piossasco, Piscina, Rivalta Di Torino, Rivoli, Rosta, San Mauro Torinese, , Santena, Settimo Torinese, Torino, Trofarello, Venaria, Villastellone, Vinovo, Volpiano, Volvera,
La sfida più difficile: governare l'area metropolitana
L'esperienza che si sta costruendo attorno al Piano strategico Torino Internazionale consente di individuare alcuni elementi di grande interesse che vanno considerati con attenzione per la loro forza innovativa, rispetto alle forme .tradizionali di governo. La partecipazione di tutti gli attori interessati alla progressiva definizione ed alla successiva attuazione di progetti strutturali condivisi, attraverso i quali implementare la qualità e la capacità di competere (o di costruire relazioni) del sistema locale è un fatto di per sé carico di un grande significato e ricco di prospettiva. L'esperienza finora maturata ha prodotto un arricchimento della prassi della concertazione a vantaggio di una più articolata e diffusa partecipazione ai progetti, ai percorsi di crescita e di sviluppo condividendo quindi anche i rischi impliciti in ogni scommessa. Il quadro che sembra di cogliere è quello di un allargamento delle aree e dei centri decisionali a partire da quelli tradizionali della politica amministrativa a quelli più diffusi e meno evidenti del sistema locale. Sono molti i centri decisionali che progressivamente si raccordano e costruiscono i percorsi comuni nella condivisione di alcuni obiettivi strategici di valorizzazione del sistema locale in cui riscoprono valori ed elementi di riconoscibilità.
È una novità interessante che richiede una riflessione su un secondo aspetto che coinvolge il sistema istituzionale e la capacità di questo di costruire governance. Naturalmente uno degli aspetti problematici più evidenti è la coerenza tra il livello territoriale interessato dalle forze nuove di condivisione e di coesione progettuale e strategica e le forze istituzionali di governo, nel senso che deve esistere una reale forma di correlazione funzionale. È probabile che la proposta della nuova autorità di governo dell'area territoriale più complessa sia la prima e più rapida risposta da proporre; probabilmente non è una risposta sufficiente nel medio periodo giacché si proponga già fin da ora problemi fondamentali relativi ai percorsi di costruzione e di manifestazione del consenso attorno alle decisioni. La sfida su questo fronte è ben più complessa e profonda di quanto sopra appare: è probabile che su questo aspetto si giochi in futuro l'efficacia dell'intera azione del Piano strategico. Ma è altrettanto vero che proprio questo può costituire una formidabile occasione per introdurre nel sistema amministrativo e politico locale un elemento di grande innovazione con il quale saremo tutti obbligati a misurarci.