REGIONE AUTONOMA FRIULI
VENEZIA GIULIA - STATI GENERALI
LEGGE COSTITUZIONALE
2/1993 - RIFORMA DELLE AUTONOMIE LOCALI
RAPPORTO DI RICERCA a
cura del Consorzio A.A.S.Ter di Milano 3 (gennaio-febbraio 2000)
(omissis) 6. La città
metropolitana
Questa "antica" rivendicazione
triestina viene attualizzata dal Sindaco della città in un’ottica
che potremmo definire pragmatica: riformare tenendo conto dei vincoli istituzionali,
anzi costituzionali che pesano su questa problematica. Secondo Illy "è
indispensabile chiarire preliminarmente se, in base al dettato costituzionale,
la città (o area, come recita la 142) metropolitana può sostituire
in toto la provincia. Se ciò non fosse possibile rimarremmo in una
situazione di estrema ambiguità, con inutili doppioni". Che
la questione sia storicamente fondata sta a testimoniarlo che già
nella legge regionale 10 del 1988, quando non si parlava di federalismo
e non era stata ancora promulgata la legge 142/90, l’articolato faceva
riferimento alla "città metropolitana".
Il chiarimento preliminare
non osta certo all’opportunità di unificare nell’"invaso" territoriale
triestino Comune e Provincia in un unico Ente, che, ovviamente dovrebbe
ricondurre a un’unica sovranità decisionale, costituita democraticamente,
le competenze urbanistiche ed economiche sugli enti strumentali di cui
gode Trieste: EZIT, Area di Ricerca, Fiera, Porto.
Il terzo problema segnalato
da Illy consiste nella necessità di sposare la costruzione di questo
nuovo livello istituzionale con la presenza, nei Comuni minori dell’attuale
provincia, di significative comunità slovene: "A Trieste, che
per collocazione geopolitica e per morfologia territoriale, insiste una
vocazione fortissima a creare un organismo metropolitano così congegnato,
c’è comunque il problema che i Comuni minori non aderirebbero perché
avrebbero timore della cancellazione della minoranza slovena, salvaguardata
dal proporzionalismo". (L’intervista è comunque precedente all’approvazione
della legge sulle minoranze linguistiche). Gli altri testimoni privilegiati
concordano unanimemente sull’atipicità del caso triestino e sulla
possibilità di disegnare un profilo istituzionale ad hoc dei poteri
locali. Questa accettazione sottende però tre specificazioni.
La prima è riferibile
agli altri Sindaci, che chiedono a loro volta di perfezionare la struttura
decisionale dell'eventuale città metropolitana triestina contestualmente
ad organismi similari di associazione dei Comuni conurbati con i capoluoghi.
Cecotti dice: "Di città metropolitana si discute sempre per Trieste,
ma a Udine interessa capire se i 160.000 abitanti della conurbazione udinese
hanno una massa critica sufficiente per meritarsi uno status metropolitano".
La seconda, invece, proviene
da Pordenone dove Pasini accetta la maggiorazione della sovranità
triestina a condizione che la maggiore autonomia dell’azione amministrativa
locale sia assegnata a tutte le città significative della Regione,
senza discriminazioni. E’ concorde con questa posizione anche il presidente
dell’ANCI che osserva: "Se questa riforma da piena attuazione al principio
di sussidiarietà e, quindi, formalizza una forte autonomia di ogni
comune poi sta al singolo comune attrezzarsi come vuole per esercitarlo
fino in fondo. Da questo punto di vista Trieste con l’arrivo delle competenze
previste dalla riforma vedrebbe attenuata la sua condizione di minorità
istituzionale".
La terza, infine, vede un
asse Gorizia-Pordenone contro la divisione in due della Regione, da una
parte il grande Friuli evocato da Melzi, dall’altra la Città-Stato
triestina voluta da Illy.
Indubbiamente la condizione
di deterioramento istituzionale della realtà triestina coinvolge
anche una sorta di ricerca di "scorciatoie" che rischiano, come denuncia
il Sindaco, di finire in un vicolo cieco. L’istituzione delle aree metropolitane
era il punto di maggiore innovazione della legge 142/90; non a caso a dieci
anni di distanza siamo di fronte a un nulla di fatto, secondo dinamiche
che hanno accomunato i tentativi triestini a quelli delle città
indicate esplicitamente nell’articolo di legge. La Regione, con questo
testo di riforma, potrebbe decidere di inserire Trieste in un "corridoio
equiparato" ai destini nazionali di quest’organismo oppure, con un forcing
istituzionale, viceversa, potrebbe dirimere le questioni costituzionali
inserendo nell’articolato una disciplina rigorosa di questo nuovo potere
locale che, come è noto, rompe il principio di uniformità
amministrativa.
(omissis) 8. La definizione
degli assetti territoriali
Il confronto sugli assetti
territoriali della Regione, sia dal punto di vista dell’appartenenza dei
Comuni, sia per il numero e la perimetrazione delle Province è di
antica memoria e ha subito, negli ultimi tempi, come è noto, una
brusca impennata.
La temperatura è
stata alzata dalla tesi di ricostituire il "Friuli storico", capofila il
Presidente della Provincia di Udine, che se ne fa latore per ragioni identitarie
prima ancora che istituzionali.
In effetti nel corso dell’intervista
il dott. Melzi ha volutamente ignorato tutti gli aspetti procedurali, peraltro
vincolati dalla Costituzione, e di notevole complessità, per ribadire
la natura "culturale" della sua provocazione.
E’ interessante osservare
come il Sindaco di Trieste, conseguente al "pragmatismo" garantista mostrato
per la tematica dell’area metropolitana, affronta il problema con la stessa
chiave di lettura: "I decreti attuativi della Legge Costituzionale 2/93
sono molto chiari: la titolarità della facoltà di cambiare
provincia di appartenenza spetta al Comune. Non ci sono corsie privilegiate
o scelte autoritative perché la decisione viene convalidata dallo
svolgimento di un referendum. Per cui la sequenza è: iniziativa
istituzionale formalizzata dal Consiglio Comunale, avviso alla Regione,
svolgimento della consultazione referendaria, in caso di vittoria della
richiesta di cambiamento avvio della procedura statale di approvazione.
In Regione non lo sanno? E sembrano non saperlo neppure i Comuni visto
che non vi è traccia di iniziative istituzionali né a Monfalcone
per cambiare provincia, né in Carnia per istituire una nuova provincia".
Anche Cecotti condivide
la stretta coerenza costituzionale imposta dalle normative: "Per istituire
una nuova Provincia ci vuole un referendum. Il principio della sovranità
popolare va rispettato anche perché è costituzionalmente
normato"; con la specifica, però, che questa legge può
porre dei "paletti" anti-frantumazione, disciplinando il numero minimo
di abitanti che deve essere requisito di una nuova Provincia: "potrebbe
essere di 140.000 abitanti, quelli attuali di Gorizia, che è la
Provincia più piccola".
Il Sindaco di Pordenone
si pronuncia contrario sia all’istituzione di micro-province, sia all’annessione
sottesa all’idea del grande Friuli. Il Presidente della stessa Provincia,
De Anna, ritiene che la comunanza reale di intenti con Udine sia "la
contrarietà alla cultura della compensazione, siamo insieme contro
la compensazione che ha portato benefici spropositati alle aree frontaliere,
di Gorizia e Trieste", ma non vede alcuna necessità di smembrare
un territorio come quello governato dalla sua amministrazione, i cui canoni
di "friulanità" sono indistinti e indefinibili con linee precise.
Ribadendo quanto già osservato per la città metropolitana
o per la costruzione di organismi di cooperazione di secondo livello tra
enti locali l’assegnazione di competenze sarà un tale banco di prova
per la forza e l’efficienza delle autonomie che questioni che associano
problemi di identità territoriale con una concezione rigida e uniforme
del confine amministrativo saranno per forza di cose raffreddate. Un’identità
culturale va coltivata, indipendentemente dal suo inscatolamento in un
modello amministrativo rigido. (Omissis)
Riccardo ILLY
Sindaco di Trieste (Trieste,
municipio 22 novembre 1999)
(omissis) 6. La città
metropolitana
Secondo Illy è indispensabile
chiarire preliminarmente se, in base al dettato costituzionale, la città
(o "area", come recita la 142) metropolitana può sostituire la provincia.
Se ciò non fosse possibile rimarremmo in una situazione di estrema
ambiguità, con inutili doppioni. Inoltre a Trieste, che per collocazione
geopolitica e morfologia territoriale, ha una vocazione fortissima a creare
un’istituzione ad hoc così congegnata c’è il problema che
i Comuni minori non aderirebbero perché avrebbero timore di una
cancellazione della minoranza slovena. Allora l’istituzione della città
metropolitana deve avvenire dopo la soluzione dei problemi della minoranza
slovena. La Provincia non si pronuncia, ma deve essere chiaro che l’autorità
metropolitana dovrebbe avere tutte le competenze reali di governo dell’area
vasta e di cura degli interessi del territorio: Fiera, EZIT, area di ricerca.
(omissis) 8. La definizione
degli assetti territoriali
I decreti attuativi della
Legge Cost. 2/93 sono molto chiari: la titolarità della facoltà
di cambiare provincia di appartenenza spetta al Comune, non ci sono corsie
autoritative, ma consultazioni referendarie.
Si chiede Illy: "in Regione
non lo sanno? E sembrano non saperlo neppure i Comuni visto che non vi
è traccia di iniziative istituzionali né a Monfalcone per
cambiare provincia, né in Carnia per istituire una nuova provincia".
E’ noto che sono necessari
gli accorpamenti dei Comuni-polvere, ma poi, quando si fanno le leggi si
stanziano sempre fondi e incentivi per i piccoli comuni: se non si agisce
sulla leva finanziaria e si danno fondi speciali ai Comuni piccoli, in
quanto sono piccoli, non ci sarà mai alcuna razionalizzazione.
Condivide la scelta di eliminare
le Comunità Montane affidando le competenze (e le risorse) ai Comuni.
Sergio CECOTTI
Sindaco di Udine (Udine,
Municipio 11 novembre 1999)
(omissis) 6. La città
metropolitana
Se ne discute sempre per
Trieste, ma a Udine interessa capire se i 160.000 abitanti della "conurbazione
udinese" hanno una massa critica sufficiente per meritarsi uno "status"
metropolitano.
(omissis) 8. La definizione
degli assetti territoriali
Per istituire una nuova
Provincia ci vuole un referendum. Per Cecotti il principio della sovranità
popolare va rispettato anche perché è costituzionalmente
normato. Si dovrebbero però fissare dei "paletti" sui minimi termini
prendendo per esempio come base i 138.000 abitanti di Gorizia che è
la provincia più piccola. Sarebbe sbagliato procedere a un’eccessiva
polverizzazione.
E’ opportuno sciogliere
le Comunità Montane. Mentre in alcune situazioni c’è l’ottima
surroga della Provincia, per esempio nell’Alto Friuli, in altri casi, invece
ci sono "buchi" istituzionali (vedi le Valli del Natisone). Il vero problema
è questo: esiste una politica regionale per la montagna? E con quali
strumenti ottimali attuarla? Se vogliamo pensare ad associazioni volontarie
tra Comuni allora bisogna programmare un ingente trasferimento di competenze.
Alfredo PASINI
Sindaco di Pordenone
(Pordenone,
Municipio 10 dicembre 1999)
(omissis) 6. La città
metropolitana
Perché se ne parla
solo per Trieste? Dal punto di vista dei principi è vero che Trieste
ha bisogno di una maggiore autonomia nella sua azione di governo e di amministrazione.
Ma questo è un concetto che è vero per ogni città,
solo che a Trieste è più forte la percezione di questa esigenza.
Quindi, va bene ogni riforma di maggiore autonomia delle città e
non riservata alla sola Trieste.
Pordenone ha scelto di integrarsi
soprattutto alla cintura urbana per la prevenzione sanitaria (ASL), la
cultura (consorzio universitario), i servizi dell’area tecnica, la legge
Galli per i bacini idrici.
(omissis) 8. La
definizione degli assetti territoriali
L’idea di fissare dei criteri
in questa legge di riforma per la determinazione di nuovi assetti territoriali
può essere utilizzata bene o male. Non sembra utile per esempio
istituire una provincia di 60.000 abitanti con spese per burocrazie, locali,
reti, etc., facendo doppioni a relativamente poca distanza. Non sembra
neppure utile istituire il Grande Friuli.
Gaetano Valenti
Sindaco di Gorizia (Trieste,
Ufficio di Piano, 15 novembre 1999)
(omissis) 6. La città
metropolitana
A Trieste il problema è
reale, ci vuole una limpida razionalizzazione e semplificazione dei livelli
istituzionali. Ma non si ritiene che gli attuali confini provinciali debbano
essere travalicati dalla futura città metropolitana, assorbendo
Monfalcone o Grado. Sono due realtà ormai organicamente integrate
nel bacino di Gorizia.
(omissis) 8. La
definizione degli assetti territoriali
Il Friuli storico non comprende
l’oriente goriziano. Gorizia dovrebbe assorbire l’antica arcidiocesi, rimodellando
a perdere la provincia di Udine. Aquileia è sempre stata fieramente
autonoma dal Friuli.
Dice Valenti: "Se un
territorio ha una vocazione storica questa goriziana è una vicenda
che va da Grado a Tolmino".
Carlo MELZI
Presidente Amministrazione
Provinciale di Udine (Udine, Palazzo della Provincia 23 novembre 1999)
(omissis) 6. La città
metropolitana
Melzi è pienamente
d’accordo con la sua istituzione, la Provincia di Trieste è insignificante,
sono troppi gli enti competenti su spicchi di territorio. La città
metropolitana deve estendersi fino a Monfalcone e deve potenziare le sue
vocazioni internazionali.
(omissis) 8. La definizione
degli assetti territoriali
Sono giorni in cui sui giornali
infuriano le polemiche sulla proposta del grande Friuli, lanciata proprio
da Melzi, il quale non sembra voler aggiungere altro a quanto appare sui
media
e, a parere del tutto personale, non sembra avere alcuna preoccupazione
per la complessità tecnico procedurale del suo disegno "annessionistico".
Giorgio BRANDOLIN
Presidente Amministrazione
Provinciale di Gorizia (Monfalcone 8 novembre 1999)
(omissis) 6. La città
metropolitana
Se viene concepita in termini
di ampliamento dell’attuale provincia di Trieste potrebbe rivelarsi un
"cavallo di Troia" per spaccare la Regione così come vorrebbe Melzi
con il progetto del Friuli storico. Trieste in questo modo si "accaparra"
l’Aeroporto, il Porto di Monfalcone e il bacino idrico. La forma istituzionale
per Trieste deve essere originale ma va ben pensata e ponderata e non si
disegna solo con iniziative "dirigiste" della Regione.
(omissis) 8. La
definizione degli assetti territoriali
La provincia Isontina rifiuta
l’idea del dualismo Trieste-Friuli per le stesse ragioni "autonomistiche"
di Pordenone, della Carnia e di tutte le aree che verrebbero marginalizzate
da questa spaccatura. Meglio operare con le attuali coordinate territoriali
trovando una soluzione per Trieste provincia. Gli enti intermedi sono diversi,
nel caso di Gorizia siamo chiaramente di fronte a una sorta di "città-provincia".
Elio DE ANNA
Presidente Amministrazione
provinciale di Pordenone (Pordenone 16 novembre 1999)
(omissis) 6. La città
metropolitana
Occorre sempre ricordare
un presupposto ai ragionamenti sulle riforme istituzionali, anche locali:
con l’avanzare dell’integrazione europea la specialità regionale
sarà sempre più sfumata. Se questo è vero Trieste
non può pretendere uno status istituzionale che la equipari alla
Provincia di Bolzano, perché non ha la massa critica sufficiente
per legittimare la dimensione metropolitana.
Alla base di questa pretesa
di specialità è sottintesa la rivendicazione di ulteriori
risorse regionali, "ma non dimentichiamo che Trieste ha già avuto
moltissimo: il Porto, l’Area di ricerca, l’Università. Ha già
avuto, non deve sempre rifarsi alla cultura della compensazione".
(omissis) 8. La definizione
degli assetti territoriali
I territori provinciali
sono fissati dalla Costituzione: "Il nostro territorio regionale è
un alambicco centripeto e centrifugo di culture. Risvegliare il nazionalismo
friulano può far bene all’identità, ma crea grandi problemi
funzionali alle realtà vicine". Udine ha una cultura chiusa,
che è impensabile diventi ispiratrice dell’architettura istituzionale
del grande Friuli. A Pordenone si apprezza di Udine la voglia di fare da
sé, "siamo insieme contro la cultura della compensazione".
La sinistra dei DS del FVG, come la stragrande maggioranza dei DS della regione (c'è stato appunto un Congresso), ritiene che l'idea di istituire una Assemblea delle province del Friuli e un Area metropolitana di Trieste sia un'idea sbagliata. Del resto lo stesso Baraccetti, che questa volta si firma come membro della Direzione provinciale, se si fosse concesso il tempo di riflettere, avrebbe potuto agevolmente valutare quanto sia "assurda" l'idea di costituire un'Area Metropolitana di poco più di 200 mila abitanti.
In primo luogo, noi pensiamo che per riorganizzare il territorio della nostra regione non si debba costruire una nuova "gerarchia" o istituire in modo formale una qualche nuova autorità demandata a governarlo. Bisogna mettere mano a qualcosa di più flessibile e di più importante: un insieme di "reti" relazionali, di canali collaborativi e di alleanze territoriali. E se le relazioni gerarchiche vengono sostituite dalle "reti", i confini diventano permeabili, perdono di importanza e anche i conflitti tradizionali perdono di consistenza. Perciò crediamo che la riforma del governo locale non debba irrigidire il quadro delle possibilità in forme precostituite ed esterne: l'Assemblea delle tre province (che appunto non vogliono saperne di mettersi insieme) e l'Area metropolitana. Ma che servano invece sussidiarietà e flessibilità, e cioè la possibilità di un ordine che non sia precostituito dall'alto, ma che sia generato dal basso, come prodotto dei disagi e dei bisogni dei singoli comuni. Perché i comuni del Goriziano non possono collaborare con Trieste su alcuni servizi e con Udine su altri servizi e magari, tutti assieme cooperare per altri ancora? Non si tratta di creare con il riordino del governo locale nuovi enti investiti di funzioni "provvidenziali". Ma piuttosto di restituire alla società l'autonomia necessaria. In secondo luogo noi pensiamo che la nostra Regione debba mirare al federalismo e alla riforma del sistema regionale e locale perché "servono", perché sono "utili" e non per "definire" una patria o un popolo. E crediamo che proprio l'eccesso di "ideologia" abbia indebolito la capacità contrattuale del federalismo e abbia reso più precario il suo cammino nelle istituzioni (a Roma come a Trieste) e, quel che è peggio, gli abbia fatto perdere consenso sociale, anche nella nostra regione. Senza contare che proprio questa concezione ha finito per fornire argomenti e alibi proprio a chi si sente minacciato da queste trasformazioni e non vuole cambiare nulla: se bisogna cambiare tutto, allora, tanto vale aspettare. Infatti, se bisogna rivedere i "confini", se il problema è quello di definire una "patria" e "dare al Friuli una propria originale rappresentanza", allora gli anziani, i giovani, i servizi sul territorio (logistici, formativi, strutturali), le infrastrutture, possono aspettare. A nostro giudizio, quel che invece la Regione deve realizzare, solo in apparenza più modestamente, è un efficiente sistema delle Autonomie. Come peraltro hanno già fatto, utilizzando le leggi Bassanini, molte regioni a statuto ordinario. Non è un mistero per nessuno che oggi le istituzioni pubbliche, nate come strumento per la soluzione dei problemi collettivi, sono diventate un problema esse stesse.
E quel che davvero occorre non è la "separazione" tra Trieste e il Friuli, ma un modello alternativo e realistico di riforma amministrativa per sbloccare la situazione di stallo nella quale si trova la nostra regione. Per far questo la riforma non deve perseguire un nuovo "equilibrio" territoriale, ma la riqualificazione e l'alleggerimento degli apparati burocratici regionali; la semplificazione delle procedure amministrative, per facilitare l'accesso ai servizi da parte dei cittadini e rendere più agevole l'attività delle imprese; la promozione di forme concorrenziali nella gestione dei servizi pubblici locali, per assicurare loro maggior efficacia. E deve perciò ispirarsi ai principi di sussidiarietà, di adeguatezza, di autonomia e deve promuovere l'integrazione del sistema regionale e locale sulla base del principio di collaborazione tra i diversi livelli di governo. E' questo che ha chiesto il Consiglio Comunale di Trieste e non l'istituzione dell'Area Metropolitana, anche se a Baraccetti fa comodo far finta di nulla. Naturalmente a Baraccetti potrà anche non sembrare molto, ma, come può capire chi non sia accecato dalla polemica interna, questa trasformazione si rivelerebbe quasi "rivoluzionaria" proprio per il contrasto con le regole e gli assetti che si sono fin qui stabilizzati.
E' il caso infatti di sottolineare che la trasformazione della forma di Stato in direzione del federalismo e quella del sistema regionale delle Autonomie possono essere utili, inutili o addirittura dannose solo nella misura in cui condizionano, definiscono e prefigurano una trasformazione della pubblica amministrazione. Perché abbiamo certo bisogno del federalismo, ma non come semplice riequilibrio tra centro e periferia che lasci invariato il modo in cui le autorità pubbliche si pongono nei confronti della società.
Tanto più che proprio il passaggio attraverso il welfare state ha messo in primo piano la dimensione dei servizi.
Oggi quando pensa allo Stato o alla Regione, la maggior parte della popolazione non pensa alla bandiera, all'esercito o al presidente della Giunta, ma alla sanità, ai servizi comunali, alle tasse.
E solo l'ossessione per l'identità,
spiega l'incredibile sottovalutazione, all'interno del dibattito sulla
riforma della regione, della questione dell'amministrazione e del suo modo
di essere e di funzionare. Siamo convinti infatti che alle famiglie e alle
imprese friulane interessa invece tradurre finalmente in pratica un processo
di adeguamento delle istituzioni oggi in corso in tutto il Paese. [25.01.01]
Quale impostazione per
una revisione dell'ordinamento di Regione, Province e Comuni
Bozza di lavoro del Partito
dei Comunisti Italiani - Federazione di Udine
Un progetto di revisione dell'ordinamento degli enti locali deve porsi il preciso obiettivo di realizzare condizioni di convivenza sociale, sviluppo economico, valorizzazione delle culture e delle lingue presenti nella nostra regione, rispetto e accettazione delle nuove realtà dell'immigrazione.
A livello nazionale parte di queste esigenze sono state affrontate con due leggi approvate con varie modifiche nel corso degli anni ‘90 e che tendono a dare una risposta organica anche ai temi suesposti, affermando il cosiddetto "principio di sussidiarietà" che si articola in due modi:
1) il cittadino non più visto come suddito, ma legittimato a partecipare al procedimento amministrativo, vedi L. 241/90 (l'argomento è importantissimo, da affrontare in successiva sede)
2) le decisioni devono essere prese il più vicino possibile ai cittadini e quindi la provincia interverrà solo quando il comune non è in grado di fare un certo servizio, e così la regione e lo stato nei confronti delle province, vedi L.142/90
Le varie maggioranze parlamentari di centro-sinistra degli anni ‘90 hanno prodotto una legislazione di notevole portata, (rivista e aggiornata più volte) che ha valorizzato moltissimo il ruolo dei cittadini e delle autonomie locali mentre la nostra Regione ha subito notevoli cambiamenti di indirizzo, passando dall'ondata autonomista e di separazione tra politica e direzione amministrativa del ‘93-‘94 al neocentralismo e alla "supremazia della politica" di oggi (ogni decisione della struttura burocratica deve essere avallata dal potere politico - vedi le dichiarazioni di Saro e Zoppolato).
Il complessivo arretramento della legislazione regionale degli enti locali regionali viene scarsamente denunciato dai giornali locali anche per la difficoltà del centro-sinistra a trovare una sua linea unitaria.
I principi su cui basare la nostra azione
La Regione deve ridurre al minimo possibile le funzioni gestionali, limitandosi ai settori strategici o di interesse collettivo diffuso (trasporti: autostrade, ferrovie, porti; ambiente: parchi, ...; sanità, ...) con tutte le funzioni, quindi, che attengono a esigenze di carattere unitario del territorio regionale, svolgendo il proprio ruolo legislativo, di programmazione territoriale, economico-sociale e di controllo, lasciando a province e comuni, secondo il principio di sussidiarietà, il compito di rappresentare le rispettive comunità e di promuoverne gli interessi. L'attuale formulazione della 142 sembra ampiamente condivisibile (in particolare l'art.3) e abbastanza trasferibile nella realtà regionale purché la Regione garantisca il controllo sulla legittimità degli atti, il rispetto delle normative urbanistiche e ambientali e dell'erogazione dei servizi sul territorio regionale poiché è difficile pensare che tutte le competenze delegate dalla 241/90 siano facilmente trasferibili nel contesto dei nostri piccoli comuni. Un altro dei principali obiettivi che ci dobbiamo porre in questa fase è quello di impedire la divisione della Regione tra Trieste e Friuli e ancora quello di dare alle zone montane adeguati strumenti di sviluppo economico e sociale. In dettaglio:
Area metropolitana triestina: NO, porterebbe alla divisione impoverendo e facendo perdere potere contrattuale a livello nazionale ed europeo all'area friulana, comprimerebbe la minoranza slovena che trova nei Comuni del Carso una rappresentanza che verrebbe annullata da Trieste. Asservirebbe il monfalconese alle esigenze di Trieste.
Friuli storico: è un dato culturale, una delle radici del territorio friulano, prevalente in buona parte rispetto a quella celtica, latina, veneta, austriaca, slovena, italiana, ecc. che compongono il substrato dello stare in questo territorio ma che, se diventasse un pretesto per una articolazione amministrativa aprirebbe la strada all'area metropolitana triestina. Quindi SI alla valorizzazione del friulano come per le altre lingue minoritarie regionali, no a strutture sovraprovinciali che escludano Trieste.
Se si ritiene utile una rappresentanza degli Enti locali per contrattare con la Regione questa deve essere fatta recuperando un ruolo preciso per l'ANCI e l’UPI, in ogni caso il rapporto dovrebbe essere tra assemblee elettive (Consigli - Consigli) e non tra Consigli e Giunta regionale o tra giunte.
Provincia della Montagna: sarà una provincia come le altre o una "provincia regionale" sottintendendo così un suo ruolo minore? Il rischio di una provincia è quello di portare a un isolamento ulteriore della montagna, sicuramente serve una struttura che non ripercorra gli errori delle comunità montane e che coordini i comuni montani.
Come reso possibile dalla 142 - art. 16 - la Provincia di Udine dovrebbe istituire il "Circondario della montagna" affidandogli un ampio ruolo autonomo, affinché possa svolgere ruoli di decentramento, gestione di servizi, programmazione e gestione di risorse comunitarie.
Per le zone montane del pordenonese si può pensare a un’analoga soluzione, mentre per le valli del Natisone e per il Carso dovrebbe essere mantenuta l'impostazione delle comunità montane.
Ciò valorizzerebbe le Province, darebbe una risposta precisa al principio di sussidiarietà, non darebbe pretesti per l'area metropolitana.
In dettaglio, rispetto alla proposta della Giunta regionale (DDL 59 del marzo ‘99) che riprende in larga parte la 142 nazionale:
art. 4: Preferibile l'art.3
della 142
art. 5: Pericolosa e comunque
improponibile la competenza dei Comuni su "TUTTE le funzioni e i compiti
amministrativi localizzabili nei rispettivi territori..."
art. 6: Consiglio delle
autonomie: le proposte di legge si dilungano molto sul sistema di elezione,
alcune non ne definiscono le competenze che dovrebbero tutt’al più
essere parte di quelle previste nel DDL 59, comunque il sistema cancella
la rappresentanza dei piccoli comuni e crea un carrozzone inutile.
art. 8 : Funzioni della
Regione: oltre le competenze previste dal DDL 59 inserire i punti e), f),
i), p) e q) del pdl 37 dei DS.
art. 13 : Funzioni di alta
programmazione: preferibile la formulazione del DDL 59 rispetto all'art.
13 del pdl 37 che prevede solo "eventuali verifiche"
art. 14 : Fusione dei piccoli
comuni: lo scopo deve essere quello di assicurare l'erogazione di servizi
e funzioni in modo efficiente, non quello di omologare il territorio. Utile
una verifica quinquennale, come previsto dalla 142
Funzioni delle province:
mentre la 142 aumenta considerevolmente
le competenze delle province, nelle proposte di legge regionali tali competenze
sono demandate ai comuni. Viste le piccole dimensioni dei nostri comuni
appare difficile che questi possano farvi fronte: meglio le norme della
142 rispetto al DDL 59;
bene la norma prevista dall'art.
16/142 ripresa dal comma 3 dell'art. 25 del DDL 59 che delega alle province
la possibilità di istituire "Circondari" come quello della montagna.
art. 15 : Aree metropolitane:
la proposta è in contrasto con l'art. 17 della 142 che le rende
possibili solo per Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma,
Bari, Napoli e, per le regioni autonome, espressamente solo per la Sardegna.
art. 16. Comunità
montane: la battaglia fatta in loro difesa non va confusa con la denuncia
dei difetti emersi in questi anni, bisogna distinguere le competenze per
evitare sovrapposizioni con i circondari.