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Le frequenti
proteste da parte dei cittadini erano motivate anche dal timore
degli incendi che potevano essere provocati da quanti tenevano
fornelli fuori, ma soprattutto all'interno delle botteghe. Nel 1834
Leopoldo Burgagni, abitante all'angolo di via Por S. Maria, denunciò
il vicino Giovanni Ariani, negoziante di seterie, perché in una
stanza aveva sistemato un fornello sormontato da una caldaia (piena
d'acqua per la tintura delle stoffe) e le fascine per alimentare il
fuoco. Un altro inconveniente era rappresentato dalla fuoriuscita di
fumo da canne fumarie collocate, spesso arbitrariamente, sulle
pareti esterne degli edifici. I colpevoli erano spesso locandieri,
rosticcieri, falegnami. A causa di "un'invasione di fumo nei
quartieri dei reclamanti che guasta mobilia, tende, e incomoda la
respirazione degli abitanti", fu ispezionato anche lo stabilimento
termale in Borgo SS. Apostoli di Antonio Peppini. Uno dei reclami
più curiosi dei cittadini era quello contro il "turpiloquio": nel
1838 Giuseppe Luzzi, maestro di calligrafia e conduttore di una
scuola alle Case Nuove sul Prato, espresse preoccupazione per la
vicinanza dell'ortolano Vincenzio Ferrini, a causa delle "cattive
parole che vengono pronunziate su detta bottega". |
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